Drammaturgia sacra medievale: origini, evoluzione, decadenza
Il fenomeno della drammaturgia sacra medievale, lungo oltre un millennio, al di là di ogni valutazione di genere letterario, è tra le forme creative di maggior suggestione, supportato da genuina adesione, appartenenza, devozione autentica e coinvolgente.
di Gabriella Izzi Benedetti *
L’avvento del Cristianesimo determina un
mutamento profondo delle coscienze. Si modificano sensibilità, obiettivi, senso
comunitario, si verifica una rivoluzione globale e irreversibile, che da un
lato trova ostilità, dall’altro travolge quanto di decadente era già in atto
nel mondo classico, in molteplici aspetti, compresa la formula teatrale.
La drammaturgia classica, durante il Medioevo,
prosegue in forma ingenua e grezza, lontana dalla eleganza anteriore, e intanto
sorge una produzione legata alla nuova liturgia, che si esprime con dignità
linguistica e strutturale, capacità teatrale. Il fenomeno è di livello europeo;
le varie realtà sono simili nel passaggio dal rito liturgico a rappresentazioni
grandiose, in cui alla fine del rito liturgico rimane ben poco. In Italia
primeggiano Toscana e Abruzzo in quanto a Sacre
rappresentazioni con pari grandiosità, in Toscana con più attenzione al modulo
letterario, in Abruzzo con stile più popolare. L’Umbria eccelle per la
Lauda.
Inizialmente la Chiesa preferì temi di allegrezza, diede spazio alla Resurrezione, al trionfalismo. Divennero quasi due episodi staccati, Passione e Resurrezione. La Passione era antefatto acquisito, con il Cristo vincente, il Pantocrate.
La predicazione degli Apostoli si era in prevalenza
soffermata sul tema della Resurrezione, quale mistero della incarnazione di
Cristo e tangibilità del suo messaggio di redenzione. Anche il Natale nei primi
secoli dell’era cristiana è celebrato, ma in forma narrativa.
Un discorso a parte merita la liturgia della Messa nella
quale già dal II secolo Papa Alessandro I volle Passione e
Resurrezione di pari incisività. La Messa è giudicata la prima forma di dramma
sacro in cui il celebrante rappresenta Cristo e diaconi, suddiaconi, chierici
minori sono parte attiva di riti liturgici, assumono gestualità e timbri vocali
adeguati.
La teatralità si accentua nella Settimana Santa con la
lettura della Passione nella Domenica delle Palme e il Martedì, Giovedì,
Venerdì Santo. Inoltre il Mandatum, cerimonia propria del Giovedì
santo, era di grande effetto, come di Venerdì il canto delle
quattro Passiones, dell’Adoratio Crucis, della Depositio
Crucis. Il rituale della Passione si concludeva con l’Uffizio delle
tenebre; nell’ istante dell’ultimo respiro si spegneva ogni lume, a indicare
l’oscurità che si abbatte sulla terra con la morte di Cristo.
Legati alla liturgia della Passione gli Inni del rituale
greco-bizantino, gli Encomi, accompagnavano azioni drammatiche, anche se
la rievocazione della Passione di penitenziale aveva ben poco, come la liturgia
del Mattutino cantata la sera del Venerdì Santo, in uso dal VII
secolo, l’inno glorioso Exultet compilato su pergamene arrotolate, i
rotoli appunto, ricchi di immagini, didascalie, testo e musica. Il diacono
cantore svolgeva la pergamena; il popolo seguiva la descrizione visiva e
l’accompagnamento musicale
L’iconografia al contrario evita l’immagine di un Cristo
ferito, percosso; il Cristo sulla Croce è vivo e circondato di gloria. Dopo
secoli di paganesimo, Dèi vittoriosi e una religione che di penitenziale aveva
ben poco, abbracciare un’altra fede con caratteristiche tanto diverse
significava accettare una radicalità di visione che aveva bisogno di tempo per
essere introiettata in alcune caratteristiche più estreme.
Perché la figura di Cristo nel momento della sofferenza e umiliazione, la Crocifissione, acquisti valore redentivo bisogna giungere a Sant’Anselmo (1033-1109) e San Bernardo (1091-1153), che hanno messo in evidenza l’irrinunciabilità di una Cristologia della sofferenza; la loro teoria ha influito decisamente nell’arte pittorica medievale. Le immagini del Cristo sofferente infittirono dal secolo XI, e ne è risultata una figura di grande patos, appassionando i fedeli.
La Pasqua, manifestazione di morte e rinascita, veniva a
trasformare una festa folkloristica, pagana, in evento cristiano. Alle origini
il teatro, sacro o profano, è stato in buona parte la trasposizione del
desiderio della società di festeggiare il rinnovarsi dei cicli stagionali, con
rituali propiziatori.
A prescindere dal Cristianesimo, poiché la sacralità dei
festeggiamenti affonda le radici in feste pagane da cui molte delle feste
cristiane hanno preso il via; in alcune come Capodanno, Carnevale, in forma
evidente, meno nel Natale ed Epifania, che subentrano a feste di rinnovamento,
propiziatorie, sovrapposte dalla Chiesa nell’opera di conversione alla
cristianità, per oscurare il rito precedente. Il rito pasquale sostituì le
feste per la fertilità, molti santi patroni vennero collocati nel calendario in
giorni precisi, annullando, con la fastosità dei festeggiamenti, rituali
antichi. Dal IV secolo il Natale cadde il 25 dicembre ponendo fine a riti
propiziatori di fine anno.
E dunque l’arte teatrale ha alla base la sacralità del
rito fin dalle origini: forme spettacolari o più semplici, quali la processione
che nel Cristianesimo assunse una particolare valenza come demarcazione dello
spazio sacro, compartecipazione, benedizione estesa a tutto il mondo. C’erano:
musica, Confraternite e Corporazioni, stendardi, figure di angeli e figuranti
in abiti d’epoca. La statua del Santo faceva soste, iniziavano momenti
dialogici, rievocazioni. Il popolo, in parte, interveniva.
Sul territorio da cui è partita l’evoluzione da forme
liturgiche a teatrali si è a lungo
dibattuto; Francia, Inghilterra, Germania, con una straordinaria
fioritura teatrale, relegavano l’Italia a fanalino di coda. Poi, grazie a
recuperi di cui dobbiamo essere grati a Vincenzo De Bartholomaeis, si è
vista come ricca fosse la nostra produzione.
Resta valida l’ipotesi dell’origine greco-bizantina, anche
tenendo conto dell’influsso esercitato dall’arte bizantina sulla occidentale,
specie nel meridione. Nonostante le conflittualità tra il Patriarcato di
Costantinopoli e il Papato, le strette relazioni politiche, tra V e X secolo,
favorirono nell’Occidente reciprocità; tra esse quella dei riti religiosi.
Nell’VIII secolo la Corte di Costantinopoli donò al re francese Pipino il
breve, un organo; così l’organo si propagò in Occidente.
Grazie anche a forme musicali più articolate e a un tipo di
Omelia sganciata da rito liturgico si crearono due cicli a carattere popolare:
Annunciazione, Natività e fuga in Egitto; Battesimo di Cristo, Passione e
Resurrezione. In Occidente, e in particolare in Abruzzo, venne a
determinarsi dalla Omelia, in forma del tutto indipendente, il Sermone
semidrammatico, poiché i predicatori interrompevano la spiegazione del Vangelo
e iniziava una sequenza scenica con forte coloritura drammatica; talmente amata
che si dovettero costruire palchi sui quali si svolgeva l’azione narrata dal
sacerdote. Un momento di forte aggregazione sociale.
I francesi sostennero a lungo l’origine del dramma in
Francia. Ma studiosi italiani opposero ragioni altrettanto valide sulla
contemporaneità del fenomeno e misero in luce come l’importanza storica della
liturgia romana, (comprese la musica gregoriana, le Antifone e Responsori)
sulla germinazione del dramma liturgico sia fuori discussione. Il
ritrovamento in Sulmona di un frammento di 226 versi, l’Officium
quarti militis, dove officium ha significato di parte, cioè
quella affidata al quarto soldato, ha pesato nella logica dell’origine
autoctona della drammaturgia italiana. Inoltre, per quanto il teatro classico
fosse messo da parte, tanto che la teatralità laica era quasi del tutto affidata
a mimi e saltimbanchi, resisteva la tentazione, anche nel sacro, del dramma
colto. Rifarsi ad autori classici come Eschilo o Terenzio.
Ne sono esempi l’Exagogé, la Susanna, il Christós Páschon. Le modalità erano attinte dagli scarsi testi noti nel medioevo, amalgamando trasposizioni e diversificazioni a carattere didascalico ed esemplare. Un esempio è dato da sei commedie di stampo terenziano scritte dalla canonichessa sassone-latina Hrosvita nell’XI secolo, a scopo didattico, per le converse del convento.
Il mondo orientale a sua volta fu colpito dalla figura di
Maria e i Pianti della Vergine si propagarono anche in Occidente. Si espressero
con tipologia narrativa teatrale, denominata Lauda; la massima fioritura fu
in Umbria e il massimo esponente Jacopone da Todi (conte
Jacopo Benedetti) grazie al quale raggiunse dignità letteraria. Il passaggio
dal Planctus in latino ai Pianti e Lamentatio in
volgare avviene nell’area centro-meridionale e precipuamente in Abruzzo,
diramandosi verso la Toscana, l’Umbria e le Marche. Infine in Sicilia.
Reperiamo un documento anche in Piemonte.
Influisce in Abruzzo la presenza di Celestino
V con la sua forte partecipazione al dolore di Maria, oltre al
francescanesimo; sicché il mondo benedettino detentore di Pianti troppo
solenni, e la genuina passionalità francescana, si fusero fra loro. Le laudi
proseguiranno definitivamente in volgare italiano. Ma è l’Umbria ad aver
prodotto veri gioielli lirici. L’Italia ha smesso tardi l’uso del latino, sua
lingua d’origine, a differenza di altre nazioni europee. Da Urbino, di
questa Laude suggestiva riportiamo l’incipit:
Planga la terra planga lo mare /
Planga lo pesce che sa notare / Plangan le
bestie nel pascolare / Plangan l’
augelli nel lor volare …
É impossibile non citare alcuni celebri versi de La
donna del Paradiso di Jacopone da Todi:
Figlio l’alma t’è scita/ Figlio bianco e vermiglio/ Figlio
senza simiglio / Figlio, e a ccui m’apppiglio?/ Figlio pur m’ai lassato/ Figlio
de la smarrita/ Figlio de la sparita/ Figlio attossecato ….
Se il valore artistico delle Laudi non è tra i più
elevati, trascinanti com’erano creavano emozione, inducendo alla preghiera e
alla penitenza. In queste rievocazioni si riscontra il tipo di ineluttabilità,
realismo, propria della tragedia classica. Dall’esigenza penitenziale vennero a
formarsi gruppi o Confraternite: i Disciplinati, i Flagellanti che percorrevano
strade e paesi percuotendosi. La formula penitenziale sopravvisse nel tempo,
coinvolse intere generazioni.
Col procedere della evoluzione teatrale si giunge
alla Sacra Rappresentazione, la forma drammatica più avanzata. L’apparato
scenico dimostra come dal simbolico si arrivi al realistico. In questo genere
di produzioni pullulano elementi visivi. Si creano vere e proprie scene con
addobbi, interni di abitazioni o luoghi esterni come un monte o una caserma,
giardini artificiali. Con tutti i dettagli necessari.
Non essendo contemplata l’unità classica di luogo tempo e
azione, avvenivano azioni simultanee riferite a luoghi e tempi lontani o vicini
senza soluzione di continuità; le strutture erano adeguate alle esigenze
sceniche; costruzioni a più piani che in certo senso furono le prime forme
embrionali cinematografiche, in quanto dai vari riquadri si affacciavano e
recitavano gli attori senza regole di tempi e luoghi.
Scrive Silvio D’Amico (Storia del teatro italiano, Garzanti, 1970): “Il palcoscenico medievale non rappresenta un luogo, rappresenta l’Universo. Cioè una quantità di luoghi; e non uno dopo l’altro, ma offrendoli tutti simultaneamente allo sguardo dell’osservatore”. È chiaro che la primitiva formula liturgica è stravolta.
Diventa sempre più incerta la separazione fra sacro e profano, anche se i realizzatori sono sempre dei religiosi; ma le rappresentazioni, specie natalizie, abbondano di fantasie favolistiche. L’imponenza delle costruzioni è tale che dall’interno della chiesa vengono spostate nello spiazzo adiacente. I cicli classici sono tre: Pasquale, Natalizio, Vecchio Testamento; diffuse le agiografie. Bellissima l’abruzzese Legenda de Sancto Tomascio, meno grandiose ma ugualmente considerevoli le leggende di S.ta Caterina, San Giuliano, S.ta Margherita.
In Toscana e in Abruzzo grandiose Abramo e Isacco,
Misteri di Moisé, Rappresentazione di Rosana, La
Resurrezione. Dall’Umbria Il contrasto del povero e del ricco, di
struttura semplice. Le impalcature, solide, grandiose, offrono la possibilità
di rappresentazioni che durano 50, 60 giorni. In alcune di esse, diffuse in
tutta Europa, si cerca di portare il testo a dignità letteraria. Rilevante la
parte musicale.
La magnificenza della Sacra Rappresentazione fiorentina fu
esportata da mercanti verso Napoli e Milano. A Venezia invece le autorità
ecclesiastiche furono ostili verso questa forma teatrale. Le commistioni fra
sacro e profano infittirono; la mentalità cambiava, iniziava la stagione
dell’Umanesimo e Rinascimento.
Con il gusto dello studio dei classici, della dimensione
della propria autonomia, l’uomo rinascimentale si avvicinava a una visione
della realtà non più legata a un destino soggetto del tutto al volere di Dio;
ritrovava il pensiero critico, giungendo a conciliare cristianesimo e laicismo.
L’affascinante mondo mistico e fantastico medievale cedeva il posto a un mondo
ugualmente affascinante, di equilibri e armonie, con il progressivo laicizzarsi
dell’ottica in senso sociale e politico. Con l’avvento della Controriforma la
Chiesa proibì molte iniziative. Iniziarono a dominare la scena teatrale il
dramma classico e la commedia dell’arte.
Poco a poco il dramma sacro scompare. La storia apre e chiude cicli, ed è sensato ciò che scrive il Tonelli (Il teatro italiano, Milano, Modernissima, 1924): “Il dramma religioso muore, nel Rinascimento, per la stessa ragione per cui si estinsero il poema sacro, la novella religiosa ecc. e nacquero il poema cavalleresco, il romanzo bucolico, la commedia e la tragedia classicheggiante. Non v’è separazione assoluta fra l’una e l’altra manifestazione dello spirito. Tant’è vero che, come per la letteratura, così per il teatro, s’inizia un nuovo ciclo, non meno fecondo del primo”. E dunque nessuna esperienza finisce del tutto, in particolare il Dramma che per sua natura è poligenetico.
*Presidente della Società Vastese di Storia Patria

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