La terra trema, noi strepitiamo
Quando il sisma è
geologico, ma la caciara è tutta umana
Il Centro Italia trema ancora. E subito
partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del
Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di
comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista,
provvedo io a un ripulisti selettivo”.
Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi
tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori
del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano
corrente.
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| Giuseppe Arnò |
Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a
Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della
medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi,
più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della
moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno.
Viene presentata una bozza di riforma
elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio
Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia,
assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi
medianiche, scomuniche preventive.
Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”,
un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo
incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi,
è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog.
Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la
monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore.
Poi ci sono le sentenze creative, quelle
dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La
magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano
troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco
nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di
memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità
sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione.
E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni
geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è
metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un
“shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per
ripulirsi da un eccesso di tensione.
Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo
regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk
show permanente. E poi ci stupiamo se trema.
La Terra resta un paradiso. L’inferno,
semmai, è non accorgersene.
E se proprio il sisma fosse un messaggio,
non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno
strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non
le sgomberiamo noi, restano.
Giuseppe Arnò
Immagine originale: https://www.ingv.it/
Il Centro Italia trema ancora. E subito
partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del
Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di
comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista,
provvedo io a un ripulisti selettivo”.
Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi
tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori
del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano
corrente.
Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a
Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della
medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi,
più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della
moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno.
Viene presentata una bozza di riforma
elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio
Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia,
assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi
medianiche, scomuniche preventive.
Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”,
un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo
incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi,
è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog.
Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la
monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore.
Poi ci sono le sentenze creative, quelle
dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La
magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano
troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco
nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di
memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità
sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione.
E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni
geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è
metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un
“shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per
ripulirsi da un eccesso di tensione.
Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo
regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk
show permanente. E poi ci stupiamo se trema.
La Terra resta un paradiso. L’inferno,
semmai, è non accorgersene.
E se proprio il sisma fosse un messaggio,
non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno
strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non
le sgomberiamo noi, restano.
E non c’è Protezione Civile che tenga.
Giuseppe Arnò
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Immagine originale: https://www.ingv.it/


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