Giustizia servita e asservita

 


La riforma della giustizia: separazione delle carriere e rischi per la democrazia 

Analisi critica sull’impatto della riforma e riflessioni sull’illiberalismo

di Roberto De Giorgi

Introduzione

Il dibattito che ruota attorno alla recente riforma della giustizia, approvata dal Parlamento italiano, si inserisce in un contesto politico e sociale di crescente attenzione verso i rischi dell’illiberalismo. In questo scenario, le considerazioni di Francesca Albanese e Nicola Gratteri offrono spunti essenziali per comprendere la portata e le possibili conseguenze di ua modifica radicale nell’assetto giudiziario nazionale.

Illiberalismo e democrazia: Un connubio possibile?

Come sottolineato da Francesca Albanese, l’illiberalismo può emergere anche da processi elettorali democratici, generando governi che, pur legittimati dal voto popolare, adottano politiche contrarie ai principi fondamentali delle libertà civili. La denuncia sui 68 stati complici nel genocidio imputato al governo israeliano evidenzia come la deriva illiberale possa produrre gravi violazioni dei diritti umani, anche laddove la legittimità formale sia garantita da meccanismi democratici.

Questa premessa non è marginale rispetto al tema della giustizia, anzi, rappresenta un monito imprescindibile: l’attacco all’autonomia della magistratura costituisce spesso il primo passo verso una trasformazione autoritaria dello Stato. La giustizia, infatti, è il baluardo che separa la democrazia dalla sua degenerazione illiberale.

Separazione delle Carriere: una falsa questione?

La riforma che introduce la separazione delle carriere tra Pubblico Ministero (PM) e Giudice è stata salutata da alcuni come una conquista epocale, una giustizia “finalmente fatta”. Tuttavia, questa narrazione è fuorviante. L’idea che i magistrati si siano abituati a passare con disinvoltura dal ruolo dell’accusa a quello del giudice, come se bastasse cambiare toga per cambiare prospettiva, è smentita dai dati: in Italia, solo lo 0,2% dei circa 9.000 magistrati ha cambiato funzione nei primi dieci anni di servizio, e questo meccanismo era già previsto dalla riforma Cartabia.

Esultare per una tale modifica appare dunque paradossale e rischia di svuotare di significato il referendum, rendendo vano il coinvolgimento popolare su un tema cruciale per le garanzie democratiche.

La denuncia di Nicola Gratteri: Il PM assoggettato al Potere esecutivo

Un aspetto centrale, evidenziato dal magistrato Nicola Gratteri, riguarda il rischio di svuotare la funzione del PM, se questo dovesse essere assoggettato al Ministero della Giustizia. In tal caso, il PM perderebbe autonomia e indipendenza, trasformandosi in un avvocato dello Stato, ligio al potere e attento a non subire punizioni dall’alto.

Le conseguenze sarebbero gravi: a fronte di episodi di inquinamento da parte di aziende statali, o di class action popolari, il PM potrebbe non agire liberamente, compromettendo l’efficacia delle indagini e la tutela dei diritti dei cittadini. Il rischio è quello di non avere più pool di “mani pulite” o magistrati disposti a indagare su poteri forti e malaffare, ma semplici burocrati schivi e timorosi.

Giustizia asservita o libera?

La separazione delle carriere, se accompagnata da una subordinazione del PM all’esecutivo, rischia di minare la libertà e la neutralità della giustizia. In un sistema in cui il PM diventa un funzionario amministrativo, si perde il principio dell’autonomia e dell’imparzialità, pilastri indispensabili per uno Stato realmente democratico.

Una giustizia asservita non è una giustizia libera: è il preludio a un modello illiberale, in cui le garanzie dei cittadini vengono subordinate agli interessi del potere.

Conclusione

La riforma della giustizia, così come concepita, solleva interrogativi profondi sul futuro della democrazia italiana. La separazione delle carriere, se non accompagnata da solide garanzie di indipendenza, può trasformarsi nel viatico per uno Stato illiberale, dove la giustizia non è più strumento di tutela, ma di controllo. è compito della società civile vigilare affinché le riforme non si traducano in un arretramento dei principi democratici, ma in un rafforzamento delle libertà fondamentali. Andremo a votare NO

 Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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