Walter Veltroni e la sua Cinecittà che parte da un caffè con Fellini e Mastroianni
Fin dalle prime pagine di Cinecittà, Valter Veltroni conduce il lettore dentro la nascita della “fabbrica dei sogni” attraverso la vita di Giovanni Diotallevi, un ragazzo destinato a lavorare come barista nella città del cinema.
Il romanzo e il protagonista
Giovanni ha sedici anni quando il padre gli procura un
colloquio con un gerarca: se farà buona impressione, potrà entrare a Cinecittà,
la nuova città del cinema voluta dal regime lungo la via Tuscolana. Per lui
significa lasciare la fatica dei mercati generali e delle cassette di frutta
per servire da bere e da mangiare ai grandi divi del Paese.
Lo stile narrativo
Veltroni sceglie il presente narrativo per raccontare gli
eventi mentre accadono. In questo modo elimina la distanza del ricordo e offre
al lettore un’esperienza immediata, viscerale, quasi cinematografica.
Il lettore entra così nella quotidianità del protagonista,
un umile figlio di borgata appena uscito dall’adolescenza, e vive la storia “in
tempo reale”. Siamo nel pieno di un fascismo ormai maturo, alla fine degli anni
Trenta, quando l’Italia si avvia verso la guerra: l’incertezza di ciò che
accadrà aumenta la suspense e il senso di imprevedibilità.
L’antefatto che porta a Cinecittà
La nascita di Cinecittà affonda le radici nel 1935, quando
un grande incendio distrusse gli studi della Cines, vicino alla Basilica di San
Giovanni. Nello stesso anno la società fu acquistata dalla SAISC, la Società
Anonima Italiana Stabilimenti Cinematografici guidata da Carlo Roncoroni.
Nel 1936 Roncoroni acquistò 600.000 metri quadrati lungo la
via Tuscolana. I lavori iniziarono il 29 gennaio 1936 e, dopo quindici mesi, il
28 aprile 1937 Mussolini e Giacomo Paulucci di Calboli inaugurarono Cinecittà:
un complesso di 73 edifici, tra cui 21 teatri di posa, centrali elettriche e
uffici direzionali progettati da Gino Peressutti.
Alla costruzione dei nuovi stabilimenti contribuirono
operai, tecnici e ingegneri della vecchia Cines. Molti continuarono poi a
lavorare a Cinecittà e portarono con sé competenze decisive, già maturate anche
nella realizzazione del primo film sonoro italiano, La canzone dell’amore
di Gennaro Righelli.
All’inizio gli stabilimenti erano raggiungibili solo
attraverso la stretta via Tuscolana, a piedi o in bicicletta. Nel dopoguerra fu
istituita una linea di autobus, ricordata anche in una scena del film Bellissima.
Carlo Roncoroni guidò Cinecittà dalla fondazione fino alla
sua morte, nel 1938; dopo di lui, gli stabilimenti passarono allo Stato.
La Storia attraverso le vite individuali
Veltroni intreccia le vicende personali di Giovanni con il
contesto storico. Accanto a lui compare il giovane Marcello Mastroianni, ancora
comparsa incerta sul proprio futuro; sullo sfondo si muovono il potere, il
signor Freddi vicino a Galeazzo Ciano, i saluti fascisti e le disillusioni di
un regime che condurrà l’Italia al disastro.
In questo modo Veltroni conferma la sua capacità di raccontare la grande Storia attraverso esistenze comuni e insieme speciali. Il bar di Cinecittà nasce dall’equilibrio tra ricostruzione storica e invenzione letteraria: è un romanzo storico e familiare, ironico e struggente, dolce e amaro, capace di restituire la magia, le contraddizioni e l’umanità di un luogo unico al mondo.
Per i giovani di allora, la fabbrica dei sogni in fondo alla via Tuscolana era più di un’opportunità: era un ponte verso l’universalità del mondo attraverso l’arte del cinema.


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