L’uomo che toccò il cielo con un guantone
Ricordo di Umberto Vernaglione. Fu un pugile formidabile, campione d’Italia, esaltato e celebrato, amato da quasi tutta Taranto.
La sua fama oltrepassò i confini. Era nato nel ‘33, è morto nel 2020,
dopo aver conseguito centinaia di vittorie. Fu campione italiano anche da
dilettante e da giovane mostrò il suo talento anche a Helsinki.
di Franco Presicci
TARANTO - Avevo forse dieci
anni quando lo vidi la prima volta. Andavo a prendere lezioni di matematica
dalla signora Ida, che faceva l’impiegata in Arsenale, e ogni tanto vedevo Umberto
Vernaglione, stagliato sulla porta della sua abitazione, a cui si accedeva
salendo un paio di scalini. Osservava i passanti, omaggiando ciascuno di un
sorriso dolce e appena accennato. Era cortese anche con me, che ero timido e
portavo i pantaloni corti fatti da mia madre. Umberto aveva il viso di un
attore dello schermo, di quelli che fanno girare la testa alle donne.
Dopo qualche anno seppi che
combatteva sul ring, con stile, compostezza, tranquillità (lo scrivevano i
giornali). Poi divenne campione italiano e continuava ed essere alla mano e
tutti a Taranto avevano sulle labbra il suo nome, soprattutto nei luoghi
di ritrovo. Non soltanto i “fans”, che accorrevano ad applaudirlo. Io non ci
andavo spesso, perché in famiglia non volevano che vedessi due giovanotti a
torso nudo e in calzoncini che si davano pugni sul naso e a volte uno di loro
violando la guardia dell’altro lo stendeva sul tavolato con un diretto. Durante
un incontro, mentre Umberto chiudeva, martellandolo, l’avversario in un
angolo, gridai: “Dai, sei grande!”, ma la mia voce, per quanto alta, fu
soffocata dal pubblico in visibilio.
Mi appariva imbattibile. Era discreto, rispettoso, un galantuomo. Non ricordo che anno fosse (ero arrivato da Milano una settimana prima), quando un giorno - ero fermo dove via Nettuno sfocia in via Dante - mi si avvicinò un signore: “Lei è…?”.
Lo riconobbi immediatamente e stavo per cedere all’impulso di abbracciarlo. Non era cambiato, a differenza di certe persone che incrociate in via D’Aquino si fa fatica a identificare anche se elencano dettagli di fatti di tanti anni fa, per smuovere la tua memoria. Fu un saluto veloce, un fremito di vento, una meteora, un battito d’ali: mi strinse la mano e si allontanò verso le palazzine della stessa via Dante con affaccio sul largo che ha in pancia il ricovero antibombe della seconda guerra mondiale, e scomparve all’angolo con via Temenide, per andare chissà dove.
All’amico che avevo aspettato dissi: “Sai con chi ho parlato poco fa? Con Umberto
Vernaglione. Da ragazzi lo consideravamo un mito, ricordi?”. “Certo che ricordo, il campione”.
Umberto non amava il rumore, non era in cerca di
visibilità, che aveva avuto per anni, facendo spellare le mani agli ammiratori.
Tentava di passare inosservato, di evitare le richieste dell’autografo. Era
l’orgoglio di Taranto. Andai a vedere l’incontro con il milanese Giancarlo
Garbelli, nel ‘57, al circo Togni, sulla discesa Vasto, e lo seguii con
passione. Ricordo ancora le emozioni che quel pomeriggio mi procurò
nell’assistere al “match” e molto vagamente a quello che accadde nel suo
svolgimento.
Ne ho tanti, di ricordi, uno più bello dell’altro. Li ho sciolti spesso stando con gli amici durante i banchetti a casa di uno o a quella dell’altro. Chi amava la “boxe” e non era della mia città voleva saperne di più e faceva domande alle quali io non sapevo rispondere, almeno non a tutte, ma mi entusiasmavo raccontando quel poco che conoscevo della storia di questo pugile fuoriclasse, dal “curriculum” strapieno di glorie, sempre presente nelle pagine di cronaca sportiva, che parlava del suo pugno pesante, della sua resistenza fuori del comune, del suo incontro con Helmut Hohmann, il 30 maggio, ‘56, nella Bimare, riunione esaltante, in cui alla quarta ripresa batté l’avversario prima del limite. Ha combattuto contro assi agguerriti e e anche quando è stato sconfitto (i momenti no capitano anche ai giganti) lo ha fatto con dignità.
In
una cronaca lessi della potenza micidiale del suo pugno e delle sue altre
qualità. Insomma un lottatore da far brillare nell’albo d’oro della città.
A Taranto, dove era nato il 24 aprile del ‘33, era un vessillo. Mi piacerebbe essere in grado di rinverdire ogni cavicchio delle scalate dell’asso peso welter, che combatté a Milano, a Bologna e in Svizzera...
E adesso? Lo ricordano ancora, quel campione dai modi garbati, quel cavaliere che aveva il passo felpato e la parola misurata, mattatore sul “ring”, dal pugno quasi sempre preciso, in piena osservanza delle regole? Era stato campione già da dilettante. Aveva debuttato a vent’anni, il 15 febbraio del ‘53, battendo Benito Rovinelli. Qualcuno ha scritto che era predestinato a toccare i vertici. I tecnici non lo perdevano mai di vista: avevano capito che si avviava verso una carriera luminosa e a 15 anni, nel ‘56, la Nazionale italiana lo segnalò per le Olimpiadi di Helsinki. Era salito su un ring a 14 anni. Da dilettante disputò 72 incontri, vincendone 71; da professionista 50 e 36, raggiungendo il campionato italiano prima dei pesi welter e poi dei medi.
Elia, il figlio, a sua volta cortese, disponibile, senza rasentare la retorica racconta piacevolmente, includendo anche i dettagli. Conosce bene la storia sportiva del padre e le condizioni di Taranto all’epoca in cui si batteva. Quello che non ha vissuto lo ha saputo dagli altri; e ora interpellarlo è come stappare una bottiglia di “champagne”. “In famiglia mio padre parlava poco della sua attività professionale e non ci ha mai portati in una palestra, era un uomo unico, non si vantava mai dei suoi ‘matches’. Quando tornava dai suoi viaggi, pronunciando il mio cognome, qualcuno mi chiedeva: ‘Per caso conosce o è parente del campione Vernaglione?”.
“Che padre è stato?”.
“Per noi un esempio, un modello. Se parlava
di ‘boxe’, non entrava mai nei particolari; non parlava mai di sé; e se
accennava ai suoi avversari aveva sempre parole di rispetto e di stima. Ci
esortava a non frequentare la strada, ad evitare i giochi che vi si facevano e
di pensare allo studio”.
A quell’epoca i giochi erano la livoria, ‘u spezzìedde”, le cinque pietre, “’u turnìedde”… e in via Dalò Alfieri, nel punto in cui incrociava via Giusti, dove Umberto abitava, c’era l’ufficio dei vigili urbani. Umberto a sua volta aveva avuto ottimi genitori: la mamma operaia a Buffoluto, il padre aviere, scomparso troppo presto, lasciando la moglie e quattro figli. Umberto aveva sei mesi; Enrico, il più grande, è diventato un luminare della medicina, noto nel mondo.
Alla fine degli anni ‘50 il fuoriclasse lasciò il “ring”, archiviando tanti successi. Ma i tarantini continuarono ad esaltarlo, ad amarlo, il loro mito. Ovunque lo intercettassero lo accerchiavano applaudendolo.
Il giorno in cui venne verso di me c’erano gruppi di persone che conversavano, ma nessuno fece caso alla sua presenza. Un fatto singolo? Non vorrei che, com’è capitato ad altri, la Bimare, con il tempo, lo avesse dimenticato. Comunque c‘è, come chi scrive, chi ha di lui ricordi palpitanti anche della sua umanità, della sua lealtà, della sua virtù di tenere lontana l’enfasi.
Era l’orgoglio di Taranto. Attraversò una strada difficile, che gli impose tanti sacrifici. “Si allenava nella palestra della scuola Acanfora, in via Dante, o in quella della scuola Virgilio, nell’omonimo viale”, aggiunge Elia. E arrivò ad essere richiesto da grandi aziende, ansiose d’inserirlo nelle loro formazioni sportive (la Ignis aveva anche una formazione di ciclisti, tra cui Maspes).
Verso la fine della conversazione, quasi temendo la risposta, ho domandato a Elia notizie del padre. “Umberto non c’è più. E’ morto il 4 aprile del 2020, all’età di 86 anni”. Un macigno sulla testa, una frecciata, un colpo basso. Si pensa che i campioni non debbano andarsene mai, almeno nel ricordo di chi li ha esaltati, celebrati, tenuti nel cuore. E’ stato una gloria e bisogna farlo conoscere alle nuove generazioni, che già fanno fatica a ripercorrere il passato. Va bene far leggere Kafka in via D’Aquino, come ha fatto tempo fa Nicola Mandese in una serata di freddo e di pioggia, ma ricordare Umberto Vernaglione sarebbe iniziativa saggia e dovuta. Le generazioni si susseguono, gli anziani non insegnano più niente, loro stessi hanno la memoria inceppata, la storia di una città perde pagine.


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