Manifestare per l'Iran? C'è un'inerzia bipartisan in Italia
L'inerzia bipartisan per l'Iran, le piazze che non ci sono e l'interventismo democratico
di Alessandro Trocino (Corriere della sera)
Si fa un gran parlare in questi giorni di un presunto silenzio a sinistra sui massacri del regime islamico d’Iran. Come spesso accade, le questioni di politica estera, viste con il filtro domestico, mettono in moto una serie di riflessi condizionati che incrociano le storie dei partiti, le ragioni di principio e quelle geopolitiche. A sinistra, dice la destra, si fa finta di nulla.
Adunate oceaniche per i palestinesi e Gaza, poco per l’Ucraina, nulla per l’Iran. E a destra? Esponenti di terza fila dei partiti, insieme a ignoti «rappresentanti» iraniani e simpatizzanti d’Israele organizzano presidi semideserti. Se c’è mobilitazione, è più contro la sinistra che contro l’ayatollah Khamenei. Tra le poche voci che si levano, quelle del «centro».
La mitica area politica, data per dispersa e inghiottita dagli opposti
estremismi, sembra miracolosamente risorgere, sullo sfondo dell'antica Persia.
E così l’unico leader nazionale che, senza troppi riscontri, lancia una grande
manifestazione per il popolo iraniano è Carlo Calenda. Nelle piazze
si vedono soprattutto rappresentanti di Azione, di +Europa, di Italia Viva, i
liberaldemocratici di Marattin e i riformisti centristi del Pd. Gli altri o non
ci sono o se ci sono, fanno di tutto per non farsi vedere.
Ma perché il sistema bipolare dimostra tanta freddezza verso l’Iran, nei suoi leader come nel suo popolo? Francesco Cundari, su Linkiesta, sostiene una tesi radicale e deprimente: «A volte penso che l’Italia – e certo non solo la sinistra, né solo la politica – abbia un problema con i regimi autoritari, nel senso che abbiamo una naturale tendenza a empatizzare con gli aguzzini».
La citazione di Maurizio
Landini, che ha definito il tiranno Nicolas Maduro «un presidente eletto
dal popolo» è d’obbligo. Ma davvero simpatizziamo per le dittature? Neanche
alla destra contemporanea e nostrana possiamo addebitare questo cattivo
pensiero. Probabilmente, però, il retroterra è lo stesso di sempre: certi
Paesi, certi popoli, pensiamo, non sono fatti per la democrazia. Se
la dittatura non produce danni all’esterno, ovvero se non tocca i nostri
interessi, va benissimo così. Altrimenti, tocca intervenire.
La destra trumpiana sa cosa fare. Ha già dimostrato di poter usare il suo metodo più tradizionale, le bombe, perfetto per non sporcarsi con i «boots on the ground». Se gli iraniani continuano a uccidere i manifestanti, ha avvertito Trump, interveniamo ancora. Tanta sensibilità esibita, per ora, e nonostante il corollario di morti, non è stata seguita da una nuova azione militare.
Se arrivasse, servirebbe più che a
salvare i manifestanti o la democrazia, a portare a un regime change,
magari instaurando un governo fantoccio, amico degli Stati Uniti e
di Israele. E magari rispolverando dalla terra di nessuno in cui ha vissuto
finora l’erede al trono, l’opaco figlio dello Scià. Ma non è
neanche escluso, come sembra di capire dalle interlocuzioni delle ultime ore,
che Trump opti per una «soluzione venezuelana», ovvero per una lieve
correzione di rotta che, attraverso un dialogo con gli ayatollah, consenta
qualche vantaggio economico e geopolitico agli Stati Uniti e soprattutto al suo
Presidente. Quanto ai morti, pazienza.
La destra di governo italiana è cauta. Ci sono rapporti diplomatici e commerciali con lo Stato iraniano, c'è una realpolitik che fa sempre premio. Ed è meglio aspettare di capire cosa farà Trump, prima di lanciare proclami.
Certo, un po’ di solidarietà non si nega a nessuno, ma senza
esagerare. Giorgia Meloni non ha lanciato grandi manifestazioni né
si è soffermata commossa sulla sorte del popolo iraniano. E neanche i suoi
colonnelli hanno versato troppe lacrime. Forza Italia non si è
fatta granché sentire, a meno di non voler considerare ancora della
partita Francesca Pascale che, come titola il Tempo, «ha
strigliato i fascisti rossi silenti sull’Iran». Quanto alla Lega,
difficile pensare che il popolo salviniano possa scendere in piazza per
qualcosa che non siano la Padania o le tasse. «Mi chiedo -
dice Ivan Scalfarotto (Italia Viva), uno dei più attivi nel
difendere gli oppositori al regime - perché la Farnesina non abbia
ancora convocato l'ambasciatore iraniano».
E a sinistra? L'apatia e il disinteresse che si denunciano non sono neutri. Ne scrisse qualche tempo fa Andrea Minuz sul Foglio, ricordando «il consenso spontaneo e italianissimo per le tirannie, purché gridino morte all’America, all’Occidente, a Israele».
Bisogna dire
che il regime iraniano lo ha gridato spesso e volentieri e anzi ha incarnato il
peggior nemico delle tre entità. E, come dice il proverbio, il nemico (l'Iran)
del mio nemico (Stati Uniti e Israele) è mio amico. Filippo Sensi,
riformista dem, ci spiega che in effetti aleggiano queste motivazioni su una
certa freddezza a sinistra: «Il fatto che la rivoluzione contro il regime
sia provocata o sollecitata o ben vista dagli arci cattivi del momento, Trump e
Netanyahu, mette qualche cautela in più nell’organizzare l’adesione. Il rischio
che si passi dalla padella alla brace è evidente. Devo dire però che sul fronte
delle proteste di "Donna, vita e libertà", e quindi sulla repressione
delle donne e della libertà, ho visto una sinistra molto sollecita. Non solo
quella liberale, anche Ilaria Salis ha dimostrato sensibilità». Scalfarotto è
più netto: «Se davvero a sinistra non si manifestasse perché l'Iran è
il nemico di Israele sarebbe terribile. Stiamo parlando di un regime
ripugnante, che impicca alle gru i dissidenti».
Poi c’è la questione delle origini della Rivoluzione
khomeinista. L’ayatollah, nel suo esilio parigino in attesa della
fuoriuscita dello Scià, era osannato da alcuni intellettuali della sinistra e
le speranze dei progressisti non erano poche, prima che Khomeini calasse la
lama dell’integralismo islamico sulla testa degli iraniani. Michel
Foucault scriveva sul Corriere della Sera reportage commossi
per quella azione rivoluzionaria dal basso, «con le mani nude», di impronta
maoista. Una lotta di classe che spazzava via possibili sviluppi di
tipo cileno e impartiva un duro colpo all’imperialismo americano. «Ma
davvero oggi – ci dice Sensi – qualcuno ricorda quel che
scriveva Foucault?». E si potrebbe aggiungere: davvero oggi si sa chi era
Foucault?
E allora, forse, non è tanto o solo una questione di indifferenza, ma piuttosto una sensazione di impotenza. Se si manifestava per Gaza, era per convincere gli Stati occidentali a non mandare più armi al governo israeliano, o a riconoscere lo Stato di Palestina, nella convinzione che ci fosse uno spazio per costringere Netanyahu a un passo indietro. Ma in Iran? Tra l'altro per Gaza c'era un ampio fronte che accomunava arabi e musulmani d'Europa, ben al di là dei palestinesi, in numero molto superiore agli iraniani fuoriusciti.
Ma poi, scendere in piazza può servire a
qualcosa, che non sia una testimonianza, un sostegno simbolico? E se la ricetta
di Trump sono le bombe, oppure il metodo transazionale, cosa può fare
di concreto la sinistra, italiana e mondiale? Elly Schlein non è certo
imputabile di indifferenza. Si è schierata con chiarezza dalla parte delle
donne iraniane, nella rivolta seguita alla morte di Mahsa Amini, e
ieri a Otto e Mezzo ha pronunciato parole chiare e sincere contro il regime
islamico. Non si può chiederle di approvare un intervento militare
armato di Trump. Del resto, non lo si chiede neanche all’alleata
italiana, la premier Meloni.
Che fare, dunque, con un massacro in corso? Come
rispondere alla richiesta disperata di chi subisce la repressione? Schlein, in
risposta alla domanda inevitabile sull’appoggio di un’azione militare, ha
risposto con un’invocazione delle sedi multilaterali e in particolare
dell’Onu. Cundari replica: «Ovviamente Schlein sa benissimo che Russia
e Cina all’Onu hanno diritto di veto, ragion per cui pensare di potere
prendere in quella sede qualunque decisione tesa anche solo a scalfire il
potere degli ayatollah è semplicemente fuori dalla realtà».
Riccardo Magi spiega che «l’Italia deve
lavorare con l’Unione Europea, le Nazioni Unite e gli organismi internazionali
promuovendo sanzioni mirate contro i responsabili della repressione, rafforzare
il sostegno alle indagini internazionali sui crimini commessi, difendere il
diritto all’informazione e offrire protezione a chi è costretto a fuggire».
Basta? Sensi ha organizzato una manifestazione a Roma, una
decina di giorni fa. Con altri, ha portato fiori sulla statua di Firdusi,
al Flaminio, davanti alla Galleria d'arte moderna: «È il poeta simbolo per
l’Iran, un po’ il loro Dante». E mercoledì al Senato farà una conferenza
stampa con altri esponenti centristi e alcune attiviste iraniane.
Ma Sensi non si nega neanche un ragionamento politico più ampio e interessante, che riporta tutti su un terreno fragile, sdrucciolevole, ma comunque da esplorare: «Noi a sinistra non possiamo farci bastare la difesa del diritto internazionale. Sotto i colpi di maglio di Trump, rischia di essere uno still life, la natura morta di un passato che non c’è più. È giusto parlare di stato di diritto e di rule of law, ma non possono essere il nostro alibi. Di fronte a un mondo che cambia a spallate, non possiamo opporre le Nazioni Unite a Trump. L’idea di muoverci insieme dovrebbe essere la nostra stella polare. Bisogna tornare al concetto di interventismo democratico. Srebrenica dovrebbe averci insegnato qualcosa. Non c’è solo il bullismo trumpiano. Naturalmente, questo non vuol dire imbarcarsi in guerre disastrose come quelle dell’Iraq. Ma bisogna ricordare che c’è stato un passato in cui la sinistra non ha evitato di prendersi le sue responsabilità di fronte al dramma dei diritti umani. Non possiamo stare solo dietro alla Carta dell’Onu. Di fronte all’Ucraina, alla Georgia, all’Iran, non possiamo fare solo chiacchiere». Alla sinistra del campo largo e ai 5 Stelle questi discorsi non piaceranno. «Lo so, mi daranno del bellicista, ma non avrebbe senso. La colpa della guerra non è di chi reagisce a un’aggressione».

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