La dignità oltre la recita sociale:
Tra l’eredità dei sacrifici e la pressione del presente, Melamanouche racconta il crollo delle apparenze in “L’apparecchio del Carnevale”
Rumba, flamenco e jazz manouche in una canzone che usa il
teatro della maschera per parlare di crisi economica, abnegazione familiare,
identità esibite e perdita della propria unicità
Rumba, flamenco e jazz manouche in una canzone che usa il teatro della maschera per parlare di crisi economica, abnegazione familiare, identità esibite e perdita della propria unicità
Durante la pandemia, mentre il Paese faceva i conti con
attività chiuse, famiglie in difficoltà e un senso sempre più diffuso di
smarrimento, Melamanouche ha iniziato a scrivere “L’apparecchio
del Carnevale”, un brano sulla recita sociale, sul denaro che non basta,
sui sacrifici dei genitori e sul rischio di perdere la propria identità per
restare imprigionati dentro a un ruolo.
Il brano nasce da lì, ma non resta chiuso in quel tempo. Porta dentro la fatica di tenere in piedi un’apparenza accettabile quando la realtà si restringe, il bisogno di mostrarsi forti mentre sottopelle passano paura, rinunce, stanchezza e conti da far tornare. Il carnevale del titolo non coincide affatto con la festa, bensì con il suo apparato, con tutto ciò che impone di restare in scena anche quando non ci sarebbe più nulla da esibire.
«Le lenzuola sono ancora di seta e le scarpe di pelle mia
vera» canta l’artista milanese, descrivendo in poche ma miratissime parole
una compostezza che resiste, una facciata che non vuole cedere, il tentativo di
salvare il visibile mentre il resto si assottiglia. Dentro questa immagine c’è
anche il lavoro silenzioso di molti genitori, la loro ostinazione a
difendere per i figli uno spazio di possibilità perfino nei momenti peggiori. E
lì, in quella tenacia quotidiana, il brano riconosce come unico valore
autentico quello di continuare a lottare per il proprio bambino interiore o per
i propri figli reali.
Il testo tocca poi un altro punto delicato del presente: «Se
sui social sei un’altra persona, non cercare di viverla ancora» è il verso
che porta il discorso nel momento in cui l’identità esibita chiede continuità e
la rappresentazione finisce per occupare anche ciò che dovrebbe restare
privato, lontano dalla pubblica esposizione. In questo senso, il carro del
Carnevale diventa davvero un ingranaggio di pensieri e azioni che tengono in
piedi un mondo apparente, levigato, brillante, eppure molto meno solido di
quanto voglia sembrare.
È anche in questo passaggio che il pezzo smette di essere
soltanto racconto individuale per farsi ritratto di costume. La pressione a
costruire una versione spendibile di sé, a mantenerla credibile e continua, è
infatti una delle richieste più pervasive del presente. Melamanouche la coglie
senza attenuarne l’asprezza e la riporta dentro una scrittura che, pur
dialogando con il teatro da cui proviene, finisce per immortalare una questione
pienamente contemporanea.
«Tutta la vita sentiamo il dovere di continuare a
mostrarci felici, forti, disinibiti, perfetti – dichiara l’artista -,
ma la vera forza è un passaggio di testimone tra noi stessi e la nostra anima.
L’unico modo per non impazzire è accettare i nostri limiti e le nostre ombre.»
La riflessione si fa ancora più dura nel finale: «Se i quattrini guadagnati in un mese non basteranno per il materiale, sarà il mio corpo a sostituire l’apparecchio del Carnevale».
Qui la canzone si stringe attorno alla sua dimensione più aspra: quando il denaro non basta, resta il corpo.
E resta come ultima risorsa, ultimo sacrificio, ultimo spazio su cui far ricadere il peso di ciò che deve andare avanti a funzionare.
A quel punto, continuare a fingere anche quando tutto crolla può voler dire smarrire la propria identità, fino a non distinguere più ciò che si è da ciò che si continua a mettere in scena; tuttavia smettere non appare un’opzione, perché il prezzo rischia di gravare su tutto il resto.
Dentro questa materia entra anche la storia personale
dell’artista. Melamanouche riconosce nel brano il rapporto con i propri
genitori, la loro emigrazione dal Sud, il racconto di una madre bambina che
trasportava bidoni del latte al mattino. Da qui prende forma anche
l’immaginario visivo che accompagna la release: una fotografia della mamma da
piccola, raccolta e osservata come una traccia concreta di ciò che è stato e di
ciò che, da quei sacrifici, è diventato possibile.
«Mia madre mi ha raccontato dei bidoni del latte
trasportati al mattino quando era ancora piccola – prosegue
Melamanouche -, per questo ho scelto di accompagnare la traccia con una
cover in cui guardo una sua foto da bambina, perché guardandola capisco quanto
la mia infanzia sia stata diversa e quanto, i suoi sacrifici, mi abbiano
aiutata a realizzarmi come donna e come artista.»
Anche sul piano musicale, “L’apparecchio del Carnevale”
sceglie una direzione precisa: una ritmica vicina alla rumba, con
rimandi al flamenco e al jazz manouche, cifra
distintiva dell’artista, al servizio di una scrittura che si prende il tempo
del racconto e lascia spazio al peso delle parole. La produzione musicale è
firmata da Gabriel Otoya, mentre il suono si completa con la chitarra solista
di Federico Bertolasi, il contrabbasso di Raffaele Romano e le percussioni di
Davide Borgonovo. L’immaginario visivo porta invece la firma del fotografo
Ernesto Casareto.
Il risultato è una canzone che tiene insieme famiglia,
pressione sociale, identità pubblica e bisogno di verità, portando con sé il
desiderio di fermare la giostra dell’appagamento superficiale e della finzione
con sé stessi e con gli altri.
Più che una semplice presa di posizione, “L’apparecchio del
Carnevale” lascia addosso una domanda difficile da eludere:
quanto costa, ogni giorno, restare all’altezza
dell’immagine che il mondo chiede di tenere in piedi?
I prossimi appuntamenti live di Melamanouche verranno
comunicati sui suoi canali social.
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