Un talento in panchina da quattro anni
Champions League” di Connor Las Americas usa la metafora sportiva per leggere alcune dinamiche di accesso all’industria musicale
C’è un momento, nella carriera di ogni talento, in cui
l’allenamento non basta più. Ti alleni, cresci, migliori. Ma a volte, il campo
resta chiuso. La panchina diventa inattività contrattuale, l’attesa si
prolunga, il dialogo si interrompe. È da qui che nasce “Champions League”
(Daylite Records/3Esse Srl), il nuovo singolo di Connor Las
Americas: un racconto disilluso che adotta il linguaggio calcistico per
parlare di industria musicale, potere decisionale e occasioni negate.
Nel brano, l’allenatore diventa il discografico, il
giocatore l’artista.
Non c’è rabbia, non ci sono scontri né attacchi frontali. Solo una domanda, che
attraversa tutto il testo:
«se mi alleno bene, perché non mi fai giocare mai?»
Negli ultimi anni, l’industria musicale italiana ha
accelerato tempi e aspettative: contratti sempre più precoci, percorsi
compressi, dinamiche decisionali sempre più rapide. L’accesso al “campo” passa
spesso da scelte standardizzate, formati predefiniti, traiettorie obbligate che
non sempre tengono conto della maturazione artistica o della visione
individuale. In questo contesto, molti progetti restano in stand-by: firmati,
ma non realmente messi nelle condizioni di esprimersi.
A rendere questo equilibrio ancora più fragile è la mole
crescente di artisti che ogni anno affacciano sul mercato: un bacino amplissimo
di talenti, percorsi e aspirazioni che competono per uno spazio sempre più
ristretto. In un sistema saturo, il sogno diventa una leva potentissima –
perché muove sacrifici, attese, rinunce – ma anche estremamente delicata. Vale
nello sport come nell’arte: la promessa di un accesso possibile al campo, al
palco, alla visibilità, può sostenere un percorso o incrinarlo, soprattutto
quando resta rinviata troppo a lungo; una convocazione rimandata
indefinitamente.
A questa pressione strutturale si aggiunge un altro
elemento, meno visibile ma decisivo: la distanza tra chi prende decisioni e i
percorsi artistici che dovrebbe accompagnare. In molti casi, alla firma non
segue un reale lavoro di sviluppo, mediazione o lettura del progetto nel tempo.
Mancano spesso figure capaci di tradurre il potenziale in direzione, di gestire
le fasi di attesa, di sostenere la crescita senza forzarla dentro traiettorie
standard. Il risultato non è il fallimento immediato, ma una sospensione
prolungata, che lascia l’artista formalmente dentro il sistema ma, di
fatto, fuori dal campo.
“Champions League” parla proprio di questa condizione,
quella di chi viene messo sotto contratto troppo presto, senza un reale
allineamento di visione, e si ritrova bloccato, invisibile, costretto a
guardare la partita dalle tribune.
Connor non invoca protezioni, non infanga la maglia. Chiede
spazio. Anche solo cinque minuti nel recupero. Il tempo necessario per
dimostrare il proprio valore. Al mister, ma soprattutto a un pubblico che non
ha ancora avuto modo di vederlo giocare.
Le tribune che “non fanno bene”, la richiesta di essere
“messo sul mercato”, il rispetto per la squadra nonostante tutto, il sogno
infantile della Champions League citati nel testo, restano intatti anche quando
la carriera si inceppa.
L’artista mette in forma canzone la sua vocazione: una
vocazione che non si spegne, nemmeno durante e dopo l’esclusione.
Rimasto artisticamente bloccato per quasi quattro anni dopo
un contratto discografico firmato nel 2020, a causa di un conflitto profondo
sulla direzione artistica e sull’unica strada che gli veniva concessa — quella
di un talent show che non sentiva propria — Connor Las Americas ha attraversato
un lungo contenzioso legale, concluso con la riconquista della sua libertà
creativa. “Champions League” è il primo brano che segna questo ritorno.
Scritto a quattro mani con Francesco Mattia Pisapia e
prodotto da effemmepi, il singolo non vuol essere una resa dei conti, né una
richiesta di indulgenza, ma una presa di parola consapevole su
ciò che accade quando il talento resta in panchina, anche a fronte di
aspettative e prospettive iniziali che sembravano già tracciate. Il
racconto, spogliato da polemiche sterili, di cosa resta, dentro un
artista, quando il sogno è ancora lì, ma l’accesso è negato.
«Ci tenevo a raccontare cosa succede quando sei dentro un
sistema, ma non ti è permesso agire - dichiara Connor Las Americas -.
Nel calcio come nella musica, la panchina non è solo attesa o esclusione: è un
tempo che passa senza possibilità di mettersi alla prova. Con questo brano non
cerco colpevoli, ma rivendico il diritto di ogni talento di misurarsi con il
proprio pubblico, anche solo per cinque minuti di recupero.»
Oggi Connor sceglie di ripartire da Daylite Records,
una realtà allineata ai suoi valori: un cambio di squadra, non una fuga. Un
nuovo inizio, dopo una lunga attesa.
“Champions League” parla di musica, ma riguarda anche il
lavoro, il merito, il tempo sospeso di un’intera generazione che si allena
senza sapere quando — o se — arriverà la convocazione.
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