Io sono nato a Taranto di Nerio Tebano
Questo racconto è tratto dal libro La scatola Magica di Nerio Tebano.
Tra i fantasmi del cinema e della memoria
Il poeta scrittore tarantino Nerio Tebano, scriveva di cinema su l'Unità e amava circondarsi di artisti in Via Margutta a Roma. In questo primo capitolo parla di un episodio della sua vita quando aveva 4 anni. Anni fa scrivevo Nerio Tebano il poeta tarantino che la città non ricorda
di Nerio Tebano
Sono nato a Taranto, in un caseggiato a tre piani, nella Piazzetta S. Caterina, che aveva preso il nome della vicina chiesa.
Ogni volta che ci ritorno, mi piace attraversare la città vecchia, fino ad arrivare in quella piazzetta. A volte, sono tentato di salire le scale della casa dove son nato e cresciuto fino ai quattro anni, e soffermarmi al terzo piano, davanti alla porta dell’appartamento dove noi si abitava.
Non è vero che i ricordi dell'infanzia, man mano che si diventa adulti, vanno a morire nel limbo della terra di nessuno. Al contrario, essi rimangono incisi nella memoria, accompagnandoci tutta la vita. E quando davanti ai nostri occhi caliamo il telone dello schermo per rivedere qualche brano del film della nostra esistenza, essi ci chiedono di tornare a rivivere. Quelle immagini si dipanano come in un film retrospettivo.
Tra le tante memorie, una mi balza alla mente, vivissima.
Un giorno, mia madre, affacciandosi per caso a una delle finestre che guardavano sulla piazzetta, vide suo figlio Lorenzo a ridosso del muro, di lato al portone del nostro caseggiato, quasi schiacciato contro di esso; un fascista lo teneva a bada, con una mano sul collo e nell’altra una rivoltella puntata alla tempia intimandogli di togliersi il distintivo di nazionalista, che mio fratello portava all’occhiello, e di ingoiarselo.
Furono frazioni di secondi ed è curioso che possano accadere tante cose in così spazio ristretto di tempo. Mia madre, senza pensarci due volte, aveva scagliato un vaso di fiori sulla testa del fascistello, sfiorandolo, il quale preso alla sprovvista allentò la presa e mio fratello ne approfittò per sfuggire a quella morsa, rifugiandosi nel portone e sprangandolo alle sue spalle.
Il giovinotto, schiumando di rabbia, aveva puntata la rivoltella contro mia madre sparando un colpo. Io ero vicino a lei e piangevo per lo spavento (avevo quattro anni) e il colpo mi sfiorò i capelli, dopo aver bucato il vetro della finestra.
In quegli stessi istanti, le altre donne del caseggiato col lancio di tutto ciò che capitava loro sott’occhi avevano messo in fuga il facinoroso, il quale scappando prometteva che sarebbe tornato presto coi camerati per dare una lezione a tutti. E così fece.
Difatti, di lì a poco, tornò con una squadraccia di camerati. Tentarono di sfondare il portone, inutilmente, e poi provarono ad appiccarvi il fuoco. Ma da tutte le finestre che davano sulla piazzetta le altre donne, per solidarietà con mia madre, si erano scatenate, tra urla e grida di bambini e suppliche delle vecchie. Quei vigliacchi se la dettero a gambe quando arrivarono i carabinieri che qualcuno aveva chiamato.
Fu tale lo spavento di mio fratello che da quel giorno cominciò a balbettare. Uno zio di mia madre, che aveva un laboratorio di sartoria nello stesso caseggiato, quella notte andò a dormire da un parente, per timore che i fascisti in forze venissero a prelevarlo. Era un militante comunista, come la maggior parte degli zii dal lato materno, tutti sotto sorveglianza e continuamente perseguitati. Ma quella notte furono in pochi a dormire per timore di qualche rappresaglia.
L'indomani, mio fratello fu fatto partire per Matera, dove avrebbe alloggiato in casa di parenti. Vi rimase un mese.
Da allora, sorprendevo spesso mio padre, che amava le piante e i fiori, a guardarsi il davanzale senza più vasi, lui ch'era orgoglioso di quel piccolo giardino fiorito e colorato che gli rallegrava tutta la casa.


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