Venezuela e Stati Uniti, “Quando è troppo è troppo!”
Usa oltre 100 manifestazioni contro la cattura di Maduro
In meno di dodici ore dal rapimento del capo di
Stato venezuelano Nicolas Maduro da parte del governo americano guidato da
Trump si sono mobilitate oltre cento città sparse per gli Stati Uniti;
nella giornata di domenica 4 gennaio, altre quaranta si sono unite alle
proteste.
Sono da poco tornata da un presidio molto partecipato di
fronte al Metropolitan Detention Center a Brooklyn, dove hanno rinchiuso
Maduro. L’appuntamento era per le 11. All’inizio si è tenuto un breve comizio,
più di rito e per la folta stampa presente che per altro – non ci sono quasi
parole per esprimere il disgusto verso la vergognosa aggressione al popolo
venezuelano e l’ardire delle menzogne che si ostinano a propinarci. Poco dopo
ha preso forma un picchetto in fila indiana che girava su se stesso; il cerchio
si allungava di minuto in minuto accogliendo sempre più partecipanti. Sui
cartelli c’era scritto: “Hand off Venezuela” “No Blood for Oil” “US out of the
Caribbean” e tutti insieme ripetevamo gli slogan classici della protesta come “No
boots, no bombs! Venezuela isn’t yours”, con qualche new entry come
“USA out of everywhere” o “We Ask for Justice, You Say How. Free Maduro
Right Now”. Molti erano giovani, ma non mancavano anziani ed esponenti della
comunità venezuelana-caraibica con cartelli a sostegno del loro presidente
imprigionato.





La giornata di protesta degli americani è ancora lunga. Per domenica pomeriggio era stata annunciata una convocazione di massa, a cittadini/e e lavoratori, per partecipare a un webinar d’emergenza.
L’incontro, a cui hanno aderito studiosi, sindacalisti e molti altri relatori,
si è concluso annunciando l’intenzione di promuovere uno sciopero generale
perché “quando è troppo è troppo!” Ci sono già date papabili. Attendiamo
fiduciosi di saperne di più.
Nessuno pare credere alla teoria ufficiale del presidente narcotrafficante. Il Venezuela è uno tra i Paesi più ricchi al mondo: possiede giacimenti di petrolio da far impallidire l’Arabia Saudita, miniere d’oro e pure terre rare.
Perché dovrebbe darsi al narcotraffico? E questa potrebbe
essere la punta dell’iceberg. A molti di noi, me inclusa, il Venezuela sembra
essere saltato fuori dal cappello del mago l’altro ieri; in realtà da oltre
vent’anni il Paese è in un processo di emancipazione e recupero di democrazia –
la migliore, quella partecipativa – dopo quasi un secolo di dominazione
coloniale fedele alla dottrina Monroe imposta dagli USA. Chi, senza andare a
cercare su Google, si ricorda della protesta di “Caracazo”, sedata nel sangue
nel 1989 (più di 3.000 persone uccise) dall’allora Presidente Carlos Andrés
Pérez? Questo è il tipo di governo che piace agli States di Trump, il quale,
nella sua sfacciataggine, da una parte pretende che noi popolino crediamo alla
bugia della droga, dall’altra ha inviato un chiaro messaggio-minaccia ai Paesi
nei dintorni: “Il dominio americano dell’emisfero occidentale non verrà mai più
messo in discussione.”
Chi sarà il prossimo? Come spiega un professore al webinar, l’avviso è diretto alla Colombia, al Messico e al Brasile… E non è finita. O perché sei uno studioso e capisci dove puntano le mosse del governo, o perché non arrivi più a fine mese (e qui non c’è la pensione dei genitori che ti aiuta), comunque sia, ti è sempre più chiaro che qualcosa di molto potente ti sta inesorabilmente schiacciando. Il signor Trump, che ha incentrato buona parte della sua campagna elettorale sulla parola “pace”, oggi probabilmente, tra una partita di golf e l’altra, se la ride di aver gabbato i suoi elettori.
Fomenta conflitti in giro per il mondo (in un solo anno ha bombardato direttamente lo Yemen, l’Iraq, la Siria, la Nigeria, la Somalia, l’Iran, il Venezuela e indirettamente la Palestina e la Russia); al contempo in patria ha dato avvio a una spietata guerra contro i migranti, i lavoratori e l’intero popolo americano, che da qualche giorno, insieme al caro vita, deve affrontare la spesa triplicata dell’assicurazione sanitaria causata dal taglio di un trilione di dollari imposto dal governo all’ObamaCare.
Questo, si sa già, costerà la vita a migliaia di persone che si vedranno costrette a rinunciare alle cure mediche. Negli ambulatori, lo dico per esperienza, ancora prima di salutarti la segretaria ti chiede se possiedi un’assicurazione, poi ne controlla la categoria e finalmente ti sorride.
Per inciso Maduro l’hanno rinchiuso nello stesso carcere dove è detenuto Luigi Mangione. Vi dice qualcosa questo nome? È il giovane che ha ucciso l’Amministratore Delegato di una delle principali compagnie di assicurazioni mediche e ora rischia la condanna a morte.
Più volte l’ho sentito definire un “eroe”. È il clima di rabbia e frustrazione, sempre più palpabile, che fa esprimere così malamente, dalla pancia; al contrario, per bloccare la deriva dello strapotere delle élite, bisogna rispondere con intelligenza e civiltà, soprattutto unendoci. Solidarietà al popolo venezuelano e a tutti i popoli sotto embargo.
l'autrice
Sono nata a Milano ma la mia famiglia è cremasca. Ho fatto molti traslochi e da otto anni vivo tra l’Italia e gli Stati Uniti. Ma Milano e Crema rimangono le mie radici. Ho studiato filosofia negli anni 90 alla Statale di Festa del Perdono; sempre a Milano negli stessi anni ho incontrato lo yoga, da allora lo pratico e lo insegno. La mia vita e il mio pensiero si sono abbracciati in queste due passioni; da loro mi lascio condurre fiduciosa verso il futuro. Nel 2007 ho avviato il Centro di Yoga Tartaloto a Crema che continua a diffondere insegnamenti sotto la guida di altre valenti e care amiche insegnanti. I progetti sono stati tanti; uno merita menzione, “yoga for Parkinson”, da cui è stato tratto un libro Non Siamo Frankenstein, Siamo Dèi (Verona: Gingko, 2024).


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