L’onore lo perdete voi, il NO di Franca Viola
Nel 1965, quando una ragazza di diciassette anni di nome Franca dice “no”, non sta rifiutando solo un uomo.
Sta voltando le spalle a un patto non scritto che teneva insieme famiglie, paese, Chiesa, Stato, e che diceva più o meno così, una donna vale finché è “pura”, finché sta zitta, finché accetta il copione che altri hanno preparato per lei.
Quel “no” nasce in una casa di mezzadri siciliani, in una Sicilia attraversata dalla riforma agraria, i feudi che scompaiono, i piccoli proprietari che diventano i nuovi padroni, la terra come ascensore sociale e come condanna. È lì che cresce Franca, figlia di Bernardo e di una madre che conosce la fatica e il pudore, in un mondo dove la vita delle donne è stretta tra le zolle del campo e lo sguardo del paese.
A quindici anni, come si usava, Franca si fidanza con un giovane del posto, Filippo Melodia. Non è un ragazzo qualunque, nipote di un mafioso, famiglia benestante, un certo prestigio sociale. L’unione sembra “buona”, la modestia dei Viola che incontra il potere dei Melodia. Ma quando Filippo viene accusato di furto e appartenenza a banda mafiosa, il padre di Franca fa qualcosa che non molti avrebbero avuto il coraggio di fare: rompe il fidanzamento. Decide che la dignità di sua figlia viene prima della convenienza.
Quel gesto, in un contesto dove la parola di un uomo “importante” pesa più di qualsiasi sentenza, è già una crepa. E le crepe, si sa, fanno paura a chi si regge sul controllo.
Melodia parte per la Germania, poi torna. Non accetta il rifiuto. Non accetta di essere stato messo da parte. Cominciano le minacce, la casetta di campagna bruciata, il vigneto distrutto, un gregge di pecore fatto entrare nel campo di pomodori, la pistola puntata contro Bernardo. È un messaggio chiaro, la ragazza non è una persona, è una garanzia, un pegno da riscuotere. Restituirla significherebbe piegarsi.
Ma Bernardo non piega la schiena. Non “molla” la figlia. E la violenza si alza di grado.
Il 26 dicembre 1965, mentre le famiglie apparecchiano ancora tavole di festa, Filippo torna con una banda di complici. Entrano in casa Viola, distruggono, picchiano. La madre viene gravemente malmenata. Franca viene trascinata via. Il fratellino si aggrappa alle sue gambe, nel tentativo istintivo di proteggerla, verrà respinto e rimandato a casa. Lei, invece, viene portata via come un oggetto che si può spostare da una stanza all’altra, da una casa all’altra, senza che nessuno debba chiedersi cosa stia provando.
Viene tenuta prigioniera prima in un casolare isolato, poi in casa della sorella di Melodia. “Rimasi digiuna per giorni e giorni. Lui mi dileggiava e provocava. Dopo una settimana abusò di me. Ero a letto, in stato di semi-incoscienza”, racconterà. Il suo corpo diventa il campo di battaglia su cui uomini, famiglie, codici d’onore regolano i conti. Lei, dentro, è sola.
Quando il 6 gennaio 1966 la polizia la rintraccia e la libera, non finisce l’incubo, comincia un’altra storia, forse ancora più difficile. Perché è il momento in cui la società si presenta alla porta e le offre “la soluzione”: il matrimonio riparatore.
La legge dell’epoca è spietatamente chiara, se il rapitore sposa la vittima, il reato si estingue. Un firmare e via, il rapimento, la violenza, le minacce, tutto cancellato. Come se lo scopo non fosse proteggere la donna, ma rimettere a posto la “facciata”, aggiustare l’immagine, salvare l’“onore”. Non l’onore di lei, ma quello di lui, della famiglia di lui, del paese che non vuole scandali.
È qui che la storia di Franca diventa qualcosa di più di una vicenda giudiziaria, le viene chiesto di sacrificare non solo la propria vita affettiva, ma anche la propria percezione di sé. Il messaggio è netto, se sposi chi ti ha violentata, sarai “di nuovo a posto”. Se rifiuti, il problema sei tu.
Accettare avrebbe significato firmare una resa totale, non sono più una persona, sono un corpo da scambiare per riparare un danno simbolico. Non conta cosa ho subito, conta che non si parli troppo, che non ci siano troppi rumori, che nessuno debba cambiare davvero modo di pensare.
Franca dice no.
Dice no a un uomo che la minaccia, ma soprattutto a un ruolo, quello della vittima colpevole, quella che “se l’è cercata”, quella che è “svergognata”, quella che deve “sistemare le cose” sposando chi l’ha distrutta. In un contesto in cui la vergogna non è di chi commette violenza, ma di chi la subisce, il suo rifiuto è un terremoto.
Sceglie la strada della denuncia, del processo, dello sguardo pubblico, invece di nascondersi, si presenta in tribunale. In camionetta, da Alcamo a Trapani, presenzia a tutte le udienze. Un gesto ostinato, quotidiano, fatto di coraggio e di stanchezza, di sguardi puntati addosso e di voci mormorate dietro le persiane.
Nel frattempo, attorno a lei, il sistema cerca di riprendersi lo spazio perso. Il primo avvocato la tradisce nei fatti, nel suo studio, Franca trova il parente di uno dei rapitori. Per lei è intollerabile. Ancora una volta, chi dovrebbe difenderla si rivela alleato di chi l’ha ferita. Cambia legale. Ancora una scelta di rottura, non si lascia rappresentare da chi non la vede davvero.
In aula, Melodia cerca di infangarla, raccontando che i primi rapporti sarebbero avvenuti anni prima, quando erano fidanzati, nella casa di lei, approfittando dell’assenza dei genitori. Si arriva persino a chiedere una perizia per accertare il momento della “deflorazione”. Il corpo di Franca diventa prova, oggetto, argomento, terreno su cui far passare l’idea che, in fondo, la colpa sia sua. Perché è sempre lì che si tenta di riportare il discorso: cosa ha fatto lei? Come si è comportata lei? Era “per bene” o no?
Quante volte, ancora oggi, di fronte alla violenza sulle donne, la prima domanda non è “cosa ha fatto lui?” ma “cosa ha fatto lei?”. Perché non se n’è andata prima? Perché non ha denunciato? Perché è rimasta? Perché si è fidata? Com’era vestita? Quanto aveva bevuto? Con chi era?
Ieri come oggi, si chiede alla donna di difendersi dal giudizio più che dalla violenza.
Franca, invece, tiene il punto. “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”. In un’epoca che avrebbe preferito vederla tornare a casa in silenzio, lei pronuncia frasi che ancora oggi suonano scomode.
Il processo si conclude con la condanna di Melodia e dei suoi complici: 11 anni di carcere. Ma la sentenza più difficile non è quella scritta nelle motivazioni. È quella che si mormora nelle strade, nelle prediche, nei bar.
L’arciprete di Alcamo avverte che, con tutto questo clamore, Franca rimarrà “zitella”. Il paese osserva, giudica, misura ogni suo gesto. La famiglia vive in una clausura forzata, sorvegliata dalla polizia, isolata, senza lavoro. Il prezzo di quel “no” è altissimo, minacce, ricatti, ostilità, porte chiuse. Lo Stato non è in grado di proteggerla dal pettegolezzo, dalla diffidenza, dal sospetto.
Eppure, quel “no” comincia a lavorare sottotraccia nella coscienza collettiva. Le cronache non parlano solo della “ragazza svergognata”, ma anche del coraggio di una giovane che rifiuta di farsi comprare. Nella vicenda di una famiglia di Alcamo, qualcuno intravede la possibilità di scalfire un potere più grande, quello di una cultura che usa l’onore come arma contro le donne.
Nel 1968, mentre il mondo cambia e le piazze si riempiono di rivendicazioni, Franca sposa Giuseppe Ruisi. Vuole un matrimonio “in piena regola”, l’abito bianco, i fiori, il ricevimento. Vuole ciò che le hanno detto che non avrebbe mai potuto avere, una vita “normale”. La cerimonia viene annunciata alle 10, ma si celebra alle 7 del mattino, lontano da flash e curiosi, solo con i familiari e i testimoni. Fuori, fotografi e cronisti restano a guardare una porta chiusa. Dentro, lei si riprende il diritto alla felicità.
Arrivano gli auguri del Presidente della Repubblica Saragat, del Presidente del Consiglio Leone, un biglietto ferroviario da Scalfaro, allora Ministro dei Trasporti. Paolo VI la riceve e mormora: “Le persone a volte sbagliano senza sapere quello che fanno”. Lo Stato che un tempo scriveva leggi sul “delitto d’onore” e sul matrimonio riparatore comincia, lentamente, a riconoscere quanto quell’ordine fosse ingiusto.
Ci vorrà comunque fino al 1981 perché il matrimonio riparatore e il delitto d’onore vengano cancellati dal codice penale. L’altro ieri, in termini storici. Mentre qualcuno ancora parla di “tradizioni” come se fossero innocue, basterebbe guardare questa data per capire quanto sia recente il cambiamento.
Sulla sua storia viene girato un film, La moglie più bella, con una giovanissima Ornella Muti. Franca diventa simbolo, caso, riferimento. Ma lei sceglie una strada diversa da quella del palcoscenico permanente, resta ad Alcamo, mette al mondo tre figli, costruisce una quotidianità. Un giorno, a suo figlio Sergio, in prima media, l’insegnante dice: “Fra qualche anno nelle antologie ci sarà anche la storia della mamma di Sergio”. È lì che lei capisce che la sua vicenda è diventata materia di studio, di memoria, di racconto per le nuove generazioni.
Intanto, la vita fa il suo corso. Filippo Melodia muore ucciso vicino a Modena. Alcuni complici vivono ancora ad Alcamo. Franca li incrocia talvolta per strada. Preferisce evitarli, ma se non può fa ciò che non ti aspetteresti da chi è stata ferita in modo irreparabile, li saluta. Loro di solito abbassano lo sguardo. “Magari anche loro sono stati ingannati”, dice. La violenza nasce da un clima che lo rende possibile, da un racconto che lo giustifica, da un contesto che lo copre.
La frase che pronuncerà anni dopo resta come una lama: “Non ho mai avuto paura, non ho mai camminato voltandomi indietro a guardarmi le spalle. È una grazia vera, perché se non hai paura di morire muori una volta sola”. C’è dentro tutta la sua strada, il rischio, la solitudine, il rifiuto di farsi ingabbiare per sempre nel ruolo della vittima.
E noi, oggi?
Oggi il matrimonio riparatore non esiste più, ma le cronache sono piene di uomini che non accettano un “no”, una separazione, una fine. Quante storie iniziano come storie d’amore e finiscono in cronaca nera? Quante volte si ripete lo stesso copione, lui geloso “per amore”, lui che controlla il telefono, lui che decide con chi lei può uscire, come si può vestire, dove può andare. Poi arrivano lo schiaffo, la minaccia, lo stalking, il femminicidio. E mentre si cerca il movente, c’è sempre una frase che torna: “L’aveva lasciato”. Come se provare a riprendersi la propria libertà fosse una colpa.
In quante relazioni, ancora oggi, la donna impara a dubitare di ciò che sente? “Esagero”, “Sono io che sbaglio”, “Lui in fondo mi ama”. Intorno, spesso, c’è un coro di minimizzazioni: “Sono fatti loro”, “Si saranno chiariti”, “Sarà stata anche lei consenziente”, “Si sarà inventata tutto”. Ogni volta che diciamo così, stiamo dicendo a quella donna, non fidarti del tuo dolore, fidati di quello che noi decidiamo sia vero. È una forma sottile, ma devastante, di gaslighting collettivo.
La vicenda di Franca ci chiede: dove siamo, oggi, rispetto al giudizio? Davvero abbiamo smesso di valutare le donne in base a quanto aderiscano o meno a un modello di perfezione, coerenza, rispettabilità? O continuiamo a pesare ogni loro gesto prima ancora di ascoltare la loro voce?
La violenza non toglie dignità a chi la subisce, ma a chi la esercita. E anche a chi la nega, a chi voltandosi dall’altra parte contribuisce a mantenerla possibile.
Raccontare oggi la storia di Franca significa allenare il nostro sguardo. Imparare a riconoscere la violenza prima che arrivi il primo schiaffo: nelle battute, nei controlli, nei “ti amo troppo per lasciarti andare”, nei “se mi lasci ti ammazzo” detti ridendo, nei silenzi di chi sa e non parla. Significa imparare a stare dalla parte di chi dice no, anche quando quel no disturba il nostro quieto vivere, anche quando rompe equilibri familiari, aziendali, sociali che ci facevano comodo.
Abbiamo davvero imparato a credere alle donne che iniziano a mettere in discussione ciò che vivono, che sentono che qualcosa non va ma hanno paura di dirlo? Siamo capaci di ascoltarle senza chiedere loro di essere perfette, composte, irreprensibili per meritarsi il nostro sostegno?
La sua storia ci ricorda che il vero cambiamento comincia quando una donna smette di chiedersi “cosa penseranno di me?” e inizia a chiedersi “cosa penso io di me stessa?”. È in quel passaggio che la paura del giudizio si incrina, e la violenza, quella fisica, ma anche quella sottile dei commenti, dei sospetti, delle risatine, perde parte del suo potere.
Il resto dipende da noi, da quanto siamo disposti a mettere in discussione le frasi che ripetiamo senza pensarci, le giustificazioni automatiche, gli sguardi distolti. Da quanto siamo pronti a trasformare quella storia, nata in una casa di mezzadri siciliani negli anni Sessanta, in una domanda viva rivolta al presente: da che parte vogliamo stare, davvero, quando qualcuno trova il coraggio di dire no?
Marianna Porcaro (da linkedin)

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