Oltre il bluff della decarbonizzazione


Taranto tra limiti tecnologici, diritto climatico e possibilità di futuro

 

Il convegno “Oltre il bluff della decarbonizzazione. Ex Ilva tra transizione mancata, lavoratori in esubero, diritto climatico e rischi sistemici”, svoltosi lo scorso 15 novembre presso la Biblioteca Acclavio, ha rappresentato un raro momento di discussione pubblica fondata su dati, diritto e scienza. Non un evento simbolico, ma un tentativo concreto di sottrarre il dibattito sul futuro di Taranto alle narrazioni semplificate e restituirlo alla comunità che lo vive sulla propria pelle.

Taranto ospita infatti l’unico ciclo integrale italiano ancora basato su altoforni e produzione primaria da minerale ferroso: un impianto che ha segnato la storia economica del Paese, ma che oggi risulta incompatibile con gli obiettivi climatici, sanitari e sociali che l’Europa impone e che il territorio reclama da anni. Mentre il Governo continua a presentare la decarbonizzazione come unica strada, gli interventi dei relatori hanno mostrato come questa visione sia sostenuta più da slogan che da basi tecniche e scientifiche solide.


Le parole chiave: realismo, scienza, limiti

Il prof. Gianluigi De Gennaro (Università di Bari) ha spiegato con chiarezza perché l’idea di riconvertire gli impianti attuali attraverso elettrificazione o idrogeno sia, allo stato attuale, tecnicamente ed economicamente irrealistica: «Se non si progetta science-based, non ce la facciamo. Né elettrificazione né idrogeno sono scenari possibili nelle dimensioni richieste: servirebbe un’energia che non abbiamo e una quantità di soldi che nessuno Stato o privato vuole mettere».

La riconversione tecnologica, nelle condizioni di Taranto, non eliminerebbe le emissioni nei tempi necessari, né ridurrebbe i rischi sanitari già documentati. I fondi europei — ha ricordato lo stesso De Gennaro — non sono pensati per rianimare vecchi modelli industriali, ma per sviluppare nuove economie territoriali.

L’ing. Mauro Solari, esperto di valutazioni ambientali, ha chiarito le incongruenze delle tempistiche ministeriali: «Non esiste alcuna possibilità di realizzare una decarbonizzazione in quattro anni. Solo la procedura autorizzativa richiederebbe almeno quattro anni, e altri sei per costruire gli impianti», evidenziando come di fatto Taranto resta sotto ricatto, alla luce delle soluzioni proposte dal Governo.

Solari ha evidenziato due vie che la politica potrebbe tentare per accelerare artificialmente i tempi: aggirare la normativa europea autorizzando gli impianti per legge e depotenziare la procedura di VIA, sostenendo che i nuovi forni elettrici sostituirebbero impianti più inquinanti. Entrambe ipotesi illegittime e foriere di nuovi contenziosi.

Sul piano del diritto, l’avv. Maurizio Rizzo Striano, già presidente della Commissione IPCC–AIA, ha ricordato che la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale proposta dal Governo è incompatibile con due capisaldi del diritto europeo: la necessità di una valutazione preventiva del danno sanitario e l’obbligo di considerare non solo tecnologie disponibili, ma anche la qualità reale dell’aria.

L’AIA, basata su dati emissivi del 2024 — anno di produzione minima — rende forzatamente “compatibile” ciò che a pieno regime non lo è. Per diritto europeo, l’area a caldo è destinata alla chiusura, poiché incompatibile con la vita umana (così come fu stabilito nel 2005 per la città di Genova). La decarbonizzazione, ha spiegato Rizzo Striano, richiederebbe non meno di dieci anni. Nel frattempo, si continuerebbe a produrre a carbone. Da qui la necessità del ricorso al TAR contro l’AIA: non una battaglia ideologica, ma un atto dovuto per riportare legalità, dati e responsabilità all’interno di un processo che riguarda la vita della città.


La dott.ssa Cristina Mangia (CNR–ISAC) ha ampliato la prospettiva scientifica mostrando come Taranto non sia un caso “tecnico” risolvibile con un impianto nuovo, ma un sistema complesso in cui ambiente, salute e dimensione sociale sono inseparabili.

«Dalla crisi climatica globale alla crisi locale di Taranto, non possiamo più permetterci narrazioni tecniche che ignorano le disuguaglianze e le vulnerabilità. Le soluzioni devono essere sistemiche».

Gli studi del CNR mostrano una diffusione dell’inquinamento che non riguarda solo i quartieri confinanti con la fabbrica, ma anche Paolo VI, dove anomalie di mortalità femminile e maschile richiedono risposte basate su dati, non su ipotesi. In una città con livelli di contaminazione storica ancora irrisolta, suolo e falde non bonificate, rischi incidentali elevatissimi, parlare di nuove linee produttive senza aver affrontato prima i danni esistenti significa perpetuare un modello già fallito.

La dott.ssa Paola Imperatore (Università di Pisa), ricercatrice di ecologia politica, ha inserito Taranto nel contesto globale del fallimento delle politiche climatiche basate sul mercato. Ha ricordato come dagli anni ’70 in poi la promessa della “crescita sostenibile”, fondata sull’idea che il mercato potesse internalizzare i danni ambientali, abbia portato a un’unica evidenza: le emissioni globali non sono diminuite, sono esplose. Taranto, secondo Imperatore, è il simbolo di un modello in crisi: «Il capitalismo verde promette tecnologie pulite, ma sposta solo i problemi nel tempo o nello spazio. E nei territori di sacrificio, come Taranto, ricadono entrambi».

Il dott. Roberto Giua, già direttore del Centro Regionale Aria di ARPA Puglia, ha evidenziato come i dati sulla qualità dell’aria e le condizioni degli impianti non siano compatibili con un innalzamento della produzione.

Il prof. Michele Carducci, costituzionalista climatico, ha mostrato l’assenza — nella proposta governativa — del riferimento agli articoli 9 e 41 della Costituzione, che impongono la tutela dell’ambiente e della salute delle generazioni presenti e future. Ha definito così ciò che è emerso: «Il bisogno, da parte della cittadinanza, di conoscere e comprendere la decarbonizzazione come possibilità di futuro.» Non uno slogan, non una promessa, ma un problema complesso che richiede partecipazione informata.

Le associazioni organizzatrici — Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, Associazione Genitori Tarantini, LMO Sindacato di Base, Terra Jonica — hanno ribadito un punto condiviso: Taranto non può essere trattata come una zona di sacrificio permanente, né come un alibi politico per progetti già scritti.

Vigilanza civica, formazione, conoscenza e partecipazione diventano strumenti imprescindibili.

E ora? “Oltre il bluff della decarbonizzazione” non è stato un episodio isolato, ma l’inizio di un percorso di approfondimento collettivo. La direzione tracciata è chiara: mettere al centro la comunità, la scienza indipendente, il diritto e la possibilità di immaginare un’economia non fondata sulla monocultura industriale, capace di liberare Taranto da un modello industriale che non la rappresenta più.

Perché non è transizione se non riduce le emissioni.

Non è futuro se non tutela vita, salute e lavoro.

 

Le associazioni organizzatrici

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