Priscilla Marvel con Ufficio Caos parla delle inquietudini presenti
Come faccio a fare un figlio su questo pianeta che muore? Priscilla Marvel e il brano sui trentenni senza futuro da immaginare
Tra crisi climatica, instabilità politica, precarietà e desiderio di fuga, “Ufficio Caos” racconta l’età adulta come una scrivania piena di fogli senza progetti: una fotografia feroce e ironica di chi dovrebbe costruire una vita e invece cerca solo un modo per non farsi cannibalizzare dal presente.
«Come faccio a fare un figlio su questo pianeta che muore?».
Basta questa domanda per misurare lo stato attuale di una generazione che ha
smesso di pensare al futuro come a una promessa e ha iniziato a percepirlo come
un carico ulteriore. Priscilla Marvel apre così “Ufficio Caos”, il
suo nuovo singolo per Alka Record Label: una sentenza che cade come una
scure sulla retorica del futuro a ogni costo.
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Il brano nasce da quella fase dell’età adulta in cui, almeno sulla carta, dovrebbero iniziare ad esistere carriere avviate, case, famiglie, decisioni stabili, traiettorie definite. E invece, per molti trentenni, resta una scrivania occupata da fogli pieni di scarabocchi, progetti mai messi a terra, notifiche, notizie che arrivano da un mondo sempre più difficile da decifrare.
Priscilla Marvel dà un nome a questa condizione: “Ufficio Caos”. Non
un luogo fisico, ma una stanza mentale, un archivio disordinato di paure,
rinvii, desideri di fuga e responsabilità impossibili da evadere.
Se con il precedente singolo “Cuore di panna” avevamo assaggiato la disillusione zuccherina del burnout, qui siamo di fronte a una cronaca spietata dell’immobilismo esistenziale, un’istantanea sul momento in cui la spossatezza diventa immobilità e il rumore del mondo resta acceso anche se si smette di leggere le notizie.
Il telegiornale perde apprensione perché la sensazione di
allarme è già filtrata nella vita privata, nel corpo, nel modo di guardare una
scrivania, una città, una possibilità.
«Non so immaginare nemmeno un futuro migliore» canta l’artista, sventando ogni tentazione di edulcorare il messaggio. Non c'è traccia di vittimismo; non c’è spazio né per la commiserazione né per un'empatia di maniera che renda l'asfissia presente una valuta di scambio sociale. C’è, piuttosto, la constatazione asciutta di una generazione cresciuta dentro una sequenza continua di crisi: economiche, climatiche, politiche, sociali, abitative, lavorative.
Una generazione a cui è stato chiesto di
scegliere, progettare, performare, reagire, reinventarsi, mentre il quadro
generale diventava sempre meno governabile. Una generazione che ha smesso di
cercare risposte nel domani, semplicemente perché il domani sembra aver
smesso di esistere.
In “Ufficio Caos” la crisi climatica entra
immediatamente, nella prima domanda, accanto alla possibilità di generare vita.
La maternità, anziché essere trattata come scelta personale isolata, viene
narrata come interrogativo storico-sociale: cosa significa pensare a un figlio
quando il pianeta brucia, le città diventano invivibili, la politica appare
distante, il lavoro non garantisce più una direzione e perfino immaginare un
domani sembra uno sforzo fuori portata?
Il brano non vuole dare una risposta preconfezionata; al
contrario, lascia che il quesito rimanga aperto, perché è proprio nell’assenza
di soluzione che si riflette il fallimento di un sistema che ha esaurito le sue
narrazioni consolatorie. “Ufficio Caos” non si limita a raccontare la paura di
una donna davanti al futuro, ma si addentra nella difficoltà comune di
progettare una vita in un tempo che sembra smentire ogni progetto prima ancora
che possa prendere forma.
Dalla crisi climatica alla deriva politica, la complessità
del presente diventa tale da indurre a un volontario isolamento
sensoriale: «Non leggo più le notizie, non guardo nemmeno il telegiornale». È
la resa di chi ha capito che la rivoluzione è impossibile se l’energia vitale
viene cannibalizzata da un sistema che non offre vie d'uscita valide.
«Questa canzone nasce dal bisogno di dare voce a una
generazione che si sente senza speranze» dichiara Priscilla Marvel,
sottolineando come la pressione sociale di dover ordinare la propria vita si
scontri con un mondo che, fuori dalle finestre, letteralmente brucia.
«Brucia la città, ma un bicchiere d’acqua mi salverà» è il
verso che evidenzia la sproporzione tra la dimensione dell’emergenza e la
piccolezza dei mezzi a disposizione. Fuori tutto sembra sgretolarsi e crollare,
dentro resta l’istinto, seppur minimo, di sopravvivenza: un bicchiere d’acqua
contro una città che brucia. Il desiderio di leggerezza contro il presente che
accumula fardelli. In questa sproporzione si muove l’intero brano, nella
narrazione di chi sa troppo per fingere serenità, ma troppo poco per sentirsi
in grado di intervenire davvero.
«Per molto tempo ho cercato di ordinare la mia vita, la mia
carriera e i miei pensieri – prosegue Priscilla Marvel –. Questo brano
parla di una generazione che a trent’anni dovrebbe avere progetti e invece si
ritrova spesso spaventata, con la sensazione di non sapere più quale direzione
prendere. Accettare il caos, anche quello interiore, per me significa smettere
di fingere che vada tutto bene.»
Dentro questa dichiarazione c’è l’intero significato del
pezzo: non la rinuncia, ma la fine della finzione. “Ufficio Caos” non pretende
di risolvere ciò che racconta. Non trasforma la paura in mantra motivazionale.
Le dà spazio, la organizza in forma musicale, la sottrae alla vergogna. Se la
comunicazione degli ultimi anni chiede continuamente efficienza, positività,
operatività e capacità di reazione, Priscilla Marvel sceglie di portare in
primo piano la quotidianità di molti suoi coetanei: la confusione, la
stanchezza, l’incertezza, il bisogno di leggerezza come strategia di
conservazione.
Il risultato è un brano in cui la domanda su un figlio
diventa domanda sul pianeta, la scrivania il campo su cui si accumulano le
rovine delle promesse mancate, il mare l’unica immagine ancora capace di
offrire respiro. La crisi dei trent’anni diventa così la sintesi di un
tempo che chiede adultità senza aver garantito stabilità, responsabilità senza
aver consegnato strumenti, scelta senza aver lasciato vere alternative.
La produzione, affidata ancora una volta al tocco di Velli
(Valentina Samberisi), sostiene un testo che oscilla tra il desiderio
primordiale di fuga — verso quel mare che resta l’unica promessa di leggerezza
— e la consapevolezza di non avere un luogo dove nascondersi. Mix e master sono
curati da Luca Pretorius, conferendo al brano una densità sonora coerente con
il suo impianto, senza sacrificare immediatezza e tenuta melodica.
Priscilla Marvel celebra l’accettazione del disordine
interiore come unico strumento per non farsi annientare. È una battaglia persa
in partenza, forse, ma raccontarla significa smettere di essere soli
dentro quel caos. È anche in questa scelta musicale che l’artista conferma la
propria identità: non appesantire i temi che affronta, non trasformarli in
predica, non chiedere alla canzone di spiegare il mondo. Piuttosto, farli
entrare in un lessico pop, in frasi che restano addosso perché sembrano già
pensate da molti, ma difficilmente pronunciate senza imbarazzo.
Con “Ufficio Caos”, la cantautrice modenese prosegue il
percorso che porterà all’EP “Donna Ostile”, aggiungendo un nuovo tassello a un
progetto nato per raccontare l’oggi senza addolcirlo. Questa nuova release è
una canzone politica nel senso più concreto del termine: parte da una stanza,
da una scrivania, da una donna che guarda il proprio disordine e capisce che
non è soltanto suo. Una canzone pop che riesce a dire, con apparente
semplicità, che il futuro non è scomparso per mancanza di desiderio, ma perché
a molti è stato consegnato già pieno di cenere.
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