Tra Flachs e Jindal lo stallo dell’ex Ilva
di Erasmo Venosi
“Il gruppo Flacks ritiene opportuno chiarire che l’introduzione di un’adeguata forma di tutela sul piano penale costituisce, dal nostro punto di vista, un presupposto essenziale per poter procedere e rappresenta un elemento determinante per consentire a Flacks Group e ai suoi rappresentanti di operare con il necessario livello di affidabilità e visibilità prospettica ai fini del raggiungimento degli obiettivi del piano industriale».
Inizia così la lettera che il
Gruppo Flacks, una società di investimenti privati con sede a Miami in Florida,
invia ai commissari che gestiscono l’ex Ilva:
Aggiunge: “Riteniamo essenziale che la questione sia affrontata nelle sedi istituzionali competenti quale parte integrante del complessivo flusso di lavoro dell'operazione”.
Lettera di certo conseguente al pronunciamento del Tribunale
di Milano che ha confutato parzialmente l’AIA e l’assenza di scadenze per
l’attuazione delle prescrizioni e al fine di tutelare la salute.
Infatti, il Gruppo Flacks continua, precisando che:
“eventuali ulteriori iniziative e impegni connessi alla medesima, rimangono
subordinati, tra l’altro, a una approfondita valutazione delle implicazioni
derivanti dal decreto emesso dal Tribunale di Milano relativo all’Aia 2025 e
alla cosiddetta “area a caldo” dello stabilimento di Taranto. (…) le misure
cautelari ivi contemplate sono suscettibili di produrre impatti significativi
sulla continuità operativa e, in ultima analisi, sulla complessiva
sostenibilità dell’attività aziendale, nonché sulle assunzioni poste a
fondamento del piano industriale aggiornato e sulla struttura, la tempistica e
l’allocazione dei rischi dell’operazione”.
La riprova che la situazione si è
maledettamente deteriorata per il ministro Urso è rappresentata dall’incontro
svoltosi a Nuova Delhi tra il ministro e i vertici di Jindal Steel.
A oggi la situazione è questa: il
Gruppo USA vincola l’acquisto all’ottenimento dello scudo penale, ma senza un
contratto di acquisto certo e immediato con garanzie future del gruppo
siderurgico le risorse deliberate dal Parlamento italiano e il prestito di 320
milioni autorizzato dalla Commissione europea non possono essere erogati.
Situazione di incertezza che ha
indotto all’incontro del ministro Urso e i dirigenti della multinazionale
Jindal Steel avvenuto il 19 febbraio.
Dall’incontro è derivata la
lettera inviata al ministero in cui la multinazionale indiana avanza una
seconda proposta per il gruppo siderurgico italiano. Parecchie sono le
condizioni poste dagli indiani.
Innanzitutto, non acquisterà
tutti gli impianti dell’ex Ilva. Lo Stato italiano deve restare proprietario
dell’area a caldo e delle centrali elettriche. Disponibile invece all’acquisto
e alla gestione dei laminatoi di Taranto e di altri impianti di Acciaierie
d’Italia presenti nella penisola.
Infine, Jindal vuole le concessioni dei porti di Genova e Taranto e tutto quanto è infrastruttura logistica. Gli impegni degli indiani consistono in investimenti per un massimo di un miliardo di euro. Da voci non confermate sembra che ieri pomeriggio ci sia stato un incontro tra i commissari e il Fondo USA. Cifra distante, e di molto, dai 5 miliardi di investimenti ipotizzati dal Fondo USA.

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