La politica non è più nel politico di André Gorz


I partiti politici hanno avuto a lungo il compito sto­rico di tradurre in un progetto coerente e credibile di società le aspirazioni emergenti al livello della società civile. Ma non vi è alcuna garanzia che tutte le aspira­zioni possano, in tutte le epoche, ottenere traduzione po­litica. Non esiste alcuna armonia prestabilita tra le forme di società possibili in un determinato momento e le aspirazioni di fondo che emergono a contatto della realtà storica.


I partiti e i movimenti rivoluzionari hanno sempre avuto la vocazione di aiutare la presa di coscienza delle aspi­razioni (anche latenti) che insorgevano negli strati oppressi della popolazione (1) e di assicurare a queste aspirazioni la possibilità di esprimersi tramite l’azione, collettiva e individuale, culturale e sociale. 

Il fatto di sapere entro quale lasso di tempo si sarebbe potuto crea­re una società conforme (o compatibile con) a queste aspirazioni non è mai stato un problema rilevante per i rivoluzionari.

 I soli problemi determinanti erano, per loro, di sapere:
 a quali condizioni, vale a dire tramite quale tipo di sviluppo e di società, queste aspirazioni avrebbero avuto una possibilità di essere soddisfatte;  tramite quali azioni queste aspirazioni avrebbero potuto essere tradotte e le condizioni della loro soddisfazione essere realizzate nel modo più opportuno(2); chi potessero essere i protagonisti di queste azioni e su quali alleati avrebbero potuto contare.

Nella misura in cui pretendeva di erigersi a « scienza » dell’azione e dello sviluppo storico, il marxismo (3) conteneva i germi non solo della degenerazione, ma anche della repressione del pensiero e dell’azione rivoluzionaria. Infatti se l’organizzazione materiale della società post­capitalistica si origina del positivismo e dal determinismo storico; e se le prassi proprie a favorirne l’avvento si ispirano ad un’analisi « scientifica » della situazione — analisi di cui, evidentemente la sola élite dirigente dei « socialisti scientifici » è capace — allora le aspirazioni e i bisogni del popolo non possono né debbono essere considerati di per se stessi. Al contrario, bisognerà ne­gare a queste aspirazioni e a questi bisogni ogni realtà specifica e ogni autonomia, la gente avrà il diritto di desiderare soltanto ciò che è compatibile con il socialismo scientificamente definito e con una prassi, determinata scientificamente dai dirigenti marxisti: tutti   gli altri desideri saranno condannati come contro-rivoluzionari o piccolo-borghesi o mistificati o semplicemente ideologici o retrogradi.

Fino a quando erano rivoluzionari, o almeno all’opposi­zione, i partiti comunisti, per quanto dogmatici o sta­linisti potessero essere, incarnavano alla meno peggio l'aspirazione degli oppressi a un cambiamento radicale. Incarnavano questa aspirazione non tanto per quello che facevano o dicevano, quanto piuttosto per il semplice fat­to di esistere: essi offrivano una protezione contro la società vigente nella misura in cui la condannavano e potuto essere tradotte e le condizioni della loro soddi­sfazione essere realizzate nel modo più opportuno(4);

— chi potessero essere i protagonisti di queste azioni e su quali alleati avrebbero potuto contare.

Nella misura in cui pretendeva di erigersi a « scienza » dell’azione e dello sviluppo storico, il marxismo (5) con­teneva i germi non solo della degenerazione, ma anche della repressione del pensiero e dell’azione rivoluzionaria. Infatti se l’organizzazione materiale della società post­capitalistica si origina del positivismo e dal determinismo storico; e se le prassi proprie a favorirne l’avvento si ispirano ad un’analisi « scientifica » della situazione — analisi di cui, evidentemente la sola élite dirigente dei « socialisti scientifici » è capace — allora le aspirazioni e i bisogni del popolo non possono né debbono essere considerati di per se stessi. 

Al contrario, bisognerà ne­gare a queste aspirazioni e a questi bisogni ogni realtà specifica e ogni autonomia-, la gente avrà il diritto di desiderare soltanto ciò che è compatibile con il socialismo scienificamente definito e con una prassi, determinata scientificamente dai dirigenti marxisti: tutti gli altri desideri saranno condannati come contro-rivoluzionari o piccolo-borghesi o mistificati o semplicemente ideologici o retrogradi.

Fino a quando erano rivoluzionari, o almeno all’opposi­zione, i partiti comunisti, per quanto dogmatici o sta­linisti potessero essere, incarnavano alla meno peggio l'aspirazione degli oppressi a un cambiamento radicale. Incarnavano questa aspirazione non tanto per quello che facevano o dicevano, quanto piuttosto per il semplice fat­to di esistere: essi offrivano una protezione contro la società vigente nella misura in cui la condannavano e ne negavano la continuità. Quanto poi a ciò con cui pen­savano di rimpiazzarla, non aveva molta importanza, poiché: 

1° - per molti oppressi il peggio era costituito dalla realtà che stavano subendo; 

2’ - i partiti comunisti comunque non avevano alcuna possibilità di accedere al potere di Stato in un lasso di tempo prevedibile. Per cui ciò che essi avrebbero potuto fare una volta al potere era un problema assai accademico.

2. Ora, dopo che i P.C. dell’Europa occidentale preten­dono porsi di colpo come partiti di governo, hanno evi­dentemente perduto la capacità di canalizzare alla meno peggio, in una qualche forma politica, le aspirazioni e le contestazioni, latenti e patenti, degli strati oppressi. Ogni partito che si proponga di governare, infatti, si pone necessariamente, primo fra tutti, l’interrogativo di come, prima di cambiarlo, gestirà lo Stato vigente; co­me, prima di allentare le costrizioni che pesano sulla popolazione, potrà fargliele accettare. Proprio in un pe­riodo di crisi, quando i margini di manovra si restrin­gono e la elasticità del sistema economico è ridotta, voler governare vuol dire necessariamente subordinare tutte od una parte delle aspirazioni del popolo alle co­strizioni della situazione e la visione di insieme della società da creare alle esigenze a corto termine del realismo politico. 

I partiti di sinistra sono dunque co­stretti a emarginare dallo spazio politico una parte ri­levante delle aspirazioni al cambiamento radicale della società, della cultura, della vita e della stessa prassi politica. La loro preoccupazione prima non è più quella di provocare la presa di coscienza e di tradurla in azione, ma di frenare le impazienze e di assicurare allo Stato la disciplina, la governabilità dei cittadini.

Non siamo più infatti (ammesso che ci si sia mai stati) in una situazione in cui la trasformazione radicale della società, la sua ri-creazione in funzione di aspirazioni radicalizzate, potrebbero risultare da un’azione di governo ben condotta: la crisi della legittimità dello Stato, la sua stessa natura, la decomposizione della società civile, la disintegrazione delle classi sociali, l’autonomia e la radicalità delle nuove aspirazioni impediscono di imma ginare una ricostruzione della società che non ne sia soltanto una ri-fondazione, su basi nuove. Non è più il tempo in cui si poteva immaginare la rivoluzione come il risultato di un concatenarsi di riforme radicali, ben concepite e ben scaglionate: oggi ci vorrebbe piuttosto una rivoluzione perché si potessero realizzare delle ri­forme radicali. Ora, la rivoluzione, quale si intendeva tradizionalmente, è divenuta una cosa così improbabile e d’altronde di un valore così dubbio, che ne cade in disuso perfino il termine. 

Diciamo dunque, per rias­sumere la situazione, che la conquista rivoluzionaria del­lo Stato non è più possibile, non solo perché i rivoluzio- zionari non possono conquistare lo Stato, ma anche per­ché la conquista dello Stato non può essere rivoluzio­naria.

Il partito rivoluzionario dunque è una specie in via di estinzione: se si vuole governare, non si può volere il cambiamento radicale; e se si vuole il cambiamento ra­dicale, bisogna cominciare con l’essere modesti: non lo si otterrà grazie ad un’azione centralizzata, e quasi demiurgica da parte del potere e sul potere. Il cam­biamento non passa attraverso la conquista del potere centrale, ma attraverso la sua riduzione, il suo deferi­mento voluti, preceduti questi stessi, necessariamente, dalla sua erosione: l’apparire al livello della società ci­vile di spazi nuovi di libertà individuale e collettiva. La conquista di queste aree, dal principio degli anni 70 e dal principio della crisi, è divenuto il tema di mobilitazione e di azione in tutto l’Occidente capita­listico.

3. Ponendosi in una logica di governo, i partiti politici non sono più capaci di coprire tutto l’ambito delle aspi­razioni profonde. Non offrono alternative di fondo, nep­pure immaginarie, alla logica del sistema vigente: pri­gionieri del realismo a corto termine, essi non possono nemmeno offrire uno spazio di dibattito in cui i desideri e le contestazioni possano esprimersi, l’immaginazione li­berarsi.
Non più coperto dai partiti, il campo delle aspirazioni al cambiamento radicale è occupato da una massa di movimenti, di associazioni e di organizzazioni con scopi specifici e parziali. Questi movimenti hanno un vantaggio evidente sui partiti classici: non difendendo una conce­zione globale della società né una strategia politica pre­determinata, non debbono preoccuparsi degli interessi che le loro campagne possono ledere né della difficoltà che il loro successo può creare al governo. Autonomi in ragione stessa dei limiti dei propri obiettivi, questi movimenti sono dunque i soli spazi in cui possono espri­mersi aspirazioni latenti e, presentandosene l’occasione, raggiungere una concezione nuova dei rapporti sociali. Essi si guardano bene, tuttavia, dal qualificare questa concezione come « politica »: poiché essa rifiuta la lo­gica dei partiti a vocazione governativa che considerano la politica come un loro monopolio. Il rifiuto della politi­ca non significa in questo caso apoliticità, ma il rifiuto di subordinare la libertà di espressione, di contestazio­ne e di immaginazione alle esigenze della logica del potere.

Rimproverare alle associazioni e ai movimenti di non per­seguire che obiettivi parziali e specifici, mentre spette­rebbe ai partiti di occuparsi della globalità dei problemi, è il modo migliore per screditare questi stessi partiti, cioè la politica stessa. Siamo già molto avanti su questa strada. In tutto l’Occidente capitalistico si ripropone attualmente l’evoluzione che ha ridotto i partiti ameri­cani a non essere che delle macchine elettorali, tenute al laccio dalle coalizioni di interesse che le finanziano, mentre i dibattiti di fondo si svolgono all’interno delle associazioni, nelle chiese, nelle università e all’interno dei movimenti: Ralph Nader è un personaggio pubblico ben più influente e credibile dei leaders dei due grandi partiti e l’Union of Concerned Scientiste o il Boston Women’s Health Collective hanno sollevato molti più problemi scottanti, decisivi per l’avvenire della civiltà, del congresso del Partito democratico.

Nello stesso modo, in tutta l’Europa occidentale, molta più gente si riconosce e agisce all’interno dei movimenti e delle associazioni a scopo specifico che non nell’in­sieme dei partiti i quali, sulla maggior parte dei problemi ritenuti importanti (eguaglianza dei sessi, pluralismo culturale, diritti delle minoranze etniche, natura e signifi­cato del lavoro, crescita economica, energia ed ecologia, ecc.) non hanno fra di loro posizioni radicalmente di­verse.

La ragione di questa disaffezione nei confronti dei par­titi è evidente: le soluzioni globali, macro-politiche che essi offrono ai problemi sono tanto grigie e astratte quanto gli stessi problemi che portano avanti. Non è affatto chiaro, oggi, che vi possa essere una « buona » società, un « buon » stato o un « buon » governo. Non è affatto chiaro, soprattutto, che le nostre aspirazioni pro­fonde possano essere soddisfatte dalla messa a punto di un nuovo sistema definibile a priori: sembrerebbe piuttosto che esse esigessero dapprima il non-sistema e il non-ordine, vale a dire una pluralità di strutture par­ziali, in evoluzione costante e la cui sola esperienza po­trà definire il tipo di ricomposizione e di coesione pos­sibile.

In poche parole, l’avvenire della politica non è, oggi, nel politico: è in ciò che lo contesta, lo supera e pro­prio così gli indica il terreno dove esso potrebbe ri­sorgere. « Lasciar fiorire cento fiori »; chiederci anzi­tutto quali siano, oggi, i nostri desideri profondi e quale immagine ci faremmo della felicità, se la nostra fantasia potesse sbrigliarsi liberamente. Il realismo ci sarà dato per sovrappiù. Poiché vi è molto più reali­smo, oggi, nello sperimentare nuovi modi di vivere, di lavorare, di consumare, di produrre e di fare più e meglio con meno, che a credere che le centrali nucleari per­metteranno di perpetuare il gigantismo e lo spreco o che un governo di sinistra cambierà la nostra vita. Quasi tutto ciò che ci circonda e che fa la nostra vita è condannato a mutare o a scomparire nei prossimi venti anni: l’informatica, la cibernetica, la telematica affosse­ranno la quantità di lavoro socialmente necessario e sovvertiranno la natura dell’impiego, delle comunicazioni, dell’insegnamento, della cultura4. Il realismo consiste on nel fissarci come specialisti su pretesi imperativi tecnici, ma nel chiederci quale nuova civiltà auspichiamo al posto di quella che sta agonizzando e quali strumenti siano più adatti per la vita che desideriamo.

André Gorz - Parigi, maggio 1978








[1] Parlo di strati non di classi, poiché il movimento delle donne, dei giovani, delle minoranze culturali ed etniche, dei « devian- ti », ecc. ci hanno insegnato che l’oppressione travalica le fron­tiere di classe e che le lotte di classe non coprono tutto lo spazio della lotta contro l’oppressione.
[2] Il problema della efficienza non è affatto incompatibile con quello etico, al contrario: la traduzione di una aspirazione non è efficace se la sua aspirazione non contraddice il suo contenuto.
[3] Evidentemente mi riferisco qui al marxismo di Stato, poi le­ninista, della IIa e della III3 internazionale dei partiti che ne sono ancor oggi gli eredi. Esiste senza dubbio un anarco-marxi- smo; ma il rapporto di filiazione tra il marxismo come è pra­ticato dai partiti e gli scritti di Karl non può essere sconfessato da citazioni selettive.
[4] Il problema della efficienza non è affatto incompatibile con quello etico, al contrario: la traduzione di una aspirazione non è efficace se la sua aspirazione non contraddice il suo contenuto.
[5] Evidentemente mi riferisco qui al marxismo di Stato, poi le­ninista, della IIa e della III3 internazionale dei partiti che ne sono ancor oggi gli eredi. Esiste senza dubbio un anarco-marxi- smo; ma il rapporto di filiazione tra il marxismo come è pra­ticato dai partiti e gli scritti di Karl non può essere sconfessato da citazioni selettive.

André Gorz (Vienna9 febbraio 1923 – Vosnon22 settembre 2007) è stato un filosofo e giornalista francese, fondatore dell'ecologia politica

Commenti

Post popolari in questo blog

Borraccino: "Vertenza call center commessa ENEL, a fianco ai lavoratori"

AVS Taranto: no alla deregolamentazione del lavoro nei call center ENEL

“Divinamente donna”, le insignite speciali e la classifica del premio letterario