Portobello di Marco Bellocchio per il giornalismo un pugno nello stomaco
L’ultima scena della quinta punta di Portobello di Marco Bellocchio su HBO è un pugno nello stomaco per il giornalismo.
Dopo la sentenza di primo grado, in un processo allucinante,
dove tutti, in un mondo all’incontrario sono in preda ad allucinazioni e sospesi
da ipnosi, la condanna a dieci anni arriva come una staffilata e l’applauso dei
camorristi brucia sulla ferita aperta.
La vicenda di Enzo Tortora è l’emblema di un Italia che
arranca, fa fatica ad essere al passo con i tempi, gli anni ’80 segnati da riflusso,
incertezze e culturalmente depressa. Questo spiega anche quale fosse il clima
che accoglie questa assurda vicenda
Ma parliamo dell’ultima scena che sfuma sui titoli di coda:
una grande tavolata che brinda dopo la sentenza non è della camorra, il look
potrebbe indurci a crederlo, non è della procura, sarebbe ridicolo pensarci.
No, è dei giornalisti delle varie testate che hanno ricamato oltre ogni decenza
su Tortora, succhiando sangue vivo e scrivendo una delle pagine più brutte e davvero
infami del giornalismo italiano.
È come se la ricerca, la raccolta e la elaborazione dei
fatti, realizzata con l’accuratezza possibile di ogni elemento di pubblico
interesse, abbia volutamente sorvolato sul rispetto della verità finendo con lo
scrivere quello che la gente voleva sapere, il gossip, la vetrina delle suggestioni,
il mix arcano del complottismo, il fascino del mistero. In questa commedia ci entriamo
tutti e stavolta senza saperlo finiamo per acclamare una tragedia.
Che sia commedia lo dice lo stesso pentito principale, quell’acculturato
mangia libri consapevole di aver costruito qualcosa di eccezionale e di essere,
suo malgrado passato dalla cronaca alla storia.
Marco Bellocchio, abbiamo visto le cinque puntate, ci
colpisce con questi richiami all’Italia che osserva, dalle cucine, dalle tavole
preparate, mentre il castello di carta si alza sulla giustizia ed entra in aula,
lo fa con maestria cucendo fotogramma per fotogramma, una vicenda che è ancora,
dopo 40 anni, una ferita aperta.

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