“Abbasso tutte le guerre”: attualità del grido di un curato di campagna
(Foto di Wikimedia Commons)
Il 12 febbraio del 1965 i cappellani militari in congedo
della Toscana pubblicano su “La Nazione” di Firenze un comunicato nel quale
«considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta ‘obiezione
di coscienza’ che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione
di viltà» (il testo integrale in L. Milani, Abbasso tutte le guerre.
Lettera ai giudici. Lettera ai cappellani militari, edizione critica a cura
di S. Tanzarella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2025, p. 57).
Dall’esilio del borgo di Barbiana, sul Mugello, un loro
confratello, il parroco don Lorenzo Milani, reagisce con una lettera molto
ferma: «Avete insultato dei cittadini che noi e molti altri
ammiriamo» usando, «con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata,
vocaboli che sono più grandi di voi» (ivi, p. 62: il testo integrale della
lettera alle pp. 59 – 75).
La reazione del prete, già emarginato dalla sua stessa
Chiesa, scatena l’inferno: piovono da ogni parte lettere anonime di ingiurie e
di minacce (del tenore: «Non illuderti caro mio che quello straccio che porti
come vesta ti possa salvare, corri piccolo verme schifoso, verrà anche per te
l’ora che pagherai l’insulto a tutti i combattenti. Per tutto il male che fai
agli ex combattenti ti sputo in bocca, maiale d’un prete», p. 154).
Tra l’altro un gruppo di persone (militari e civili) sporge,
al Procuratore della Repubblica di Firenze, “formale denuncia” contro l’autore
della lettera e contro Luca Pavolini, direttore della rivista “Rinascita” che
l’aveva ospitata (ivi, pp. 77 – 82). La magistratura procede e don Milani è
convocato in tribunale a Roma, ma le gravissime ragioni di salute che
porteranno in breve tempo alla morte gli impediscono di spostarsi sino alla
capitale.
Allora l’imputato invia ai giudici una lettera nella duplice
qualità «di maestro e di sacerdote» in cui spiega di aver avvertito il
dovere morale di scrivere la precedente Lettera ai cappellani militari per
insegnare ai suoi alunni «come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha
libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e
perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto»;
«che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù,
ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né
davanti agli uomini né davanti a Dio»; «che se un ufficiale darà loro
ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in
una casa di cura» (il testo completo della Lettera ai giudici alle
pp. 83 – 118).
Si intuisce da questi brevissimi cenni che rileggere queste pagine di don Milani oggi è estremamente illuminante, soprattutto in questa nuovissima edizione critica che Sergio Tanzarella ha arricchito con una documentata, splendida Introduzione (pp. 11 – 52), con una Cronologia dei fatti relativi alle due lettere (pp. 53 – 56) e con un corposo saggio storiografico finale, Reato estinto per morte del reo. Don Milani e il suo insegnamento a processo (pp. 121 – 216).
Il volume, istruttivo per lettori di ogni età e grado di
istruzione, è stato curato da Sergio Tanzarella (già docente di italiano per
oltre venti anni a migranti e direttore dell’Istituto di Storia del
cristianesimo della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli) con un
occhio privilegiato a ogni luogo deputato all’educazione delle nuove
generazioni, perché «la scuola non ha bisogno di ulteriori menzogne sulla
storia e sulle guerre e nemmeno di acritica esaltazione di armi e di ubbidienza
militare, ha invece necessità della testimonianza dei nonviolenti come Lorenzo
Milani che risalendo controcorrente la storia nazionale, in nome della retta
coscienza, ne ha smascherato crimini, eccidi e cieche ubbidienze» (p.
216).
Siamo cresciuti, come generazione del 68' consapevoli che dopo due decenni dal processo di Norimberga fosse oramai chiaro in tutti che la non violenza non è scusa, né viltà, anzi è proprio lo strapotere dell''abbiamo fatto per dovere che é stato smentito dalla corte internazionale decretando la forca per i nazisti.


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