Cos’è rimasto della rivoluzione sognata da Grillo?
Ha ragione Beppe Grillo: della sua rivoluzione non resta nulla, se non macerie fumanti
Un vecchio blog logoro che non aprivamo da anni,
qualche reduce pronto a sventolare la vecchia bandiera per racimolare voti, idee
folli accanto ad altre sensate e un simbolo destinato a finire in tribunale al
miglior offerente.
Grillo ha ragione nel suo sproloquio un po’ senile e sempre più
stanco, ma ha anche torto: quella rivoluzione era aria fritta, fatta della
stessa materia dei sogni, un impasto di insulti da bar e piccoli risentimenti.
Un programma smisurato che voleva abolire i partiti e, di fatto, la democrazia
come la conosciamo, per sostituirla con il partito unico del «popolo», affidato
a «portavoce» automi manovrati dai burattinai della piattaforma «Rousseau».
Era una rivoluzione populista e tecnocratica, nata dalla furia
creativa di un comico visionario e di Gianroberto Casaleggio, informatico
atteggiato a profeta. Due vecchi amici avevano intercettato l’eterna
insoddisfazione del popolo e pensato di usarne la rabbia per costruire qualcosa
di grande, mai visto, monetizzando nel frattempo il possibile. Corifei di
un’indignazione resa più seducente dalla verve dell’ex comico, sempre più simile
a Calvero, il Chaplin di «Luci della ribalta».
Doveva essere un trapianto di cuore per un’Italia moribonda;
invece il paziente ha avuto le convulsioni, è rimasto tramortito per un po’,
come dopo un elettrochoc, poi si è rialzato, malaticcio ma vivo, mentre i
presunti medici restavano con il bisturi in mano a gridare insulti
incomprensibili, destinati a tornare indietro. Riaprire oggi vecchi libri come
«A riveder le stelle» (2010) o il saggio «Chi ha paura di Beppe Grillo» (2008)
mette malinconia.
C’era il faccione beffardo dell’«Elevato» a spiegare «come
seppellire i partiti» e a ripetere uno slogan motivazionale finito nel cestino
della differenziata: «Loro non si arrenderanno mai. Noi nemmeno».
Dentro c’è il repertorio che conoscevamo e stavamo
dimenticando: i giornalisti «scarafaggi sopravvissuti a tutto» (forse non per
molto), i senatori «morti viventi», quella «merda di Fede», il Parlamento
«cloaca maxima», Topo Gigio Veltroni, lo psiconano Berlusconi, Cancronesi,
Montalcini «vecchia puttana», Bottino Craxi, Tremorti.
La deformazione oscena dei nomi, vecchio vizio fascista, faceva
ridere qualcuno ed è sopravvissuta nell’affezionato Marco Travaglio, che però
lo ha scaricato da tempo. Poi il complottismo che anticipa i no vax — le «tette
minacciate dagli screening», «i dieci vaccini obbligatori», il medico-eroe
Luigi Di Bella «ometto straordinario» —, il luddismo — il computer preso a
martellate, gli «Amish, che gente straordinaria, odiano ogni invenzione moderna»
—, i deliri securitari sulla scuola — «ci si può andare solo sotto scorta, una
palestra di sesso, droga e pestaggi» — e il temperamento da carceriere, con gli
strali contro «l’indulto selvaggio» del 2006, l’ultimo approvato dal Parlamento.
Che cosa resta, dunque, dei «vaffanculo» alla casta, dei «discorsi all’umanità», dell’«apocalisse morbida», dell’uno vale uno, dei monologhi, delle iperboli, dei catastrofismi, del moralismo rancoroso e delle solenni incazzature? Nel post di oggi, Grillo rimprovera i suoi ex seguaci: «Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni».
Il punto è che quelle istruzioni le avevano scritte lui e Casaleggio, e ai «grillini» restava solo il compito di seguirle. Altro che democrazia diretta e dal basso: il popolo era guidato dall’alto, dai dioscuri al comando, e i parlamentari dovevano limitarsi a schiacciare bottoni. Chi dissentiva veniva espulso subito, dopo processi pubblici para-staliniani.
Grillo elenca alcune battaglie a cui tiene ancora: «Distribuire
il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle
decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione.
Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni,
democrazia diretta e transizione ecologica».
La ricetta, però, resta la stessa: «Ascoltare i cittadini».
Come se il popolo avesse virtù taumaturgiche, una saggezza innata e una purezza
originaria, superiori alla mediocrità corrotta della casta dei politici, degli
intellettuali e dei medici. E come se non fossimo già in una democrazia, dove i
cittadini votano, scelgono i rappresentanti e quindi le idee da portare avanti.
Quando prova a dire qualcosa di diverso, il post diventa
interessante: da un lato rilancia vecchie intuizioni, dall’altro segue un
copione tutt’altro che rivoluzionario. Sostiene che per l’immigrazione serva
integrazione, che dovremmo controllare i nostri dati e verificare che la
tecnologia non serva solo a produrre profitti, ma anche a curarci meglio.
Poi rilancia il reddito universale — nei comizi Grillo
prometteva che un giorno nessuno avrebbe più dovuto lavorare per vivere — e la
democrazia diretta, con cittadini chiamati a votare di continuo. Utopie
bellissime, con un difetto decisivo: per diventare leggi e regole condivise hanno
bisogno della politica. Proprio quella politica che Grillo ha sempre
disprezzato, convinto che bastassero le sceneggiate dei suoi in Parlamento, tra
tetti di Montecitorio e striscioni srotolati, e che ogni formula o slogan
potesse diventare realtà senza mediazione. Ma è la politica, quella bella e sana,
ad averci dato la Costituzione, lo Statuto dei lavoratori, la riforma della
sanità e del diritto di famiglia, le leggi su divorzio e aborto, l’abolizione
dei manicomi, la riforma dell’ordinamento penitenziario, le unioni civili e molte
altre norme. Tutte leggi nate grazie ai partiti.
Forse i partiti non sono il «cancro della democrazia», come
diceva Grillo con il consueto tatto, ma uno strumento indispensabile:
imperfetto, bisognoso di manutenzione continua e sempre esposto a degenerazioni,
ma inevitabile finché non si inventerà qualcosa di meglio. Altrimenti, come
scrive lo stesso Grillo — basta sostituire «democrazia» con «partiti» — «quando
la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al
suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo».
Altre volte ha un cappello da giullare.
Del resto, fondare un partito è ciò che sta meditando Alessandro
Di Battista, uno degli ultimi «giapponesi» rimasti a combattere. Forse Grillo
si rivolgeva proprio a lui con questa sorta di manifesto politico pubblicato
sul «sacro blog», quando concludeva: «Il MoVimento era nato per affrontare
tutte queste domande, poi ha cominciato a occuparsi di se stesso. Ma le domande
non sono scomparse, sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che
provi a rispondere…».
Il leader della Restaurazione, Giuseppe Conte, ha risposto a
Grillo nel giorno della prima udienza della causa civile sulla titolarità del
nome e del simbolo del Movimento: «Ci accusa di aver perso la nostra identità?
Con tutte le battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Beh, lui aveva
detto che Draghi era un grillino. Fate un po’ voi». Una replica sbrigativa, poco
articolata, fatta della stessa materia degli strali grillini.
Questo, di certo, è rimasto nel Dna degli epigoni: il moralismo
qualunquista e un populismo retorico che individua nemici e si presenta come
liberatore del cittadino grazie alle eroiche battaglie «contro tutti».
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