La Torre di Roma e la distrazione di massa
Le parole “operaio” e “66enne” non dovrebbero mai stare nella stessa frase. Mai
Guido Crosetto stamattina ha fatto quello che la politica italiana sa fare meglio: usare una tragedia per parlare d’altro. Ha preso le parole – deprecabili, certo – di Maria Zakharova, pronunciate ieri dopo il crollo della torre a Roma, e le ha trasformate in un pretesto per tornare sul suo tema preferito della maggioranza di Governo (e non solo) : la “disinformazione russa”. Ovviamente non è stato il solo. Oggi sui giornali si parla più della Zakharova che di quello che è realmente accaduto.
Crosetto, per rinsaldare quanto aveva già detto qualche giorno fa da Vespa, spiega a Repubblica che le dichiarazioni della portavoce russa sono parte della campagna di Mosca per manipolare le opinioni pubbliche: “Una microscopica parte, né rilevante né sofisticata come sono altre, della capacità di disinformazione russa”.
Si riferisce chiaramente a ciò che aveva dichiarato a Porta a Porta: “La Russia - aveva detto il ministro della Difesa - ci sta già attaccando con una guerra ibrida e cognitiva. Senza che neppure noi stessi, in qualità di normali cittadini ce ne accorgiamo, la sua propaganda è entrata nel cervello e nella formazione culturale di tanta gente, indirizzandola attraverso un utilizzo sofisticato dei social e di altri strumenti dell’informazione, con una infiltrazione scientifica e anche con l’infiltrazione classica della corruzione. La Russia ha una grandissima scuola in questo campo e noi siamo uno dei paesi più sensibili alla penetrazione interna”. (fonte AGI)
Leggete cosa ha detto oggi Alessandro Orsini: “La mia domanda è tecnica: caro ministro, mi spiega che cos’è la disinformazione? Le spiego: un’opinione che non le piace non ricade nel campo della disinformazione. Lei ha un problema serissimo con la classificazione, che è alla base dell’attività scientifica”.
E ha perfettamente ragione. Perché la verità è che la politica e i media italiani si concentrano sempre su ciò che conviene. Mentre nessuno – o quasi nessuno – parla della tragedia vera: un uomo di 66 anni morto mentre lavorava. In un Paese dove si vogliono buttare miliardi di euro nel Ponte sullo Stretto e nelle armi, un operaio di 66 anni muore mentre stava lavorando. “Le parole “operaio” e “66enne” non dovrebbero mai stare nella stessa frase. Mai”, ha scritto Francesco Forciniti su Facebook. Ha perfettamente ragione. Un uomo di 66 anni dovrebbe stare con i nipoti, a leggere, a scrivere, a passeggiare. Ovunque, ma non su un’impalcatura. Un uomo di 66 anni dovrebbe godersi la pensione dopo una vita di lavoro, non finire sotto le macerie di un cantiere nel cuore di Roma.
Octay Stroici è rimasto undici ore sotto le macerie dopo il crollo della Torre dei Conti ai Fori Imperiali. Undici ore. È poi morto all’ospedale Umberto I. Una tragedia. La politica parla di “disinformazione”; di “propaganda russa”, di “guerre cognitive”. Ma la realtà vera è che in Italia si continua a morire ogni giorno sul lavoro.

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