Scena muta della Meloni sullo scandalo Paragon
“Può garantire che su Paragon soldi pubblici non siano stati spesi per intimidire, manipolare, ricattare, screditare il servizio di politici, giornalisti, attivisti, preti?”.
Questa una domanda importante per la libertà di informazione e, anche stavolta, silenzio della Meloni nella Conferenza Stampa di inizio anno svoltasi ieri nell’aula dei gruppi parlamentari.
Lo scandalo Paragon riguarda giornalisti, attivisti e imprenditori italiani che hanno scoperto di essere stati bersaglio di un sofisticato attacco informatico volto ad acquisire le informazioni contenute nei loro smartphone.
Attacco informatico che usa uno spyware che è software pensato per infiltrarsi silenziosamente in un dispositivo, solitamente uno smartphone, e controllare ogni attività. Sono strumenti di sorveglianza, progettati per restare invisibili all’utente e ai sistemi di sicurezza.
Un semplice messaggio con un link malevolo può essere sufficiente per aggirare le difese del dispositivo. Gli spyware più avanzati entrano in azione anche senza che il bersaglio compia alcuna azione, attraverso attacchi cosiddetti “zero-click”.
Lo spyware copia documenti, foto, messaggi, registra chiamate, attiva la fotocamera, controlla gli spostamenti nel momento in cui avvengono. Praticamente la vita del soggetto spiato diventa totalmente monitorata.
La denominazione Paragon si riferisce all’azienda israeliana “Paragon Solutions” che produce “Graphite”, lo spyware più avanzato tecnologicamente esistente sul mercato.
La scoperta dello spionaggio è stata fatta all’inizio dello scorso anno attraverso un messaggio su WhatsApp inviato a 90 persone in tutto il mondo da tecnici di WhatsApp che, insieme all’Università di Toronto, hanno scoperto che attraverso una vulnerabilità non nota dello smartphone era possibile l’installazione da remoto di un software sul dispositivo della persona da spiare.
Era sufficiente un messaggio di WhatsApp e “Graphite” si installava. L’azienda israeliana vende questo software solo a organismi governativi di Paesi democratici. Negli organismi statali sono compresi anche i servizi segreti italiani. In Italia numerosi messaggi di WhatsApp avvertivano giornalisti e attivisti che erano spiati. Uno di questi messaggi è arrivato al direttore di Fanpage.
Il Governo ha ammesso di aver spiato attivisti come Casarini. Dopo WhatsApp anche Apple ha scoperto che il suo sistema aveva una vulnerabilità nel sistema dei messaggi. Sorge spontanea una domanda: chi può acquistare questo costosissimo spyware? Solo enti governativi, quindi nel caso italiano ad acquistarlo sono stati i servizi segreti e su ordine di chi? O uno Stato estero? Dal Governo mai una risposta. Matteo Renzi in Senato, alcuni mesi fa, interrogò sul caso Paragone la Meloni, che non rispose perché, secondo lei, sarebbe stata una “pubblicità del libro di Renzi”.
Nella conferenza di ieri l’unica risposta è stata: “Mi pare chiaro che l’Italia abbia dei problemi da questo punto di vista. Ho sempre detto che il tema era molto serio e che avremmo fornito tutte le informazioni che potevamo fornire per trovare una soluzione”.
Elusa la domanda fondamentale: può garantire che non sono stati spesi soldi del contribuente per acquistare lo spyware e intimidire, manipolare, ricattare, screditare politici, giornalisti, attivisti e preti? Dall’inchiesta giudiziaria per far luce su questa preoccupante vicenda, considerato che nello scorso mese di ottobre, quando la testata giornalistica investigativa IrpiMedia rivelò che erano spiati Caltagirone, uomo d’affari romano, e Andrea Orcel di Banca Intesa.
Abbiamo trattato solo una delle 42 domande fatte ieri alla Meloni, perché riteniamo il diritto all'informazione costituzionalmente sacro e non subordinato a controlli di “sapore” sudamericano degli anni '70.
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