Taranto vuole giustizia, la pretende e se la prende
“La Corte d’appello
accoglie la richiesta di inibitoria e (…) ordina la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello
stabilimento Ilva di Taranto, assegnando a queste ultime il termine di giorni
novanta, decorrente dall’ultima comunicazione del provvedimento, per il
completamento delle operazioni di sospensione sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo”: cinque righe tra la narrazione di Taranto, città inquinata e
il suo futuro.
Cinque righe - tra le 45
pagine dell’ordinanza della Corte d’appello di Milano - che aprono il mondo a
una comunità per quattordici anni umiliata, offesa, tradita.
Cinque righe attese da
quasi tre lustri: una vita, in pratica.
Cinque righe che
racchiudono tutte le migliaia di ore di assemblee, le manifestazioni per
strada, i sit-in, i presìdi davanti alla Prefettura o a Palazzo di città.
E l’attesa. Sì, quelle cinque righe le attendevamo perché sentivamo che questa fosse la volta buona.
L’azione inibitoria è stata intentata dai Genitori
tarantini e si è avvalsa della professionalità di due avvocati straordinari come Maurizio Rizzo
Striano e Ascanio Amenduni: due principi del foro in materia ambientale.
«Scacco matto !», è stato il primo commento dell’avvocato Rizzo
Striano, che ha scatenato l’entusiasmo sui social e nelle chat dei tanti
attivisti tarantini.
«Taranto vuole giustizia, la pretende e se la prende
: finalmente! Chi è stato dalla parte giusta della Storia forse potrà vedere ripagati i suoi
sforzi e le sue sofferenze; chi non lo è stato in breve tempo si affretterà a salire sul carro
dicendo che anche lui avrebbe dal principio voluto che tutto finisse così. Accade sempre, non
importa. Oggi si festeggia! La sfida del domani è più ardua che mai, tutelare finalmente la salute dei
cittadini ed anche il futuro dei lavoratori; ma ora c'è la speranza da cui
poter ripartire. Grazie, e coraggio», è uno dei tantissimi post che hanno invaso il web.
Dà il senso di tutto: chiudiamo una pagina buia per protenderci al futuro, con
responsabilità e idee chiare.
Noi di Tracce abbiamo
fatto della Taranto dopo l’Ilva la ragione stessa della nostra esistenza. Chi
ci ha seguito dall’inizio sa che avevamo chiaro come sarebbe andata a
finire con quel catorcio, prima o poi, e abbiamo cominciato a pianificare una
città che
guardasse oltre, che vedesse avanti.
Quel momento è arrivato.
«L’area a caldo dell’ex Ilva va chiusa entro 90 giorni», hanno ordinato i giudici
di Milano, ed è l’ora di riprenderci il nostro destino, ma
consapevoli di ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, affrontando a mani
nude uno Stato che invece ci sparava addosso con i bazooka per salvare una
fabbrica agonizzante, sotto tutti gli aspetti: ecologico, economico, lavorativo
e strutturale.
«Questa sentenza appartiene innanzitutto ai
Genitori tarantini - ha esordito Gladys Spiliopoulos, portavoce di Tracce aps -
che con coraggio, determinazione e uno straordinario senso civico hanno portato
avanti per anni una battaglia che non riguardava soltanto i propri figli, ma il
diritto alla salute di un'intera comunità. A loro, e agli avvocati Maurizio Rizzo Striano e
Ascanio Amenduni, va il nostro più sincero ringraziamento. Hanno dimostrato che
la perseveranza, la competenza e la fiducia nella giustizia possono cambiare il
corso della storia.
Da oggi, però, comincia la parte più
difficile. Questa decisione non deve essere vissuta come una vittoria contro
qualcuno, ma come l'inizio di una nuova responsabilità collettiva. Per troppo tempo Taranto è stata
divisa tra salute e lavoro, tra cittadini e operai, come se fossero diritti
alternativi. Non lo sono mai stati e non dovranno esserlo nemmeno oggi. La
salute dei cittadini e la dignità del lavoro devono camminare insieme.
Adesso abbiamo il dovere
di costruire una transizione giusta, capace di garantire un futuro ai
lavoratori e alle loro famiglie, valorizzandone competenze ed esperienza, e
allo stesso tempo restituire alla città il diritto di immaginare un modello di sviluppo
finalmente diverso. Basta divisioni.
È il momento di
autodeterminarci come comunità – ha concluso la dottoressa Spiliopoulos -, di
mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni, lavoratori, imprese, università, associazioni e
cittadini e costruire insieme la Taranto dopo l'Ilva. Perché questa sentenza non rappresenta la fine di una storia: rappresenta
l'occasione storica di iniziarne una nuova, scritta finalmente dai tarantini,
per i tarantini».
Tracce aps Taranto
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