Meta e il prezzo del silenzio sui minori
L’accordo
miliardario chiude il processo americano sulle accuse di dipendenza dei minori
dalle piattaforme Meta senza ammissioni di colpa e interrompe le testimonianze.
Ma dietro la cifra record resta una domanda: quando una
sanzione diventa un costo prevedibile, quanto riesce davvero a cambiare il
comportamento di un colosso tecnologico?
Il 26 agosto Meta ha chiuso con quarantasette Stati
americani, il Distretto di Columbia e alcuni territori un accordo fino a 16,68
miliardi di dollari sulle accuse di aver progettato piattaforme che creano
dipendenza nei minorenni. Le azioni della società sono salite di oltre il 4% in
premercato, lo stesso giorno in cui l’accordo veniva annunciato. Vale la pena
partire da qui, dalla reazione della borsa, perché dice più di qualunque titolo
di giornale su cosa sia realmente successo quel mercoledì a Oakland.
Il processo era arrivato al settimo giorno di un calendario
che ne prevedeva ancora cinque settimane. Sotto il profilo dei numeri, il 70%
dell’importo, circa 12,7 miliardi di dollari, Meta lo verserà comunque, in rate
distribuite su dieci anni: poco più di un miliardo l’anno, a fronte di un utile
netto trimestrale che si aggira sui sedici miliardi. Il restante 30%, 5,3
miliardi, scatta solo se TikTok e YouTube accettano di sottoscrivere limiti
analoghi per gli utenti minorenni, versando a loro volta cifre equivalenti agli
Stati. È una clausola che protegge Meta dallo svantaggio competitivo di essere
l’unica a stringere le maglie, e allo stesso tempo consegna ai procuratori
generali un argomento pronto per bussare alla porta dei concorrenti.
C’è un esperimento di economia comportamentale, condotto nel
1998 in dieci asili nido di Haifa dagli economisti Uri Gneezy e Aldo
Rustichini, che aiuta a leggere quello che sta succedendo meglio di molte
analisi giuridiche. In sei di quei dieci asili venne introdotta una multa di
venti shekel per i genitori che arrivavano in ritardo a riprendere i figli. La
previsione era che la multa avrebbe scoraggiato i ritardi. È successo il
contrario: i ritardi sono aumentati, e sono rimasti alti anche dopo che la multa
è stata tolta. Lo studio, pubblicato nel 2000 sul Journal of Legal Studies con
il titolo “A Fine is a Price”, spiega il meccanismo così: finché il ritardo era
percepito come una scortesia, c’era un debito morale verso l’educatrice,
difficile da quantificare e spesso più pesante di venti shekel. Quando è
comparsa una cifra su un cartellino, il debito morale è sparito ed è rimasta
una transazione. Si può comprare mezz’ora di ritardo. E una cosa comprata non
pesa più sulla coscienza.
È lo schema in cui si inserisce l’accordo di Oakland.
Duecento miliardi erano la richiesta iniziale degli Stati capofila, California,
Colorado, Kentucky e New Jersey. Poco più di dodici sono la cifra garantita.
Nessuna ammissione di colpa, nessuna sentenza, nessuna testimonianza dei
vertici davanti a una giuria. Un comportamento che fino a ieri era una
trasgressione da nascondere ha oggi un prezzo di listino pubblico, noto ai
concorrenti e già contabilizzato nel trimestre. E come per la norma sociale svanita
negli asili di Haifa, anche se domani quella clausola venisse rinegoziata o
aggirata, difficilmente tornerà la percezione che progettare un prodotto per
creare dipendenza nei minori sia semplicemente sbagliato, e non solo costoso.
C’è una seconda partita, meno visibile nei numeri, che
riguarda cosa l’accordo ha impedito di mettere agli atti. Il politologo Steven
Lukes, in un libro del 1974 diventato un classico degli studi sul potere,
distingueva tre facce del potere: la prima è vincere uno scontro aperto, la
seconda è decidere cosa non arriva mai sul tavolo della discussione. È la
seconda faccia quella che ha funzionato a Oakland. Nei sette giorni di udienze
effettive, il capo di Instagram Adam Mosseri ha dovuto ammettere sotto giuramento
che la funzione “Take a Break”, presentata pubblicamente come prova di
attenzione al benessere degli adolescenti, era stata usata solo dall’1,8% dei
minorenni, un dato che l’azienda non aveva mai reso noto, mentre in un post del
2021 rivendicava che oltre il 90% di chi la attivava la manteneva attiva, un
modo elegante di tacere quanto pochi la attivassero. Interrogato se i genitori
avessero avuto modo di saperlo, Mosseri ha risposto con un secco “corretto”,
due volte.
Nelle cinque settimane rimaste era prevista la testimonianza
di Brian Boland, ex vicepresidente Meta uscito dall’azienda denunciando che gli
allarmi sui danni ai minori arrivavano fino a Zuckerberg e la risposta era
sempre la crescita prima della sicurezza. Il giorno stesso dell’accordo, Boland
ha pubblicato un intervento intitolato “Meta ha pagato 17 miliardi per fermare
un processo, non fidatevi di loro”. La sua testimonianza in aula non c’è mai
stata, così come non c’è mai arrivata quella di Mark Zuckerberg, atteso nelle
settimane successive.
Non è la prima volta che questa sequenza si ripete. A luglio
2025, in Delaware, un gruppo di azionisti aveva citato Zuckerberg, Sheryl
Sandberg, Peter Thiel, Marc Andreessen e altri consiglieri per non aver
vigilato sullo scandalo Cambridge Analytica, chiedendo 8 miliardi di danni. Il
processo si è fermato al secondo giorno, nell’ora stessa in cui Andreessen
avrebbe dovuto testimoniare. L’accordo, reso pubblico solo mesi dopo, valeva
190 milioni di dollari, il 3% circa della richiesta iniziale, pagati non di
tasca propria dai dirigenti ma dalla polizza assicurativa che copre gli
amministratori. Nessuna deposizione, nessun verbale, nessuna sentenza su chi
sapesse cosa e da quando.
A questi due episodi si aggiunge, a novembre 2025, il
rigetto da parte del giudice federale James Boasberg della causa antitrust con
cui la Federal Trade Commission sosteneva che l’acquisizione di Instagram e
WhatsApp avesse costruito un monopolio illegale. In quel caso il prezzo non è
stato pagato in dollari: nell’anno precedente al verdetto Meta aveva versato un
milione al fondo per l’insediamento di Trump, sostituito il responsabile delle
policy globali con un lobbista repubblicano e chiuso il programma di
fact-checking indipendente. Il verdetto è arrivato comunque nel merito, da un
giudice nominato da Obama, ma il terreno politico intorno alla causa era stato
nel frattempo reso più favorevole.
C’è infine un aspetto dell’accordo del 26 agosto che la
stampa italiana ha in gran parte ignorato, ed è quello che riguarda più da
vicino chi legge da qui. Gli impegni concreti, il tetto di due ore al giorno
per i minorenni, il blocco notturno dalla mezzanotte alle sei, le notifiche
silenziate a scuola, la verifica dell’età entro dodici mesi, il divieto di
vendere i dati dei minori per pubblicità mirata, valgono solo negli Stati
Uniti. Meno di un utente Meta su dieci nel mondo è americano. Per gli altri nove,
dall’India al Brasile, dal Marocco a Napoli, nessuna di queste tutele si
applica: Instagram continua ad aprirsi normalmente alle due di notte, i dati
dei minorenni continuano a essere venduti per pubblicità mirata. È lo stesso
schema già visto nell’industria del tabacco, pacchetti con avvertenze pesanti
in Occidente e sigarette senza restrizioni altrove.
Il mercato ha reagito bene il 26 agosto perché ha visto
esattamente questo: un rischio da 200 miliardi, con dentro l’incognita di una
giuria americana e di dirigenti che parlano sotto giuramento davanti a una
telecamera, trasformato in una voce di costo prevedibile, rateizzata su dieci
anni e già scritta nel bilancio trimestrale. La prossima volta che una cifra
con dieci zeri finisce in un titolo di giornale, forse vale la pena guardare
oltre il numero, e chiedersi cosa quell’azienda abbia accettato di smettere di
fare, per quanto tempo, e soprattutto dove.
Fonti
● NPR,
“Meta, states agree to $17 billion settlement in child safety trial”
● Stateline,
“Meta to pay 47 states up to $17.1B in landmark child safety settlement”
● Newsweek,
“Meta’s $17B Child-Safety Settlement Is a Grim Bargain”
● NPR,
“Instagram head Adam Mosseri testifies in defense of Meta in child safety
trial”
● Brian
Boland, “Meta Paid $17 Billion to Stop a Trial. Do Not Trust Them.”
● Deadline,
“Rob Bonta Says It’s ‘Telling’ Meta Settled In The Midst Of Trial”
● Insurance
Journal, “Meta Settles Cambridge Analytica-Related Claims for $190 Million”
● Scott+Scott,
“$190M Settlement Secured in Case Against Meta”
● Gneezy,
U. e Rustichini, A., “A Fine is a Price”, Journal of Legal Studies, Vol. 29,
No. 1 (2000)


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