Cineforum sulla diversità per i più piccoli promosso dalla Hermes Academy
Lunedì
15 giugno,
presso la sede dell’Associazione Culturale Hermes Academy Onlus – Arcigay
Taranto in Via Pupino #90, nel cuore del borgo umbertino, a partire dalle
ore 21.00, per il nuovo appuntamento del Cineforum sulla diversità
dedicato ai più giovani, verrà proiettato Bekas, film diretto da Karzan
Kader, prodotto da Finlandia, Iraq e Svezia nel 2012.
La
partecipazione è libera e gratuita; è però necessario prenotare al +39 346 622
6998.
Primi
anni ’90. Il regime di Saddam Hussein esercita una violenta pressione sulla
regione curda dell’Iraq.
Due fratelli curdi orfani e senzatetto, Zana, 7 anni, e Dana, 10, vedono il film
Superman attraverso un buco nel muro del cinema locale e decidono di
andare in America. Quando saranno lì, Superman potrà risolvere i loro problemi,
semplificare le loro vite e punire quelli che sono stati cattivi con loro, primo
fra tutti Saddam Hussein. Ma, per arrivarci, hanno bisogno di denaro,
passaporti, un mezzo di trasporto, un modo per passare la frontiera. Purtroppo
non hanno nulla di tutto ciò, ma, imperterriti, stabiliscono di intraprendere
il viaggio verso il loro sogno. Raccolgono tutti i dinar che hanno e comprano un
asino, che Zana chiama Michael Jackson. In groppa a Michael, carico di pane e
acqua, seguiti da una coda di 30 ragazzi, Zana e Dana iniziano il loro cammino
verso l’America e verso Superman.
“Nel
1991, avevo sei anni. Vedo me stesso e mio fratello prepararci per passare la
frontiera irachena. Stanchi, affamati e spaventati. Questa è la mia storia, la
storia di come ho lasciato il Kurdistan. Quando ho iniziato a scrivere
Bekas, volevo raccontare questa storia, perché mi ero innamorato del
sogno di metter piede sulle strade americane e di vivere in pace, lontano dalla
guerra di Saddam. E amo l’idea di due ragazzi che si mettono in pericolo per
raggiungere il loro eroe, Superman, dalle strade irachene agli Stati Uniti, sul
dorso di un asino. In nessun’altro posto al mondo si potrebbe raccontare una
storia di questo tipo. In questa parte del mondo la guerra è durata così a lungo
da diventare una condizione normale. Voglio che questa storia faccia sentire la
voce del popolo curdo al resto del mondo.” Karzan
Kader, il
regista
A
seguire la recensione di Marianna Cappi.
Zana
ha sette anni e suo fratello suo
fratello Dana dieci. Sono bekas, ovvero completamenti soli al mondo. Hanno perso
tutta la loro famiglia nella guerra del Kurdistan iracheno contro le truppe di
Saddam Hussein, nei primi anni ’90. Vivono al limite della sussistenza. Un
giorno intravedono una sequenza di Superman attraverso un buco nel muro del
cinema locale e decidono di partire per l’America per andare a chiedere il suo
aiuto. Superman riporterà in vita i loro genitori, pensa Zana, e ucciderà
Saddam. Comprano un mulo, che chiamano Michael Jackson, e si mettono in viaggio
oltre le montagne all’orizzonte.
Karzan
Kader ha vissuto in prima persona la fuga della sua famiglia dal Kurdistan, nel
1991, e il rifugio in Svezia. Quindi l’ha raccontata prima in un cortometraggio
e poi, in maniera estesa e romanzata, in questo suo lungo d’esordio.
L’impressione,
la prima, è che quel reiterarsi di episodi di fortuna, per cui i due piccoli
sopravvivono in condizioni sempre più pericolose, releghi presto il film
nell’incredibile, nella fiaba o nell’avventura alla Superman, appunto. E, da un
lato, è sicuramente così, l’intenzione fiabesca è presente nella costruzione del
tono del racconto. Da un altro lato, però, sono propri quei momenti in cui la
paura lascia il posto alla felicità – una felicità smisurata, viste le sue
condizioni di nascita – a costruire il senso del film. Sognare in grande,
tentare l’impossibile, come solo un bambino potrebbe fare.
È un
equilibrio difficile da gestire quello che Kader costruisce per motivare il
viaggio di Zana e Dana, tra ingenuità, autoinganno più o meno consapevole e
necessità di sopravvivenza, ma lo domina bene per la maggior parte del tempo,
senza forzature. Soltanto l’inquadratura finale ha il sapore della concessione
al clichè cinematografico, ma nulla di imperdonabile.
Non
si può fare a meno di percepire abusata anche la trovata del supereroe invocato
per risolvere superproblemi, anche se qui maschera un ricordo d’infanzia del
regista, che aspettava con ansia l’avvento di Rambo in terra kurda, in compenso
si fa apprezzare il road movie in senso stretto, attraverso paesaggi umani e
geografici non certo abusati dalla cinematografia europea.

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