Incutere timore per sentirsi al sicuro: un’illusione mortifera
«Per essere temuti, occorre essere potenti. E per essere potenti in questo mondo così brutale, occorre essere più veloci e dimostrarsi più forti».
Con queste parole, pronunciate da Emmanuel Macron in
occasione del discorso prenatalizio alle forze armate, il presidente della
Repubblica francese trasmette sì un messaggio di sostegno ai militari, ma
soprattutto ribadisce una visione del mondo ormai obsoleta, profondamente
radicata nell’immaginario guerrafondaio degli Stati moderni: quella per cui la
sicurezza si fonda sulla potenza distruttrice accumulata e sulla capacità di
colpire più velocemente l’avversario, due elementi che servono a incutere timore
al nemico.
Una storia già nota. Da diversi secoli, infatti, costituisce
le fondamenta del pensiero strategico delle potenze militari: incutere timore
per sentirsi al sicuro. Accumulare strumenti militari per dissuadere
l’avversario. Accelerare per non essere superati. Ma questa logica, presentata
come “realismo”, merita di essere indagata per quello che è realmente: una
spirale che non fa altro che generare violenza, che contribuisce meno a
prevenire la guerra di quanto non la renda sempre più probabile.
E questo perché, contrariamente a quanto afferma il
Presidente della Repubblica francese, voler essere temuti non equivale a voler
essere rispettati. Il timore non genera stabilità né tantomeno fiducia, ma
paura, sfiducia e non fa altro che preparare allo scontro. Un mondo in cui ogni
potenza cerca di essere più veloce e più forte dell’altra non è un mondo più
sicuro; è un mondo messo sotto scacco in modo permanente, in cui l’escalation
diventa normalità e l’errore, l’incidente o la cattiva interpretazione possono
condurre a conseguenze irreversibili.
La storia militare è piena di esempi in cui la corsa alla
potenza invece di dissuadere ha condotto alla catastrofe. Nel 1914, per
esempio, la paura di essere battuti sul tempo portò gli Stati europei più
importanti a privilegiare l’attacco rapido e massivo, rendendo la guerra non
solo possibile, ma anche inevitabile. Questa filosofia strategica condivisa ha
trasformato la paura del ritardo in motore della catastrofe. E l’orribile
risultato è sotto gli occhi di tutti. In tempi più recenti abbiamo la minaccia
nucleare, spesso presentata come garanzia di pace, ma che in realtà si basa
sulla minaccia di una distruzione di massa, ovvero sulla possibilità reale
dell’annientamento. Possiamo davvero considerare questa una politica di
sicurezza?
Affermando che «il mondo è brutale», il discorso
presidenziale avalla questa brutalità come un danno imprescindibile, quasi
naturale. Trasforma uno status del mondo storicamente prodotto dalle rivalità
tra potenze, dalle logiche imperiali, dalle illegalità di massa, dalle economie
militarizzate in fatalità, alla quale non possiamo fare altro che adattarci.
Orbene, spesso quello che la politica chiama «realtà» altro non è che quello
che lei stessa contribuisce a creare.
Essere «più veloci e più forti» non è una strategia neutra.
È una scelta politica che porta con sé tutta una serie di conseguenze. Vuol
dire decidere di investire in modo massiccio sulle capacità militari a
discapito di altre forme di sicurezza. Vuol dire convogliare colossali risorse
verso l’armamento invece che verso la prevenzione dei conflitti, la diplomazia,
la giustizia sociale, la resilienza delle società. E, soprattutto, vuol dire
rafforzare il concetto secondo cui la violenza armata resta, in ultima istanza,
l’arbitro supremo dei rapporti internazionali.
Da parte nostra, siamo convinti che la sicurezza reale delle
popolazioni dipenda meno dal timore ispirato e più dalla capacità di ridurre le
cause strutturali della violenza: le illegalità, le umiliazioni, le
dominazioni, le logiche predatorie dell’economia e le eredità coloniali ancora
irrisolte.
In altre parole, essere potenti significa investire nella
cooperazione piuttosto che nella competizione armata. Vuol dire rafforzare il
diritto internazionale invece di limitarlo; e ancora, vuol dire sviluppare
abilità civili di prevenzione, di mediazione e di resistenza civile, invece di
affidarsi sempre di più alla dissuasione e alla minaccia.
A forza di voler incutere timore, gli Stati finiscono per
non essere più compresi, e ancora meno ascoltati. E a forza di «essere più
veloci e più forti», perdono di vista la meta verso la quale tendono. La vera
questione politica non è di sapere come vincere la prossima guerra (nella quale
tutti saranno perdenti!), ma come uscire da questo mondo reso brutale proprio
da coloro che pretendono di metterlo in sicurezza.
La priorità dovrebbe essere quella di cambiare paradigma di
sicurezza, ma per questo bisogna avere il coraggio di abbandonare le illusioni
letali degli Stati, che hanno come principali vittime sempre i popoli.
di Alain Refalo

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