Dirigere è tenere insieme



 Nato e cresciuto a Bagnoli, periferia d’acciaio e mare negato, Beppe Vessicchio capisce presto che il suono è insieme riparo e grimaldello, padre funzionario dell’ex Eternit, amianto ovunque, quattro palazzine e oggi pochi superstiti, lui, il fratello e la sorella a giocare nelle vasche di cemento e a far scorrere magneti sotto sacchi di terriccio per tirare su gli aghi di ferro dell’Italsider, scintille nere che luccicano solo se le guardi bene.

Dentro casa, la contro-melodia che aggiusta il mondo, zie la domenica, il giradischi che srotola canzoni napoletane, un fratello che canta già all’alba e lui che brama una chitarra più grande delle sue mani. Al liceo, durante le occupazioni, il suo pensiero è uno solo, suonare, se ne accorge il professore di latino, lo ascolta, riconosce un mestiere, lo ingaggia per un matrimonio di sabato mattina, lui marina la scuola e il prof gli firma la giustifica, atto fondativo, la musica come lavoro vero, non capriccio.

Al Conservatorio il diploma per chitarra non esiste, porta chiusa, lui trova lo spazio, entra da uditore, non perde una lezione di tecniche di direzione d’orchestra, si fa amico un custode con il taccuino pieno di rime, gli lima i testi e in cambio ottiene orari segreti, ingressi laterali, banchi buoni da cui vedere la bacchetta diventare architettura.

Qui si incide la sua regola di ferro, la p minuscola delle persone viene prima della B maiuscola dei busti, niente statue. Nel 1990 Sanremo gli spalanca la porta e l’Italia impara un annuncio che diventa rito (“Signore e signori, dirige il Maestro Beppe Vessicchio”), ma il punto non è la formula, è il gesto corto che allunga il respiro degli altri senza prenderselo addosso. Arrivano gli incontri, Whitney Houston alle prove che sposta l’asticella del possibile, il gioco alto con Elio e le Storie Tese (“dovevamo arrivare ultimi”), la stima asciutta per Pippo Baudo, musicista vero, la leggerezza esatta con Raimondo Vianello e arrivano quattro vittorie (Avion Travel, Alexia, Valerio Scanu, Roberto Vecchioni) trattate come verifica del metodo, mai come piedistallo.

Quando l’Ariston fa a meno di lui, zero sceneggiate, “La vita va avanti”, a mancare non è la luce, sono i colleghi, le cene, le risate. La tv dell’affetto lo elegge affidabilità, intesa con Fabio Fazio, invenzioni di Luciana Littizzetto fino al taglio di barba in diretta (sacrilegio solo da amici), poi “Amici”, la sala torna aula, l’autorità si abbassa di un tono, lui sostiene, corregge, aspetta, i ragazzi lo chiamano padre senza virgolette, l’unica gerarchia che non umilia, spazio dato.

Fuori dal frullatore, apre il laboratorio, “La musica fa crescere i pomodori”, l’armonia come nutrimento, la frequenza giusta che migliora ciò che nasce e cresce, mentre ripesca brani lasciati a metà, predilige collaborazioni meno comode e più sincere. Dietro il direttore c’è l’uomo, quarant’anni con Enrica, famiglia larga, casa che ride, e dietro il sorriso, le fragilità, la causa sui diritti con la Rai, vinta e sanguinante, promemoria che la dignità costa quando l’arte entra nell’industria, un rimpianto che punge (non avere incrociato Lucio Battisti) e un ricordo con Gino Paoli (“Ti lascio una canzone”) che indica il punto esatto in cui le parole cedono il testimone al suono.

Le sue fragilità sono scelte, esigenza di senso prima della ribalta, domande messe a tempo, perché questo respiro e non un altro, dove finisce la misura e comincia l’enfasi, qual è il confine tra arrangiare e dominare, riluttanza a scambiare volume per autorevolezza. In anni di urla televisive, preferisce l’abbassamento di voce e frantuma la scorciatoia pigra, popolare non è banale, l’orecchiabilità è progetto, un’orchestra è un Paese possibile in cui nessuno è uguale ma tutti sono accordati, p come prassi civile, B come busto di marmo lasciato alla polvere.

Questa è l’eredità, un metodo (ascoltare prima di dirigere), una postura (un passo indietro perché il suono arrivi un passo avanti), una lingua (arrangiare come tradurre, non occupare), una pedagogia (incoraggiare senza illudere, correggere senza umiliare, attendere senza cedere), una visione (quando il frastuono sale, cercare l’accordo possibile) e una grammatica minima da incidere a margine di ogni partitura.

Si fa icona pop senza perdere profondità, rarità assoluta, perché il meme non lo svuota ma lo usa come ponte, timbro, dinamica, impasto, contrappunto entrano nell’italiano quotidiano senza diventare feticci. Guardato nelle incrinature, dove la verità attecchisce, resta l’immagine di un’autorità mite e inesorabile, la forza di chi tiene insieme, la vittoria ostinata della p sulla B. E se oggi lo si saluta, lo si fa come in orchestra, stesso respiro, occhi su, conteggio sommesso uno, due, tre, quattro e poi quel silenzio pieno, mai vuoto, lo spazio esatto in cui le persone (prima) e la musica (subito dopo) possono finalmente cominciare.

Il gesto è ancora quello che ci tiene insieme:

Ciao, Peppe e grazie!

"Tutti hanno un talento, ma riuscire ad individuarlo è già una fortuna. Ogni persona è come una corda e possiede una capacità di vibrazione, quando incrociamo le nostre vere passioni, iniziamo a vibrare. Come diceva un mio amico e collega brasiliano, Vinicius De Moraes: la vita è l'arte dell'incontro"

Vessicchio

articolo di 

Marianna Porcaro


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