Ex Ilva area a caldo e bomba sociale

Ex Ilva, Ambrogi Melle: “La bomba sociale si disinnesca salvando i lavoratori, non l’area a caldo”

La cittadina tarantina chiede a Regione, Comune e Provincia di sollecitare il Governo su chiusura dell’area a caldo, bonifiche, tutela occupazionale e riconversione economica del territorio

Taranto torna al centro del dibattito nazionale sul futuro dell’ex Ilva e sulle ricadute occupazionali legate alla possibile sospensione delle attività dell’area a caldo. A intervenire è Lina Ambrogi Melle, cittadina tarantina e promotrice di due ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo sulla questione del siderurgico, conclusi con sentenze definitive di condanna dello Stato italiano nel 2019 e nel 2022. 

Secondo Ambrogi Melle, l’allarme sulla cosiddetta “bomba sociale”, evocato in relazione al futuro dello stabilimento e dei suoi lavoratori, non può tradursi in una nuova richiesta di continuità produttiva degli impianti più impattanti. 

La preoccupazione per migliaia di lavoratori e per le loro famiglie, osserva, è legittima e doverosa. Diversa, però, dovrebbe essere la risposta delle istituzioni. 

“Se occorre un decreto straordinario, lo si faccia — sostiene — ma sia un decreto per salvare i lavoratori, non per salvare l’area a caldo”.

Il riferimento è alla decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro 90 giorni. Dopo quel provvedimento, Ambrogi Melle afferma che si sarebbe attesa dalle istituzioni locali una richiesta al Governo orientata ad aprire “una strada diversa”. 

La cittadina tarantina non condivide l’impostazione attribuita al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, al sindaco di Taranto e al presidente della Provincia, che continuerebbero a indicare nella continuità produttiva e nella cosiddetta decarbonizzazione dello stabilimento la soluzione per il futuro industriale e occupazionale della città. 

Per Ambrogi Melle, Taranto non ha bisogno soltanto di cambiare il modo in cui si produce acciaio, ma di cambiare modello di sviluppo. 

Forni elettrici e impianti DRI, sottolinea, possono ridurre alcune emissioni rispetto al ciclo integrale tradizionale, ma non trasformano la siderurgia in un’attività a impatto zero. 

Il punto, secondo la sua analisi, è che Taranto non è un territorio industrialmente incontaminato sul quale progettare un nuovo stabilimento. 

La città, ricorda, sopporta da decenni un pesante carico ambientale e sanitario, legato alla concentrazione di grandi impianti industriali e alle contaminazioni accumulate nel tempo. 

Da qui la richiesta che, a suo giudizio, Regione, Comune e Provincia avrebbero dovuto avanzare con maggiore coraggio: 

chiusura dell’area a caldo, smantellamento degli impianti, bonifica delle aree contaminate e tutela integrale dei lavoratori ex Ilva e dell’indotto. 

La tutela dei lavoratori al centro della transizione

Per Ambrogi Melle, la “bomba sociale” non si disinnesca mantenendo indefinitamente in funzione gli impianti, ma garantendo reddito, formazione e nuova occupazione ai lavoratori per tutta la durata della transizione.

Lo smantellamento e la bonifica dell’area industriale, aggiunge, richiederebbero attività prolungate nel tempo e potrebbero coinvolgere prioritariamente le professionalità dei dipendenti ex Ilva e dell’indotto, generando al contempo nuove opportunità occupazionali. 

Secondo Ambrogi Melle, le risorse per affrontare la transizione esistono già.

 Tra queste cita il Just Transition Fund, che destina alla provincia di Taranto 795,6 milioni di euro per accompagnare un territorio fortemente dipendente dalle attività ad alta intensità di carbonio verso una nuova economia, sostenendo diversificazione produttiva e conseguenze sociali e occupazionali della transizione.

 A queste risorse, sostiene, possono aggiungersi gli ammortizzatori sociali, il FSE+ e altri strumenti nazionali ed europei disponibili.

 Ambrogi Melle richiama anche il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione per i lavoratori espulsi dal lavoro, il FEG, indicandolo come ulteriore possibilità da verificare. 

La disciplina del Fondo, afferma, consentirebbe di intervenire nei grandi processi di ristrutturazione che coinvolgono lavoratori a rischio di perdita del posto, finanziando formazione, riqualificazione, orientamento e accompagnamento verso una nuova occupazione. 

Perché Regione, Comune, Provincia e sindacati non chiedono al Governo di verificare immediatamente l'attivazione di tutti questi strumenti per garantire i lavoratori? 

Se davvero serve un decreto straordinario per Taranto, che coordini ammortizzatori sociali, Just Transition Fund, FEG e gli altri fondi disponibili e garantisca che nessuna famiglia venga abbandonata durante la transizione. 

NON UNA ILVA TRASFORMATA, MA UNA TARANTO TRASFORMATA

Le bonifiche, però, devono rappresentare soltanto l'inizio. 

Taranto ha molte alternative e deve finalmente liberarsi dalla dipendenza economica da un'unica grande industria. 

Perché non prevedere una NO TAX AREA, o comunque una fiscalità fortemente agevolata compatibile con le regole europee, per attrarre aziende pulite, tecnologicamente avanzate, ricerca e innovazione? 

Perché non utilizzare l'aeroporto di Grottaglie anche per i voli passeggeri, rompendo finalmente l'isolamento di Taranto e favorendo turismo culturale e congressuale? 

Occorre far crescere e rendere sempre più autonoma l'Università, rendere pienamente operativo e valorizzare il nuovo Ospedale San Cataldo, sviluppare porto e blue economy, rilanciare mitilicoltura e agricoltura di qualità, investire nel turismo, nella cultura, nell'archeologia, nella ricerca e nelle nuove tecnologie. 

Taranto non deve sostituire una monocultura industriale con un'altra. 

Deve costruire tante economie diverse, legate alle vere vocazioni del territorio.

Anche per questo ritengo che non sia coerente aggiungere a un territorio già così fortemente industrializzato ulteriori grandi impianti energetici senza una rigorosa valutazione del rischio complessivo. Ho già presentato al MASE e al Comitato Tecnico Regionale specifiche osservazioni sui problemi di sicurezza connessi al progetto di rigassificazione, anche in relazione alla compresenza di altri importanti impianti industriali.

Taranto non ha bisogno di accumulare nuovi impianti. Ha bisogno di liberare le proprie potenzialità. 

Alla vigilia dei Giochi del Mediterraneo, mentre la città si prepara a mostrarsi al mondo, sarebbe paradossale continuare a raccontare che il suo futuro e quello dei suoi lavoratori dipendano ancora necessariamente dagli altiforni

Per questo rivolgo pubblicamente una domanda al Presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, al Sindaco di Taranto e al Presidente della Provincia

perché chiedete al Governo la continuità della produzione siderurgica e la decarbonizzazione e non chiedete invece la chiusura dell'area a caldo, lo smantellamento degli impianti, le bonifiche, la garanzia dei lavoratori e un grande Piano straordinario per un nuovo modello di sviluppo di Taranto? 

La “bomba sociale” deve essere disinnescata. 

Ma la soluzione non può essere chiedere ancora una volta ai cittadini di Taranto di scegliere tra salute e lavoro. 

Si garantiscano i lavoratori, non necessariamente gli altiforni.

 Non una ILVA semplicemente trasformata, ma una Taranto trasformata.

 Una Taranto che possa finalmente avere insieme salute, lavoro e futuro

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