Morbo di Alzheimer: tra genetica molecolare e programmazione sanitaria
Intervista al prof. Vincenzo Romano Spica Università di Roma, dell'intergruppo parlamentare “AI, Empowerment e Mercati Emergenti”
Il morbo di Alzheimer, principale forma di demenza, erode progressivamente memoria e autonomia. Alla base, alterazioni cerebrali complesse – tra cui l’accumulo di beta-amiloide o PTAU– mentre le cause restano solo parzialmente chiarite.
La ricerca accelera su diagnosi precoce, biomarcatori e nuove terapie capaci di rallentare la malattia, affiancate da modelli assistenziali innovativi e dall’uso crescente dell’intelligenza artificiale.
Ne parliamo con il Prof. Vincenzo Romano Spica,
genetista, Professore Ordinario di Igiene -Università di Roma “Foro
Italico” e Presidente della Commissione “Sanità, AI, Università e Ricerca”
dell’Intergruppo Parlamentare “AI, Empowerment e Mercati Emergenti”
Professore, quando nasce la prima descrizione del Morbo
di Alzheimer e cosa è stato osservato?
La prima osservazione risale ai primissimi del secolo
scorso, quando Aloysius Alzheimer che era un medico psichiatra, incontrò una
paziente cinquantenne, Augusta Deter, con una forma di demenza precoce.
Presentò le sue osservazioni in un convegno nel 1906, ma non vennero tenute in
considerazione, e si dovrà arrivare agli anni ’70 per riscoprirle. Gaetano
Perusini, era un giovane e brillante assistente, che raccolse altri casi e
individuò nel cervello di questi pazienti alterazioni anatomiche e la presenza
di microscopici ammassi, che tutt’oggi sappiamo essere coinvolti nei meccanismi
della malattia e costituiti da beta-amiloide o pTAU. Una storia esemplare della
scienza, in cui clinica e ricerca di base si intrecciano, come anche il lavoro
del maestro con quello dell’allievo, tanto che si parla di Morbo di
Alzheimer-Perusini.
Quali sono i principali fattori di rischio associati alla
malattia?
L’invecchiamento rappresenta il fattore principale, tanto che già Alzheimer parlava di una particolare “malattia psichica dell’età avanzata”, che Perusini dimostrò essere neurodegenerativa. In generale, varie cause danneggiano il cervello e accelerano il decadimento cognitivo, tra cui anche il fumo di sigaretta, l’ipertensione, l’ipercolesterolemia ed il diabete, se non vengono tenuti sotto controllo. La suscettibilità è iscritta in diverse regioni del genoma e la malattia è multifattoriale, coinvolgendo anche cause ambientali e stili di vita.
Per esempio, la sedentarietà è stata pure associata ad un aumentato rischio. Esistono però anche forme genetiche molto rare, sotto l’1%, che si manifestano prima dei 60 anni, e che sono dovute a particolari mutazioni ereditarie, nel gene del beta amiloide o delle preseniline. In queste particolari famiglie è possibile predire il rischio anche attraverso test genetici.
Per i casi sporadici, invece, si sta
perfezionando l’applicazione di biomarcatori come APP e pTAU, varianti
genetiche come APOE, che però devono essere considerati in una valutazione
clinica più ampia, che integri test cognitivi fino a strumenti radiologici
avanzati come PET e RMN. La diagnosi precoce sta assumendo importanza alla luce
di nuove e promettenti terapie, la cui efficacia sembra però attuarsi solo
nelle primissime fasi della malattia, insomma, per semplificare, si tratta più
di un rallentamento della progressione che di un recupero.
Qual è oggi l’impatto dell’Alzheimer sulla popolazione
italiana
La malattia colpisce oltre mezzo milione di persone in Italia, prevalentemente sopra i 60 anni, ma nei prossimi anni si prevede che il numero quadruplichi. Questo aumento dell’incidenza è legato al progressivo invecchiamento della popolazione, ma occorre ammettere che la scienza non conosce ancora cause e meccanismi che portano alcune persone ad ammalarsi ed altre no. Nel mondo, ogni 3 secondi una persona sviluppa la demenza e si prevede un enorme carico globale di malattia, stimato in circa 80 milioni di casi nel 2030.
Il peso ed i costi, però, non ricadono solo sul paziente, ma su
tutta la società: coinvolge profondamente i familiari e quanti portano
assistenza – caregiver – a causa della progressiva perdita di autosufficienza,
con conseguenze anche sul piano economico, organizzativo, psicologico e
sociale, come emerge anche nell’arte e nella canzone “Dimentico” di Enrico
Ruggeri, https://m.youtube.com/watch?v=0MUwat-pk60
ispirata all’esperienza della cooperativa La Meridiana e del
centro innovativo “Il Paese Ritrovato” di Monza, realtà che sperimenta nuovi
modelli di assistenza per le persone con demenza. https://cooplameridiana.it/centri_e_servizi/paese-ritrovato/
Esistono strategie efficaci per ridurre il rischio o
rallentare il declino cognitivo?
Dieta mediterranea, attività fisica adattata, stimolazione
cognitiva e controllo dei fattori cardiovascolari contribuiscono a preservare
la funzione cerebrale e ridurre il rischio. Non eliminano la malattia, ma
incidono concretamente sul decorso. Questa è prevenzione primaria sulle cause,
ma sono sempre più disponibili promettenti strumenti di prevenzione secondaria,
attraverso l’introduzione di screening per la identificazione di soggetti a
rischio e soluzioni di follow up per cambiare il loro destino allontanando o
attenuando l’Alzheimer. Non conoscendo le cause non possiamo evitarle con
vaccini o farmaci: gli screening rimangono al momento la grande speranza
promessa dai progressi della scienza e delle tecnologie.
Quali progressi si stanno registrando per comprendere le
cause e meccanismi?
La ricerca sta approfondendo i meccanismi molecolari
dell’invecchiamento cerebrale, evidenziando fenomeni di riorganizzazione della
struttura tridimensionale del DNA e anche sulla modificazione chimica di alcune
regioni attraverso meccanismi come la demetilazione. Si pensa che questi
processi svolgano una funzione detta “epigenetica” che modifica la lettura e
regolazione di vari geni. Interessante, studi recenti mostrano come questi
fenomeni possano attivare particolari sequenze “mobili” nel DNA delle cellule
dell’encefalo, con un effetto sulla stabilità genomica e sulla risposta
immunitaria cerebrale. Ma, come per le placche di Alzheimer viste già da
Perusini, oggi rimane il dubbio se queste alterazioni siano la causa primaria o
un effetto collaterale che accompagna la malattia. Comunque, al momento si
tratta ancora di promettenti dati scientifici e che attendiamo possano quanto
prima tradursi in reali benefici pratici per i pazienti e le loro famiglie.
Quali sono le prospettive terapeutiche attuali?
Farmaci per la gestione dei sintomi sono tra le armi -o
meglio tra gli scudi- di cui dispone la medicina. Sono in rapidissimo sviluppo
strategie innovative, tra cui anticorpi monoclonali e farmaci neuroprotettivi,
che mirano a rallentare la progressione della malattia. I risultati sono
promettenti, ma non definitivi. La cura risolutiva non è disponibile. La
ricerca e la sanità pubblica devono puntare sull’assistenza
riabilitativo-sociale.
Cosa intende? Quale ruolo devono assumere i sistemi
sanitari e la società
I sistemi sanitari devono adeguarsi all’invecchiamento della
popolazione, sviluppando strumenti e modelli assistenziali più efficaci. È
necessario un approccio integrato che tuteli la dignità della persona nella
malattia, ma anche di chi lo assiste. Il volontariato contribuisce, ma non è
sufficiente. Serve una strategia strutturale e adeguata ai tempi, che possa
beneficiare dei progressi scientifici e tecnologici, a partire dalle nuove
opportunità offerte dall’Intelligenza Artificiale. Non vi sembra strano che un
ambulatorio, un laboratorio di analisi o un ospedale dispongano di
strumentazioni sofisticate e gestiscano quotidianamente processi complessi e
immensi flussi di dati in tempo reale, mentre per assistere un paziente con
Alzheimer si conta ancora sulla forza delle braccia di un badante o
sull’olocausto di parenti o amici di ogni età?
Che ruolo può avere l’intelligenza artificiale in questo
contesto
Nel campo delle demenze, e in particolare dell’Alzheimer,
l’intelligenza artificiale può costituire un supporto decisivo lungo tutto il
percorso clinico e assistenziale. La sua funzione non è quella di sostituire il
medico o il caregiver, ma di estendere la capacità umana: migliorare la
precisione dei test predittivi, individuare segnali di declino cognitivo prima
che diventino clinicamente evidenti, personalizzare le terapie in base alla
storia del singolo paziente e soprattutto organizzare un’assistenza più vicina
– e non più distante – dai bisogni quotidiani di chi convive con la malattia.
L’IA resta uno strumento, non una soluzione autonoma; ma
grazie ai nuovi modelli agentici, capaci di pianificare, monitorare e
coordinare attività in modo proattivo, apre prospettive che fino a pochi anni
fa sembravano irraggiungibili.
Ossia? Può fare qualche esempio?
Il supporto nel quotidiano attraverso l’analisi continua di
dati provenienti da sensori ambientali, indossabili o domotica, riconoscendo
criticità o variazioni nelle abitudini quotidiane, come disorientamento
notturno, riduzione dei movimenti, rischio di caduta, difficoltà nella gestione
dei pasti o dell’idratazione. Quando identificano anomalie, questi sistemi
possono attivare modalità di allerta per caregiver e servizi sanitari, prima
che il problema diventi emergenza.
E per il malato? Cosa vuol dire “agentico”?
Assistere il decadimento cognitivo e la perdita di memoria
del paziente, ricordando appuntamenti o suggerendo attività per guidare il
paziente nel quotidiano. Sono strumenti che non devono sostituire la relazione
umana, ma che possono ridurre lo stress pratico dei familiari, favorendo un
coordinamento continuo tra medico, famiglia e servizi. La radice di agentico
rimanda al latino “agire, condurre”, nel mondo dell’Alzheimer questo significa
accompagnare e alleggerire paziente e famiglia. L’intelligenza artificiale non
cura la malattia, ma può migliorare la vita di chi la affronta ogni giorno,
restituendo tempo, serenità e continuità assistenziale.
Insomma, dalla genetica molecolare all’organizzazione
sanitaria quali le priorità oggi per l’Alzheimer?
Entrambe, occorre sperimentazione e ricerca di base per
comprendere le cause, predire gli esiti, intervenire precocemente, ma gli
sforzi della ricerca scientifica e tecnologica vanno anche applicati ad
assistere il malato e quanti vicini nell’assistenza. Lo sforzo dei caregiver
richiede a sua volta un “caregiver”! Benvenuta diagnostica innovativa e terapie
sofisticate, ma intanto l’urgenza oggi è aiutare il sistema dei caregiver a
tecnologizzarsi ed integrarsi efficacemente in un nuovo modello di assistenza
sociosanitaria. Rispetto della persona non vuol dire solo del malato, ma anche
di tutti quei portatori di assistenza, che oggi denominiamo caregiver. E, poi,
l’Alzheimer è una punta dell’iceberg, che svela situazioni sommerse legate alla
fragilità dell’anziano e altre forme di demenza, ma un aggiornamento creativo e
innovativo del SSN avrebbe impatto anche su altre malattie neurodegenerative,
disabilità e forme di comorbosità dovute a tumori o patologie cardiovascolari.
Ma questo processo può essere gestito dal SSN?
Non importa tanto se questo processo sia promosso dal pubblico o dal privato, o da entrambi, ma che si acceleri e faciliti soluzioni in modo tecnologico adeguato ai tempi. Il Volontariato offre già esempi eccellenti e pregevolissimi, ma occorre aiutarlo anche con la scienza e la tecnologia: serve un assistente dell’assistenza, un “badante” anche per i caregiver! Disporre di modelli agentici consentirà progressivamente di abbandonare strumenti di assistenza obsoleti, ancora grossolani e talora improvvisati, per adottare soluzioni adeguate ai tempi ed efficaci. Capire ed eliminare le cause o disporre di screening è fondamentale per l’Alzheimer. Tuttavia, la prevenzione terziaria “riabilitativo-sociale”, resta ancora una cenerentola e talora un tabù; invece, costituisce la vera sfida per la medicina e per le moderne società del III Terzo Millennio.

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