Migranti? Come tonni in una tonnara
Notizia di ieri: 80 morti in mare nel
Mediterraneo.
Un giovane immigrato che è arrivato qua e sente la notizia
si sente passare un brivido lungo la schiena, gli torna in mente quel
viaggio, a come magari sia stato vicino a morire, di come abbia pregato su
quella barca, di come abbia pianto vedendo Lampedusa.
I miei studenti vengono da tutto il mondo, insegno loro
l’italiano, lo raccontai in un’intervista diversi anni fa.
La trovate QUI
Una buona fetta è arrivata in barca, qualcuno dalla Tunisia,
la maggior parte dalla Libia. Diversi, soprattutto dal Bangladesh, sono
arrivati in aereo a Tripoli. Fatico ad immaginarmi quel momento. Scendi da un
aereo, dove probabilmente ti hanno spiegato prima del decollo come affrontare
possibili emergenze, le uscite di sicurezza, il salvagente da gonfiare, il
fischietto eventuale. Magari qualcuno ha pensato… quasi quasi me lo porto
dietro. Invece scendono dall’aereo: per chiunque un aeroporto, un aereo, è
simbolo di viaggio comodo, veloce, sicuro, quasi di lusso. Invece arrivano in
una terra che li aspetta come i pescatori accolgono i tonni in una tonnara.
Dentro la rete.
Non hanno bagagli nella stiva, forse uno zainetto, credo che
nessuno controlli le dimensioni del bagaglio: due magliette, due mutande, un
paio di pantaloni di ricambio, il carica batterie. Punto.
Non ho mai osato chiedere cosa succede in quel passaggio
dall’aeroporto ad una di queste case dove vengono letteralmente chiusi dentro
ad aspettare. Di quel periodo raccontano in classe, in fondo ci possono anche
ridere sopra, ora, è superato: tre, quattro, ma anche sette mesi ad
aspettare. A non fare NULLA. Spesso non hai neppure il telefono. Mangi pane e
acqua o poco più e aspetti, stivati dentro, un paio di bagni per 50 persone.
Uscire? Impossibile, sarebbe troppo pericoloso. Qualcuno invece è stato in
galera, abbassa gli occhi, fa un gesto con le mani, come a dire: “Terribile,
lascia stare.” Ma c’è stato anche chi ha voluto raccontare di quel periodo,
aveva voglia di farlo: in galera sono botte, ogni mattina, botte con
un bastone, come fosse il buon giorno e il solito messaggio: “Dopo chiamiamo a
casa e ti fai mandare dei soldi”. Avanti, avanti, fino a che capiscono che
hanno spremuto a sufficienza. Anche noi un limone spremuto lo buttiamo. Certo
nell’umido, siamo civili.
Insomma, in un modo o in un altro, una notte si
ritrovano nella barca. Non è la prima persona che mi racconta che li ha
sorpresi la guardia costiera libica e sono dovuti tornare indietro. Al secondo
o terzo tentativo ce la fanno. Superano quella linea immaginaria, come fossero
tra due calamite, passata quella, passano a gravitare verso l’Italia, e da lì
si tratta di riuscire a fare l’ultimo tratto. La maggior parte di loro sono
arrivati con la loro imbarcazione fino a Lampedusa, altri sono stati tratti in
salvo da ONG o marina militare italiana, poco cambia per loro, bacerebbero chi
li ha raccolti, per loro sono gioia e lacrime.
Bene, una volta arrivati, chiunque penserebbe: “E’ fatta!”
Diciamo invece SI e NO. Guardandoli nei volti, ascoltandoli, stando con loro,
sudando insieme di fronte a queste lettere scritte su un quaderno un po’
sgualcito, con matite che sembrano scalpelli, si capisce presto. Lui o lei ha
superato il trauma, o almeno così sembra, quest’altro o altra invece se lo
porta dentro; la tristezza lo avvolge, come una di quelle bruttissime
coperte termiche che li fa sembrare usciti da Star Treck.
Ma veniamo al mio carissimo Abubakar (cambio il nome, non
vorrei mai…). Viene dalla Costa d’Avorio, giovane, alto, forte, parla sempre
con una mano davanti alla bocca, gli dico sempre di toglierla, che non si
capisce. Stupido che sono, ha dei denti grossi che sporgono un po’ in
fuori, la vergogna esiste in tutto il mondo.
Abubakar impara piano piano, fatica, anche se sa il
francese, l’italiano gli costa una gran fatica. Vive in uno di questi grandi
centri di accoglienza alla periferia di Milano. Da un po’ di tempo mi dice che
cerca lavoro, così lo metto in contatto con un mio amico che fa
questo servizio, legato ad una parrocchia, lo fa con grande scrupolo, serietà,
generosità. Così tre mesi fa il mio amico mi dice: “Avrei trovato da Mac
Donald, lo hanno conosciuto, ma vogliono che impari meglio l’italiano, lo
rivedranno ai primi di Aprile, cerca di insistere perché migliori.” Così parlo
con lui, cerco una seconda scuola che gli permetta di accelerare, gli do
compiti in più, arriva prima della nostra lezione e lavoriamo in due. Lui è
contento, ma i progressi sono lenti, questo è indubbio. Certo lui mi ha fatto
vedere che sognerebbe di fare il saldatore, mi ha mostrato anche due video, lo
faceva al suo Paese. Gli dico di aver pazienza, che cominci da qualche parte,
poi si migliorerà, si cercherà un corso di formazione, ma che intanto impari
bene l’italiano e inizi con questo primo lavoro.
Certo dentro di me penso: sono qui che col BDS, ma anche
prima, boicottiamo Mac Donald per la pessima qualità del cibo, gli allevamenti
a dir poco intensivi che ci stanno dietro, per le paghe da fame che danno, e
adesso pure Israele di mezzo. Ma penso a lui e dico: ma sì, che cominci, è
pur sempre meglio di niente.
Così due giorni fa è tornato; non è Abubakar a dirmi come è
andata, me lo scrive il mio amico: nulla da fare.
E io penso: questo giovane parte a 17 anni dal suo paese nel
cuore dell’Africa, raccolgono tutti i soldi della famiglia per pagare la
traversata, fa un viaggio pazzesco, rischia più volte la vita, ci mette
quasi un anno ad arrivare qua e finalmente si ritrova a Milano. Certo ci sono
tanti giovani come lui, ma la tua famiglia è lontana, i tuoi amici, la tua
terra, i tuoi sapori, profumi. E sai che per anni non li potrai sentire,
vedere, ci vorranno anni per avere quei documenti che ti permetteranno di
andare a trovarli. Ma tieni duro, non perdi il sorriso.
E noi? Prepariamo questa forza lavoro, queste
braccia, le prepariamo per essere servite in tavola, a puntino, perché
siano trangugiate da un sistema che è lo stesso che li fa morire in mare.
Coloro che guidano questo circo folle, questo sistema criminale, assassino,
questa “roulette russa” dove una buona fetta muore prima dell’arrivo alla
casella. Arrivare dove? Ad entrare nel tritacarne dove sarai sfruttato
dagli stessi che hanno, indirettamente ma con perfetta consapevolezza, lasciato
morire i tuoi fratelli e le tue sorelle.
Le aziende occidentali li aspettano: “ma per favore che
sappiano bene questa lingua! Non siamo mica qui a perdere tempo!” Come un tempo
si vendevano gli schiavi, incatenati su un palchetto, li si guardava, misurava,
si guardavano i muscoli, la dentatura. Qui si fa lo stesso, ci si aggiunge
anche il saper la lingua. “Cerchiamo forza lavoro qualificata!”
“Scusate -dico- avete ragione… dai Abubakar, la prossima volta andrà meglio, adesso prendiamo il libro. Anzi, aspetta, prima vieni che parliamo di qualcos’altro…”

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