Le 3 cose che preoccupano Meloni






Sull’abilità di Giorgia Meloni nessun osservatore o lettore senziente può avere dubbi. Abbiamo a che fare con una politica eccezionale, un personaggio che ha già fatto la storia. Indicare i motivi è perfino superfluo: la prima donna al potere in questo Paese, la leader capace di trasformare un partitino che pareva un residuato bellico nella forza dominante, che veleggia verso la conquista di un terzo dell’elettorato.

Quanto all’efficacia della sua azione politica, naturalmente, i giudizi per fortuna divergono (fossero unanimi in un senso o nell’altro, sarebbe preoccupante per più di una ragione).

Quello che può essere utile, che Meloni piaccia o no, è ricordare cosa ha agevolato la sua ascesa, e provare a immaginare cosa potrebbe interromperla. Perché la novità è questa: il melonismo conosce i primi dubbi, al suo interno. Se non sulla qualità della sua proposta politica, sull’inesorabilità della sua durata.

Assodata dunque l’abilità, cominciamo a ricordare 3 cose in cui questa fuoriclasse della politica è stata fortunata.

  1. Il vento giusto al momento giusto Ovvero, il vento favorevole all’underdog di turno l’ha toccata quando si votava per le Politiche del 2022, e non per le Europee com’era capitato a Renzi nel 2014 e a Salvini nel 2019. Quindi si è presa il potere, con un quid ulteriore: al contrario dei 5 Stelle, che pure avevano potuto giocarsi il jolly populista alle Politiche del 2018, aveva (e infatti mantiene) una coalizione compatta, e non improvvisata come quella tra grillini e leghisti. Ma qui c’è un elemento di buona sorte in più.

  2. Gli avversari che si suicidano dividendosi Questa storia non è stata raccontata abbastanza. Anzi, è stata così rimossa che in questi anni ha prevalso il racconto di una straordinaria vittoria del centrodestra nel settembre ’22. Invece fu uno straordinario harakiri delle forze anti-meloniane, capaci di dividersi in tre tronconi: Pd-Alleanza Verdi Sinistra-+Europa, il Movimento 5 Stelle e Azione-Italia Viva.

    Queste forze presero circa un milione e mezzo di voti in più della coalizione Fratelli d’Italia-Lega-Forza Italia sia alla Camera sia al Senato, ma divise persero un mucchio di collegi uninominali. Il grande successo di Meloni fu un incredibile regalo di Letta, Conte e Calenda, che avevano sostenuto insieme il governo Draghi ma riuscirono a separarsi alle elezioni, l’esatto contrario del centrodestra.

  3. Il sostegno all’economia del Pnrr Terzo e decisivo fattore favorevole alla leader fratellista: il Piano nazionale di ripresa e resilienza, su cui aveva espresso tanto scetticismo quando era all’opposizione, è stato decisivo nella spinta al Pil. Senza, concordano tutti gli osservatori, saremmo in recessione.

Alla luce di questi fatti, è più facile intravedere le possibili nubi sul percorso meloniano. Tre cose che possono ostacolarlo.

  1. Le incertezze dell’era Trump A prima vista è controintuitivo, visto che con il presidente americano la leader della destra italiana ha affinità culturali e valoriali autentiche: il tradizionalismo, la lotta alla cosiddetta ideologia gender e al pensiero woke, l’odio per l’egemonia progressista. E soprattutto, la comune avversione per l’idea stessa di un’Europa forte, mai stata la tazza di tè della sovranista Meloni. Che preferisce quella di un’Italia che recupera sovranità rispetto alle istituzioni europee e si adagia sulla protezione bilaterale della superpotenza amica.

    Ma la realtà sta provando il contrario. Per Meloni si è rivelato più facile lo schema applicato con Joe Biden: arrivata al potere con lo stigma del retaggio fascista, doveva dimostrare piena affidabilità occidentale e c’è riuscita impeccabilmente, rompendo con Putin e sostenendo pienamente l’Ucraina.

    Il problema è che con Trump sono saltati tutti gli schemi: dell’affidabilità occidentale non sa che farsene, dell’Ucraina non gli importa. L’imprevedibilità è la sua cifra e così spiazza anche Meloni, che invece è metodica. L’ostilità di Trump verso tutti gli europei fa saltare alla premier il suo schema preferito, quello secondo cui l’interesse nazionale italiano lo può curare solo l’Italia e non può coincidere con (o diluirsi in) un interesse europeo in cui non crede. E che invece spesso emerge: sui dazi, sulla difesa dell’Ucraina, su una stabilità mediterranea e mediorientale vera e non solo orientata al business. Per tutto questo, il mondo di Trump è complicato anche per «l’amica Giorgia».

  2. Le opposizioni non possono suicidarsi due volte Almeno questo indica la logica. E lo indicano in particolare i risultati delle ultime Regionali, in cui il campo largo ha cominciato a definirsi più seriamente. Certo, un programma comune e una leadership riconosciuta da tutti sono ancora lontani, ma come ha detto Luciano Fontana, «molto difficilmente non si presenterà unito alle prossime elezioni nazionali». E i sondaggi indicano che le elezioni sono davvero contendibili, che le due coalizioni se la giocano punto a punto.

    Per questo per la premier diventa prioritario rimaneggiare la legge elettorale in senso proporzionale: via i collegi uninominali, in cui il centrosinistra è molto competitivo, e soglia di sbarramento abbassata dall’8 al 3% per i partiti che si presentano fuori dalle coalizioni, in modo da incoraggiare le velleità centriste di Calenda, il cui 3-4% potenziale può davvero fare la differenza. Sarebbe una scorciatoia verso il premierato, con un premio di maggioranza alla coalizione più forte. Lo scontro delle ultime settimane con il Quirinale mira probabilmente a indebolirlo nel caso abbia da ridire su queste manovre (spoiler: il presidente della Repubblica non si farà indebolire). In ogni caso, lo scenario non è più quello della sicura e trionfale riconferma del centrodestra nel 2027.

  3. L’economia può accartocciarsi «Il governo, dalla presidente del Consiglio ai suoi ministri, dovrebbe spiegare perché ripete, ogni giorno, che la nostra economia conosce un momento di grande vitalità».

    La conclusione dell’ultimo editoriale di Francesco Giavazzi riassume perfettamente la situazione, nonché la debolezza della narrazione più diffusa. Bravo il governo a tenere in ordine i conti e a farsi applaudire dalle istituzioni europee e dalle agenzie di rating (le stesse deprecate da Meloni per anni). Ma in termini di crescita e di investimenti, è la valutazione diffusa, in questi tre anni non si è mossa una foglia. E le stesse istituzioni Ue che gradiscono il deficit sotto il 3%, rivedono al ribasso le previsioni di crescita per i prossimi anni. Il tutto, in un quadro in cui la produzione industriale cala da due anni, le bollette sono le più care d’Europa, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 24,9% dal 2021 (26,2% i prodotti freschi), del 30% dal 2019. Troppo per dare tutta la colpa a chi c’era prima.

Ecco perché qualcosa è cambiato nella politica italiana. Meloni resta favorita, ma il suo trionfo non è più certo. newsletter Corriere della Sera





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