Crescita o decrescita, ecco cosa scriveva Andè Gorz: "La loro ecologia e la nostra""
Il testo che presento è tratto da Ecologia e Politica di Andrè Gorz. In sostanza se le attuali cronache politiche sono quelle che sono, in questa analisi di oltre quarant'anni fa ci sono le premesse. E allora si capiscono le ribellioni contro la Tav e le repressioni e anche le uscite più recenti di Salvini. Secondo Gorz è il modello che va cambiato, e qui ci trovate le argomentazioni o, se volete, la necessità dei movimenti anti-sistema. O se volete anche coloro che vanno contro l'industrialismo spinto.
La loro ecologia e la nostra
La collera popolare, mediante
miti compensatori, verrà deviata contro capri espiatori comodi (le minoranze
etniche o razziali) per esempio e lo Stato fonderà il suo potere solo sulla
forza dei propri apparati: burocrazia,
polizia, esercito, milizie riempiranno il vuoto lasciato dal discredito della
politica di partito e dalla scomparsa dei
partiti politici. Basta guardarsi attorno per scorgere, in Francia e altrove, i segni di una tale degenerazione. Tutto
ciò può essere evitato?
Certo. Ma è proprio così che le cose rischiano di andare, se il capitalismo sarà costretto a tener conto
dei costi ecologici senza che un attacco politico
sferrato a tutti i livelli gli sottragga l’egemonia
dell’operazione e gli opponga un progetto di società
e di civiltà completamente diverso.
I partigiani della
crescita, infatti, hanno ragione almeno su di un punto: nel quadro dell’attuale società
e dell’attuale modello di consumo, basati sulla disuguaglianza, sul
privilegio e sulla ricerca del profitto, la
non-crescita o la crescita negativa possono soltanto significare stagnazione,
disoccupazione, aumento dello scarto tra ricchi e poveri.
Nel contesto del modo di produzione attuale, non è possibile contenere o bloccare la crescita, anche se si
ripartiscono più equamente i beni a
disposizione.
Infatti,
la natura stessa di questi beni vieta il più delle volte la loro equa ripartizione: come volete che si possano ripartire «equamente» i viaggi sul Concorde, le macchine
di extra lusso o gli appartamenti in cima agli
immobili-torri con piscina, i mille prodotti nuovi
rari per definizione, che l’industria lancia
ogni anno per svalutare i vecchi modelli e
riprodurre la disuguaglianza e la gerarchie sociali? E come ripartire «equamente» i titoli universitari, i
posti di capo-reparto, di ingegnere-capo o di
titolare di cattedra? Come non accorgersi che
il meccanismo principale della crescita sta in
questa fuga in avanti generalizzata, stimolata da una disuguaglianza mantenuta
deliberatamente, in ciò che Illich chiama «la modernizzazione della povertà?».
Nel momento in cui la massa può sperare di accedere a quello che fino ad allora era stato privilegio
di un élite, questo
privilegio (la
laurea, la macchina, il televisore) è, per ciò stesso, svalorizzato, il limite
della povertà si eleva di un gradino e si creano nuovi privilegi da cui la
massa è esclusa. Ricreando senza sosta la rarità per ricreare la disuguaglianza
e la gerarchia, la società produce più bisogni insoddisfatti di quanti non ne
soddisfi, « il tasso di crescita della frustrazione supera abbondantemente
quello della produzione » (Illich).
Fino a quando si discuterà nei limiti di questa civiltà
inegualitaria, la crescita apparirà alla massa degli individui come la
promessa — seppure completamente illusoria —
che un giorno non saranno più dei « sub-privilegiati » e che la non-crescita
li condanni ad una mediocrità senza speranza.
Così, non è tanto la crescita
che bisogna prendere di mira, quanto la mistificazione che essa mantiene, la
dinamica dei bisogni crescenti e sempre frustrati su cui essa riposa, la
competizione che essa organizza, incitando gli individui a voler, ognuno, innalzarsi
« al di sopra » degli altri. Il motto di questa società potrebbe essere: Ciò che è buono per tutti non vale niente. Non sarai
rispettabile se non avrai « più » degli altri.
Ora, è proprio il contrario che si deve affermare per
spezzare l’ideologia della crescita: È degno
di te soltanto ciò che è buono per tutti. Merita di essere prodotto soltanto
ciò che non privilegia né umilia l’individuo. Possiamo essere più felici con
minore opulenza, poiché in una società senza privilegi non vi sono poveri.
Cercate di immaginare una società basata su questi criteri.
Gli imperativi ecologici non sarebbero più delle costrizioni esterne. Essi
sarebbero presi in considerazione, nella produzione, in nome del « bene comune
», sia per il modo di produrre, sia per gli oggetti prodotti senza che vi sia
bisogno, per questo, di far intervenire un esercito di controllori e di
burocrati. Utopia? « Le Sauvage », aprile, 1974)

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