Più della metà dei 190 mila italiani che tra il 2019 e il 2023 hanno lasciato l’Italia sono laureati.
ROMA\ aise\ - Sempre più giovani italiani sceglie di
lasciare l’Italia dopo aver completato il proprio percorso di studi.
Si tratta
di un fenomeno ormai strutturale, che coinvolge una quota significativa di
laureati e che trova spiegazione, in larga parte, nelle difficoltà di accesso e
di stabilizzazione nel mercato del lavoro italiano.
Questo è quanto spiega il “Rapporto
di previsione Primavera 2026” del Centro Studi Confindustria, basato su
rielaborazioni di dati Istat ed Eurostat e ulteriormente
approfondito dal portale “Giovani e lavoro”.
Più della metà dei 190 mila italiani che tra il
2019 e il 2023 hanno lasciato l’Italia sono laureati. Una criticità
strutturale, dunque, dovuta al progressivo “ridimensionamento della componente
giovanile e la loro difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro”.
La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni in Italia è scesa infatti dal 25%
del 2005 al 20,6% nel 2025 ed è destinata a ridursi ulteriormente fino al 18,6%
nel 2070. Una dinamica che equivale a oltre 3 milioni di giovani in meno sul
territorio nazionale.
Un quadro che il Centro Studi Confindustria ritiene “preoccupante” e che
evidenzia per giunta un paradosso: in un Paese con meno giovani, i livelli di
occupazione restano tra i più bassi d’Europa. Nella fascia 15-24 anni lavora
solo il 19,7%, contro oltre il 50% in
Germania.
“Le
politiche pubbliche italiane rivolte all’occupazione giovanile si sono
concentrate negli ultimi anni su incentivi per la domanda di lavoro – si legge
nel rapporto di Confindustria -. Sgravi e bonus sulle assunzioni agiscono
prevalentemente sul lato del costo del lavoro per le imprese, ma incidono poco
sulle determinanti strutturali della bassa occupabilità giovanile. In
particolare, senza un’efficace politica di allineamento tra competenze in
uscita dal sistema formativo e quelle richieste dal mercato, il mismatch di
competenze permane come freno alla piena integrazione dei giovani nel mercato
del lavoro”.
Per Confindustria è necessaria, dunque, una “strategia integrata di lungo
periodo” che comprenda interventi strutturali che “affrontino le cause profonde
delle difficoltà occupazionali dei giovani”. Tra questi, suggerisce una riforma
e un rafforzamento dei percorsi formativi e scolastici; l’anticipo
dell’inserimento nel mercato del lavoro durante il percorso di istruzione; gli
incentivi mirati a sostenere il reddito dei giovani lavoratori; e delle
politiche di accompagnamento e welfare attivo.
“Una politica organica volta a valorizzare e trattenere il
capitale umano
costituirebbe a tutti gli effetti una leva di politica industriale, orientata a
rafforzare la capacità innovativa del sistema produttivo e
lo
sviluppo economico del Paese nel lungo periodo”,
conclude.
(aise)
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