La ciliegia ferrovia di turi - ‘Regina delle Regine’
di Stefano de Carolis
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Gli
agricoltori del territorio di Turi,
agl’inizi del ‘900, vivevano producendo prodotti agricoli redditizi e molto
richiesti sul mercato: olio, vino, mandorle, legumi e cereali. Altri frutti da
loro coltivati, erano solo ed esclusivamente per il consumo familiare. Quindi
era impensabile immaginare che la coltivazione del ciliegio a Turi, un giorno,
poteva divenire una fonte significativa di reddito.
Tuttavia, negli
anni trenta del ‘900, ad un agricoltore turese capitò di osservare che in un
suo terreno era nato spontaneamente un ciliegio in cumulo di pietre. Arrivato il
giorno della maturazione dei suoi frutti, l’attento agricoltore ne gustò le caratteristiche,
apprezzandole con immenso stupore.
La nuova
ciliegia si mostrava dal colore rosso brillante, con un lungo peduncolo, e con
una morfologia ‘a forma di cuore’. Inoltre la sua polpa era consistente, dal
sapore leggermente acidulo, gusto intenso, e con un grado zuccherino molto
delicato. Dopo averne apprezzato le qualità, gli agricoltori turesi, decisero
che con quelle caratteristiche peculiari, si doveva denominare ‘ciliegia
ferrovia di Turi’, in quanto si poteva utilizzare, per l’appunto, il
vettore della ferrovia, intendendo che il prodotto si poteva trasportare e commercializzare
con il treno, senza usare i lenti e polverosi carri agricoli ‘traini’, tirati dai muli e dai cavalli.
Con il treno merci il fragile frutto avrebbe potuto raggiungere in tempi
ragionevoli i lontani mercati del nord Italia, tanto da farla conoscere ed
apprezzare quella che sarebbe divenuta la nostra ‘eccellenza pugliese’.
La ciliegia ferrovia di Turi, negli anni, ha
conservato intatto il suo nome, le sue qualità, ed il suo ineguagliabile
calibro, che oscilla tra i 28 ed i 30 mm. Oggi il territorio di Turi ha una
superficie coltivata a ciliegio di circa 3800 ettari, con una produzione
annuale di 100 mila quintali. Si rimane in trepidante attesa, da ormai troppo
tempo, di ricevere il marchio D.O.P. da parte del Ministero delle Politiche
Agricole e Forestali, ‘politica permettendo’.
Da questi
cenni storici si delinea come in Puglia, ed in particolare nel sud est barese,
si sia formato e sviluppato negli ultimi decenni un interessante polo
cerasicolo. I dati della Confederazione Italiana Agricoltori dicono che la
Puglia è la prima regione produttrice in Italia, con una produzione di circa
500 mila quintali, su una superficie di circa 14 mila ettari.
La D.O.P (denominazione d’origine protetta), è un
marchio di tutela giuridica della denominazione che viene attribuito
dall’Unione Europea agli alimenti le cui peculiari caratteristiche qualitative
dipendono essenzialmente dal territorio in cui sono stati prodotti. L’ambiente
geografico, i fattori naturali, il clima, e soprattutto le tecniche di
produzione, tramandate nel tempo dai nostri avi: tutto questo deve essere
combinato con sapiente esperienza, consentendo di ottenere un prodotto ‘unico’ per quel territorio. Tuttavia,
chi produce prodotti con marchio D.O.P., deve attenersi alle rigide regole
produttive, stabilite nel disciplinare di produzione, ivi compreso l’uso
illegittimo e sciagurato di prodotti chimici banditi dal Ministero della Sanità
e quindi banditi dalla legge Italiana. (caso Dormex, ma questa è un’altra
storia).
Tuteliamo il
nostro “made in Italy”, onde evitare che i consumatori acquistino,
inconsapevolmente, prodotti della terra ‘farlocchi’,
prodotti non certificati, venduti nei mercati italiani ed europei a caro
prezzo, per prodotti coltivati in Italia, ma realmente provenienti da stati
extracomunitari. Questa infame e truffaldina politica commerciale, danneggia
gravemente tutto il comparto agricolo Italiano, ivi compreso i nostri
agricoltori, che oggi più che mai sono attanagliati dalle innumerevoli tasse,
balzelli, e sottoposti ai continui e pressanti controlli d’ogni tipologia.
Per
l’occasione abbiamo colloquiato con il dott. Antonello Palmisano, esperto in
scienze naturali, nonché consigliere delegato all’agricoltura del Comune di
Turi il quale ci ha detto: “L'anno 2015 sarà ricordato
tra i più nefasti per l'imprenditoria agricola turese che poggia la propria
economia quasi esclusivamente sulla cerasicoltura. Si tratta di un'annata
particolare in cui il freddo invernale, necessario per la dormienza della
pianta, si è protratto oltre quelle che sono le medie stagionali seguito dalle
improvvise alte temperature primaverili. Questo ha reso complicato sia le
dinamiche di maturazione che di raccolta, portando alla diminuzione del calibro
delle ciliegie (la dimensione del frutto) e ad un ravvicinamento tra le diverse
varietà Bigarout, Giorgia e Ferrovia. Il risultato finale è stato tragico: i
mercati si sono presto intasati di ciliegie con conseguente svalutazione del
prodotto che all'agricoltore che conferisce presso i magazzini ortofrutticoli è
stato pagato fino anche a 0,70 centesimi di euro, ben al disotto dei costi di
produzione e raccolta costringendo i produttori in molti casi a lasciare le
ciliegie sugli alberi, con stime di raccolto perso che in alcuni casi superano
il 30-40%. A questo si è aggiunta una violenta grandinata negli ultimi giorni
di maggio che ha colpito una fascia ben estesa di territorio con ulteriore
perdita di prodotto.”
La qualità dei frutti non è stata intaccata dagli
eventi climatici; infatti anche quest'anno la ciliegia Ferrovia di Turi è stata
premiata dall'Associazione Città della Ciliegia come MIGLIORE CILIEGIA D'ITALIA
DEL 2015, la premiazione avvenuta durante l'edizione conversanese della Festa
Nazionale della Ciliegia conferma il potenziale che la Ferrovia di Turi e del
sud-est barese può ancora esprimere, proponendosi sui mercati italiani ed
esteri come prodotto d'eccellenza. In definitiva la “ferrovia” rimane la regina
delle ciliege.

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