Rievocazioni, quando Taranto ebbe un re di Napoli e dopo anche una regina Maria d’Enghien.
La serata calda ieri è stata occupata, a Pulsano, un paese dell’entroterra
tarantino, dal corteo storico che rievoca il matrimonio della Regina Maria d’Enghien.
Siamo un periodo storico della città di Taranto particolare, siamo nell’anno
1407. Solo qualche decennio prima, nel secolo precedente, dal 1346, il principe
di Taranto e conte di Provenza, Luigi, figlio di Filippo, sposando Giovanna I
regina di Napoli (1326-1382) era diventato re di Napoli. Quindi attraverso un matrimonio si conquista un regno, lo sarà anche per Maria. Ma andiamo per gradi E’ un corredo storico importante che spiega le vicende successive. E ci facciamo aiutare da uno storico tarantino Giacinto Peluso che con la sua Storia di Taranto ha sicuramente tracciato un percorso unico per la nostra memoria. Edito da Scorpione non so se sarà disponibile come libro. Io ho ritagli usciti a puntate sul settimanale diocesano il Dialogo. Ho preso spunto da questa rassegna stampa.
Tornando al racconto si comincia da qui perché la vita complessa, piena di luci ed ombre di questa affascinante
Giovanna, si intreccia in modo drammatico con la stona della città di Taranto.
Giovanna arriva a Taranto, dopo l’assassino del cugino Andrea d’Ungheria (1324-1345)
un paio d’anni più grande e suo primo marito. Il sospetto che fosse lei la
mandante del delitto, dovuto al fallimento del matrimonio, le fu fatale per
tutta la vita. Bella, elegante, colta,
nata e cresciuta tra le finezze e le galanterie della più evoluta corte
d’Europa, Giovanna non provava nessun sentimento per il rozzo, violento
Andrea. Quindi indifferente a tutte le maldicenze, che le procurarono per tutta
la vita l’odio del re di Ungheria fratello dell’assassinato.
La bella e
affascinante Giovanna, a meno di un anno dopo la morte violenta del primo
marito sposa un pro-cugino, Luigi, principe di Taranto (20 settembre 1347).
Tornando all'odio, tutto il secolo è attraversato dal rancore del re di Ungheria che assolda mercenari e avventurieri e nonostante l’invito del Papa a desistere, invade il regno con disordini e tumulti nel città. Si può dire che l’odio e l’accanimento passeranno dai primi protagonisti ai loro eredi; nuovi pretendenti si mescoleranno agli antichi, e la lunga tragedia parrà in qualche sua fase interminabile e inestricabile.
Tornando all'odio, tutto il secolo è attraversato dal rancore del re di Ungheria che assolda mercenari e avventurieri e nonostante l’invito del Papa a desistere, invade il regno con disordini e tumulti nel città. Si può dire che l’odio e l’accanimento passeranno dai primi protagonisti ai loro eredi; nuovi pretendenti si mescoleranno agli antichi, e la lunga tragedia parrà in qualche sua fase interminabile e inestricabile.
Si racconta che Luigi principe di Taranto e fresco marito di Giovanna, con
le sue scarse ed infide truppe era andato a Capua per sbarrare il passo al re
di Ungheria, Giovanna, da quella donna intelligente che era, considerando
realisticamente la situazione e rendendosi conto dell’imparità della lotta,
decise di fuggire per via mare per raggiungere la Provenza dopo avere affidato
il governo del regno al cognato Carlo di Durazzo.
Di fronte alla certezza della sconfitta anche
il principe di Taranto, che non riusciva a frenare le defezioni tra le sue
truppe, insieme col fedele Nicola Acciaiuoli, abbandonò l’esercito, corse a
Napoli, s’imbarcò ed andò a raggiungere la regina accompagnato
dall’Acciaiuoli. Mentre l’ungherese arrivava a Napoli, soggiogava tutti,
saccheggiava le case degli Angioini che faceva prigionieri e portava in
Ungheria. Mentre tra il 1346 e il 1355
arrivava la la peste
nera o peste bubbonica, pare portata dall’Oriente da navi genovesi. In Europa,
in quello spazio di tempo, le vittime furono 25 milioni e Giovanni Boccaccio,
nell’introduzione al suo Decamerone, l’ha magistralmente descritta: “E fu
questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella
per lo comunicare insieme s’avventurava a’ sani, non altrimenti faccia il
fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate”.
Luigi d’Ungheria, vedendo l’epidemia fare strage fra le sue milizie, e fra
gli abitanti di Napoli fare sessantamila vittime, affida il governo a dei
baroni tedeschi e col pretesto di visitare le province del Regno, nel maggio
del 1348, si imbarca a Barletta e fa ritorno in Ungheria dove ha già mandato
il piccolo Carlo, figlio di Andrea che vi muore quasi subito.
Intanto il fuggiasco re spodestato Luigi di Taranto era
morto nel 1362 in Sicilia in una battaglia contro gli Ungari. Giovanna vedova per la seconda volta sposa Giacomo
III di Maiorca duca di Calabria malato di mente; matrimonio che durò tredici
anni con la morte del marito. Giovanna si sposa successivamente con il condottiero Ottone duca di Brunswich che ottiene il principato di Taranto nel 1980. Due anni prima c’era stato lo
scisma con due Papi Urbano VI arcivescovo di Bari eletto dagli italiani e
Clemente VI eletto segretamente a Fondi da 13 cardinali francesi e appoggiato
da Giovanna. Il Papa Urbano VI nel 1480 dichiara Giovanna scismatica ed eretica
la depone dal trono, scioglie i sudditi da giuramento di fedeltà e promuove una
crociata contro di lei mettendo come re di Napoli Carlo di Durazzo. Nel 1982
dopo una resistenza del marito che viene arrestato, la regina Giovanna, a Muro
Lucano fu strangolata il 22 maggio 1382.
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| In questo quadro Boccaccio declama il decamerone alla Regina Giovanna |
Taranto aveva vissuto gli ultimi anni con l’ingerenza
della regina Giovanna, che era intervenuta nell'eredità del principato di
Taranto a Giacomo del Balzo, deponendolo e confiscandogli i beni, ma questi pur
esiliati erano appoggiati dal Papa come altri notabili quale Falcone delli
Falconi, barone di Roccaforzata, Pulsano e Leporano. Ma Giacomo del Balzo muore
nel 1383 e gli succede Luigi D’Angiò che muore poco dopo e gli succede Raimondo
del Balzo. Ma intanto c’è la lotta tra Durazzeschi e Angioni e Raimondo del
Balzo viene arrestato e a suo posto l’ultimo marito di Giovanna, il duca di
Brunswich.
Intanto Raimondo fugge di prigione e raggiunge Luigi I d’Angiò
a Bari e dopo uno scontro con Carlo III nel 1384 gli fa sposare Maria D’Enghien
contessa di Lecce.
Siamo in un periodo di grandi sconvolgimenti dovuti
soprattutto allo Scisma, il re Carlo III chiamato in Ungheria per essere proclamato
re viene assassinato. Gli succede il giovane re Ladislao. Qui si aprono un po’
di speranze per gli angioini che sfruttando la giovane età del re, cercano
alleanza con l’antipapa Clemente ad Avignone, e il conte Sanseverino di
Tricarico sconfigge il debole esercito di Ladislao e si impadronisce di Napoli.
Qui s’apre un periodo di colpi di scena tra i durazzeschi rappresentati da
Ladislao e Angioni rappresentati dal Luigi II. Ma il secolo finisce con le
sorti a favore di Ladislao e mentre Raimondo si insedia a Taranto, il francese
torna in Provenza, il re di Napoli toglie l’assedio dopo aver tolto i
possedimenti agli ultimi Angioini. E si apre un periodo di relativa pace e
amicizia con il re in visita a Taranto mentre Raimondo Orsine del Balzo ha il
tempo dedicarsi alle fortificazioni e alle bellezze del rinascimento, anche
facendosi forte della leccese consorte amante delle bellezze. Fece costruire il
monastero di Santa Caterina, con annesso ospedale a Galatina, il palazzo ducale
a Martina Franca come castello di difesa. Nella revisione delle opere
fortificate Raimondo dispose la c ostruzione di una grossa torre quadrata all'estremità
delle mura, nei pressi del ponte di Porta Napoli. L’antica torre, che aveva
assolto egregiamente i suoi compiti, nel 1884, per la criminale incomprensione
degli amministratori, classe dominante a Taranto da sempre, venne
abbattuta. Purtroppo dai suoi progetti
di pace e di arte l’Orsini fu distratto dalle molestie del signore di Nardò.
Schermaglie e scontri. Fino alla morte del neretino. Poi mori anche Raimondo
nel 1406. Maria d’Enghein rimasta sola
capì che ora il re di Napoli avrebbe vantato pretese sul principato e si
preparò all’assedio. Non mancarono potenti signori che offrirono alla trentenne
Maria il loro aiuto in uomini e armi. Anche qualche angioino sperava una
rivincita.
L’assedio della città
Togliendo a pretesto che la città di Barletta e di
Trani non appartenevano al principato bensì alla corona, due mesi dopo la
morte di Raimondo, Ladislao cinse d’assedio Barletta governata dal nobile
tarantino Gorgone che era in fama di buon capitano e in breve tempo l’espugna.
Dopo averla occupata vi insedia una guarnigione, marcia verso Taranto e si
accampa nei pressi di Santa Maria della Giustizia mandando in avanscoperta per
riferire, il conte Alberico da Barbiano, capitano di ventura. Convinto di avere
ragione in breve tempo delle forze poste a difesa della città, nella quale
Maria ha lasciato il primogenito, principe Giovanni Antonio, con cinque galee
e tre navi grosse da mare, settemila cavalieri, e innumerevoli fanti, ingannato
dall’assoluto silenzio che sovrasta la città, Ladislao ordina l’assalto. Improvvisa,
una pioggia di frecce si abbatte sugli attaccanti che ripiegano precipitosamente
lasciando sul terreno morti e feriti.
Ladislao, però, non desiste dall'impresa; appena ricevuti
rinforzi e potenziata la flotta con altre galee, stringe ancor più l’assedio.
Resistono i Tarantini per oltre due mesi sopportando sacrifici e privazioni di
ogni genere.
Lo stesso Ladislao resta sorpreso da tanto coraggio e da
si lunga resistenza, e una notte “pensò di terrorizzare i difensori con il
nuovissimo mezzo di offesa: un cannone venuto da Napoli, tuonò contro le mura
del Castello e la palla di pietra ebbe ragione della muraglia, nella quale si
produsse una breccia” Attraverso la breccia aperta, Ladislao ordina l’attacco convinto del successo. Ma, ancora una volta,
Ladislao deve ritirarsi sotto un’altra tempesta di frecce ben più spessa di
quella che aveva accolto, qualche tempo innanzi, Alberico da Barbiano.
Nella difesa della città si erano distinti molti nobili
leccesi mandati in difesa della città dalla principessa Maria. Con una punta di rincrescimento scrive il De
Vincentiis: “I Martinesi furono sleali alla causa del piccolo principe,
perché diedero tutto l’appoggio con viveri, denari e gente al re Ladislao, dal
quale vennero remunerati con due ampli privilegi”. Umiliato da sì cocente sconfitta,
Ladislao, con un sotterfugio per salvare la faccia, abbandona temporaneamente
l’impresa e ritorna a Napoli a meditare la vendetta.
A sottolineare l’intenzione di ritornare per risolvere la
partita, Ladislao lascia intatto il campo precedentemente posto e ne affida
il comando al duca d’Atri, Antonio Acquaviva.
I Tarantini, appena si rendono conto che Ladislao è
partito, operano una sortita e assalgono gli assedianti con tale impeto e
furore da infliggere forti perdite al nemico.
Rendendosi conto della gravità della situazione, il duca
d’Atri racimolò le scarse forze, che ancora gli rimanevano e raggiunse il re nella
capitale.
La vita e le complesse vicende di Ladislao, oltremodo
interessanti per capire il carattere e le ambizioni di questo figlio di Carlo
III, riguardano il nostro racconto solo per la parte che concerne il
principato di Taranto sul quale non pare vero al re di potere allungare le mani.
Tuttavia, le cocenti sconfitte inflittegli da Maria gli
fanno capire che non sarà con la forza che potrà ottenere quanto gli sta a
cuore anche perché la resistenza della vedova di Raimondo sta suscitando grande
ammirazione negli altri stati, alcuni dei quali non lesinano aiuti alla
coraggiosa principessa.
Il re Martino I d’Aragona fu lieto di offrire a Maria
d’Enghien sei navi cariche di truppa ed altri bastimenti di viveri e munizioni
comandati dal marchese di Crotone, anche se nulla arrivò a Taranto perché
Ladislao riuscì con una ardita manovra a sorprendere il nemico mentre tentava
di entrare in Taranto e a distruggerlo.
Dal canto suo Maria sapeva pure che Ladislao non avrebbe
mai desistito dall’impresa per cui si rivolse a Luigi d’Angiò per ottenere
protezione. Intanto, il 21 luglio del 1406 i commissari di Luigi d’Angiò
investirono in nome di lui, Giovanni Antonio del Balzo Orsini del principato
di Taranto, con la facoltà di trasmetterlo ai suoi eredi di ambedue i sessi, o,
se egli fosse morto senza figli, al fratello Gabriele ed in caso di decesso di
quest’ultimo, alle sorelle Maria e Caterina.
Dopo aver fissato parecchi dettagli tra cui il progetto
di matrimonio tra Maria, figlia di Luigi II e Giovanni Antonio, appena giunto a
maggiore età, nonché quello dell’impegno reciproco dei propri beni, per cui le
magre risorse dell’Angioino si sarebbero impinguate con i beni dei principi
dei Taranto, i commissari se ne partirono.
La vedova di Raimondo, che non aveva — e a ragione —
abbandonato il timore di un attacco di Ladislao, si ritirò ad Oria per
provvedere meglio alla difesa dei suoi vasti dominii.
Puntuale, verso la metà del marzo del 1407, alla testa di
un poderoso esercito Ladislao bloccò di nuovo la città da terra e da mare.
Dilungarci nel racconto della impari lotta sarebbe piacevole per mettere in
evidenza il fascino che la principessa esercitava su tutti, nemici compresi, ma
non essenziale per la storia. Ricordare invece che gli assedianti scoprirono
dalla parte del mar Piccolo il punto dal quale penetravano in città viveri e
munizioni, e che i soldati della contea di Lecce posti lì a difesa, valorosi ma
inferiori per numero, si fecero uccidere tutti sul posto piuttosto che cedere,
è altamente significativo come lo è l’episodio del barone di Campi, Ludovico
Maramonte, che sfidò, in onore della sua principessa, il più forte cavaliere
dell’esercito di Ladislao restandone sconfitto ma salvo per la generosità dell’avversario.
Intanto, perduta ogni speranza di conquistare d’assalto
la città, che per configurazione dei luoghi poteva resistere a lungo e, che,
d’altro canto, era quasi impossibile stringere in maniera assoluta, nella mente
del re, suggerita da un abile cortigiano o consigliere che dir si voglia, pare
si trattasse di un Gentile da Monterano, si fa strada l’idea di conquistare con
l’amore l’ambiziosa principessa e con essa i suoi possedimenti.
Intermediario, Gabriele Capitignano, uomo di corte della
principessa, invitato al campo da Ladislao, e rimandato dopo poche ore di
colloquio, per presentare alla sorpresa Maria, la richiesta della sua mano da
parte del re. L’idea di divenire regina, quando la giovinezza stava per
sfiorire, abbagliò a tal punto la donna da farle dimenticare tutto: la memoria
dell’amato Raimondo da poco scomparso, il dovere di madre di quattro figli, il
rispetto verso i sudditi caduti o che per lei combattevano e perfino
l’implacabile odio che aveva sempre avuto verso Ladislao. Rivelatisi inutili
tutti i consigli espressi sinceramente, o per interesse personale, perché
rinunciasse a questo matrimonio accettato con incomprensibile leggerezza, a chi
le prospettava l’ipotesi che il re potesse anche mandarla a morte: “Non me ne
curo, che se moro, moro regina», rispondeva ferma Maria.
L’atteggiamento della regina accecata dalla vanità colpì
talmente il popolo tarantino che, in seguito alle sventure che si abbatterono
sulla poveretta, coniarono un detto che, in dialetto, suona: «U uadagne de
Maria Prena», dove Prena sta per Brienne, per indicare un utile che, in
sostanza è una perdita.
Dopo tre giorni di trattative, Ladislao entrò in Taranto
dove Maria lo attendeva tutta in arme, come si addiceva ad una donna che
tornava dalla guerra. In un catino d’oro
la principessa di Taranto consegnò al re le chiavi della città. A questo gesto
il re rispose ponendo sul cimiero della principessa una splendida corona
tempestata di gemme. Il matrimonio — il
terzo per Ladislao — con tutto il fasto dell’epoca e del rango, fu celebrato il
23 aprile 1407 nella cappella di San Leonardo nel Castello.
La coppia regale trascorse la luna di miele a Taranto
“nella splendida casa dei De Falconibus” un palazzo nei pressi della piazzetta S.
Costantino a Pulsano ( qui, in questo frammento storico si inserisce l'iniziativa di Pulsano di Ieri)
Dopo oltre un mese, la regina, con suo grande disappunto,
parte sola per Napoli, ove venne ricevuta con caldo entusiasmo dai generosi
napoletani che l’accompagnarono sino alle porte di Castelnuovo.
Il re, che si era aggirato in Puglia, certamente per
conoscere le terre del principato, solo verso la fine di giugno giunse a Napoli
ignorando completamente la regina alla quale, appena giunto, inflisse
l’umiliazione di dover convivere sotto lo stesso tetto con le diverse amanti
ufficiali.
Ambiziosissimo — il suo motto era “Aut Caesar aut nihil”
— costretto a stare continuamente in guerra, circondato da intrighi e rivolte,
poco dopo le nozze, nel 1408, Ladislao riesce ad occupare Roma ed i territori
circostanti.
Vi si opposero, però, l’antipapa Giovanni
XXII-Baldassarre Cossa 1370-1419 e la città di Firenze che gli mandò contro
Luigi d’Angiò, le cui forze erano comandate da Muzio Attendolo Sforza, Braccio
da Montone e Paolo Orsini che lo sconfissero nella battaglia di Rocca Secca
combattuta il 19 maggio 1411. Qualche anno dopo, la situazione si volge a suo
favore e nel 1413, occupa di nuovo Roma. Improvvisamente, il 6 agosto del 1414,
Ladislao esala tragicamente il suo ultimo respiro a Castelnuovo, probabilmente
vittima del veleno fiorentino.
Il suo corpo trasportato a Napoli venne sepolto nella
chiesa degli agostiniani di S. Giovanni a Carbonara sul cui altare maggiore
esiste una grandiosa tomba in marmo con la sua statua a cavallo, ed un
Arcivescovo in figura che lo assolve dalla scomunica ed altre statue d’attorno
(De Vincentiis) Dal suo arrivo a Napoli sino al momento della morte di
Ladislao, Maria ha vissuto la sua vita più da prigioniera che da regina.
















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