I maestri dell’odio dietro l’assassinio di Bakari Sako
Un caffè prima del lavoro, e la morte
Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra.
di Mario Sommella
Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato
in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, per bere un caffè
prima di salire sul pullman dei braccianti. Non lo ha bevuto.
È stato accerchiato da cinque ragazzini incensurati, tra i
quindici e i venti anni, malmenato con calci e pugni, inseguito mentre tentava
di fuggire, e colpito tre volte al torace e all’addome da un quindicenne armato
di coltello. È entrato in un bar chiedendo aiuto, sanguinante. Nessuno gli ha
teso la mano. È morto sull’asfalto, in mezzo a una città che si preparava a
festeggiare il suo patrono.
L’accusa, per tutti e cinque, è omicidio aggravato dai futili motivi. Gli inquirenti parlano di violenza cieca, alla Arancia Meccanica. La parola è evocativa, ma sbaglia il bersaglio. La violenza cieca non esiste. La violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che le è stato additato. Si può affermare con prudenza, in attesa che le indagini chiariscano fino in fondo movente e dinamica, che non si tratti di un omicidio razziale in senso classico.
Ma sarebbe disonesto fingere di non vedere
il brodo culturale in cui quei cinque ragazzi sono cresciuti, il clima in cui
hanno imparato a distinguere tra vite che meritano rispetto e vite che si
possono prendere a calci come una lattina, all’alba, perché non sanno cosa fare
di sé stessi.
Il silenzio che parla
Il modo più onesto di leggere una notizia di cronaca è osservare chi tace. Bakari Sako è stato ucciso da un gruppo di italiani minorenni.
Le bandiere della destra non si sono mosse. Giorgia Meloni, abituata a postare condoglianze e indignazione in tempo reale quando l’etnia degli aggressori si presta alla campagna identitaria, non ha trovato una riga per il bracciante maliano.
Matteo Salvini, infaticabile commentatore di ogni cronaca
che possa essere piegata alla retorica della invasione, ha taciuto. Roberto
Vannacci, generale prestato alla politica e teorico della normalità escludente,
non ha sentito il bisogno di dire una parola sulla normalità di un ragazzino di
quindici anni che esce di casa con un coltello in tasca e lo affonda
nell’addome di un lavoratore nero.
Quel silenzio non è distrazione.
È una scelta politica precisa. Più ancora, è la prova provata che la loro indignazione è selettiva, asimmetrica, costruita a tavolino. Se Bakari fosse stato un giovane italiano e i suoi assassini cinque ragazzi neri o nordafricani, oggi avremmo già avuto conferenze stampa, decreti d’urgenza, dirette dai luoghi dell’aggressione, appelli alla remigrazione, hashtag virali e ministri in commissariato a chiedere il pugno duro.
Avremmo avuto la solita orchestra dell’odio che da anni
accompagna ogni fatto di sangue trasformandolo in fertilizzante elettorale.
Invece, niente. Perché Bakari era il colore sbagliato e i suoi assassini
avevano il passaporto sbagliato per la macchina propagandistica della destra
italiana.
Il consigliere leghista pugliese Antonio Paolo Scalera ha
rotto la fila e ha pronunciato parole giuste sulla vergogna che circola nei
social network davanti al corpo di Bakari. Bene. Ma il fatto stesso che la sua
presa di posizione appaia come una eccezione, un atto di coraggio interno al
suo schieramento, dice tutto del partito che lo ospita. La normalità della Lega
è l’altra. È il silenzio del segretario federale. È la pretesa di parlare solo
quando il morto serve. […]
Le narrazioni dominanti e il loro doppio standard
Bisogna smontare un pezzo alla volta la retorica con cui da decenni il razzismo italiano si maschera da realismo. Si dice: l’odio non c’entra, sono solo ragazzi disagiati. Si dice: è violenza minorile generica, succede anche tra italiani. Si dice: non strumentalizziamo. Si dice: aspettiamo le sentenze.
Lo stesso giornalismo che davanti al cadavere di Bakari predica la
prudenza, davanti a un fatto di cronaca commesso da uno straniero pubblica
titoli a nove colonne, fotografie segnaletiche, ricostruzioni inquisitorie,
editoriali sulle radici culturali della violenza importata. È lo stesso
giornalismo che, quando le vittime hanno la pelle scura, scopre improvvisamente
la complessità del contesto.
Questo doppio standard non è un incidente di percorso.
È il
prodotto sistematico di una macchina mediatica integrata con il potere politico
e con gli interessi materiali che lo sostengono. Le grandi famiglie editoriali
italiane, i grandi gruppi assicurativi, le grandi imprese che vivono di
sfruttamento del lavoro migrante hanno tutto l’interesse a mantenere viva la
finzione di un’Italia minacciata dall’esterno. Una guerra tra poveri è sempre
stato lo strumento più efficace per spostare lo sguardo dalla guerra dei ricchi
contro tutti gli altri.
Il bracciantato agricolo, da decenni, è un settore tenuto in piedi dalla manodopera migrante. Senza i Bakari Sako di tutta l’Italia meridionale e del Nord, la verdura non arriverebbe sui banchi dei supermercati.
Eppure la stessa propaganda che descrive gli immigrati come parassiti li
impiega in nero, li paga a cottimo, li lascia morire nei furgoni dei caporali,
li accampa in baraccopoli senza acqua. Lo stesso sistema che ha bisogno del
lavoro nero migrante per reggere i propri margini di profitto produce, in
superficie, il discorso pubblico che criminalizza quel lavoro. È una
contraddizione utile. Tiene unite due narrazioni opposte: l’immigrato è
minaccia quando bisogna prendere voti, l’immigrato è risorsa silenziosa quando
bisogna far girare il capitale.
Le radici materiali della violenza giovanile
Sarebbe insensato fingere che la responsabilità dei cattivi
maestri esaurisca la questione. La violenza esercitata da cinque ragazzini
incensurati in una piazza alle cinque del mattino racconta anche un altro
fallimento: quello di una società che ha smesso da tempo di prendersi cura dei
suoi figli. La città vecchia di Taranto, come molte periferie del Sud, è stata
abbandonata da una sequenza ininterrotta di governi di ogni colore. La scuola è
sottofinanziata, gli educatori di strada sono pochi, i servizi sociali ridotti
all’osso, lo sport popolare smantellato, i centri di aggregazione chiusi o
trasformati in attività commerciali.
La grande questione operaia di Taranto, l’Ilva, l’acciaio,
la salute violata dal padronato, ha occupato per decenni l’orizzonte politico
cittadino senza che mai si costruisse un’alternativa di sviluppo che non fosse
subordinata alla logica del ricatto occupazionale. I figli e i nipoti degli
operai dell’Ilva crescono in una città dove l’aria è stata avvelenata
legalmente per generazioni, dove la salute pubblica è stata sacrificata
sull’altare della competitività, dove la classe dirigente locale ha imparato a
gestire il declino piuttosto che a contrastarlo. La violenza dei ragazzini di
piazza Fontana non cade dal cielo, nasce in quel paesaggio.
Ma attenzione a non lasciarsi sedurre dalla narrazione della
miseria che spiega tutto. La povertà, da sola, non produce razzismo. Il
razzismo è un dispositivo costruito, alimentato, finanziato. Va a cercare le
periferie precisamente perché lì trova un terreno fertile, e perché chi conduce
la guerra ideologica sa benissimo che indirizzare la rabbia sociale verso il
più debole, il migrante, il rom, l’omosessuale, la donna, costa meno e rende di
più che farla deflagrare contro chi quella povertà la produce. I cattivi
maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere.
La cornice di sistema: capitalismo, frontiere, gerarchia delle vite
Bakari Sako è stato ucciso a Taranto, ma le ragioni della
sua morte vengono da molto più lontano. Vengono dal Mali in cui un sistema
mondiale lo ha costretto a non poter più vivere. Vengono dalle politiche
commerciali europee che hanno distrutto l’agricoltura familiare africana
inondando i mercati con prodotti sussidiati. Vengono dalle guerre per le
risorse che le potenze occidentali hanno alimentato, direttamente o per
procura, nel Sahel e nella regione subsahariana. Vengono dal sistema di
frontiera europeo che ha trasformato il Mediterraneo nel cimitero a cielo
aperto più grande del pianeta. Vengono dalla criminalizzazione delle navi di
soccorso, dai protocolli con la Libia, dal patto con l’Albania,
dall’architettura di un sistema migratorio costruito per scoraggiare,
respingere, lasciar morire.
E vengono, soprattutto, da una gerarchia delle vite che il capitalismo razziale impone come ordine naturale del mondo. Bakari valeva poco da vivo, perché la sua forza-lavoro era pagata pochi euro all’ora nei campi di Massafra. Vale ancora meno da morto, perché il sistema mediatico-politico non ha bisogno della sua memoria.
Le vite migranti, nella geografia simbolica
costruita dal potere, sono al margine inferiore di una scala che pone in alto
il cittadino bianco, occidentale, produttivo, e in basso il corpo nero,
africano, sostituibile. Riconoscere questa gerarchia non significa importare
categorie estranee. Significa nominare un fatto.
L’antirazzismo, quindi, non può essere una postura morale
astratta. Deve diventare critica sistemica del modello economico, geopolitico,
mediatico che produce, ogni giorno, le condizioni materiali della
disumanizzazione. E deve farsi alleanza concreta tra chi quel modello opprime:
lavoratori italiani e migranti, precari e disoccupati, giovani delle periferie
e giovani dei centri abbandonati. La frattura non passa tra italiani e
stranieri. Passa tra chi vive del proprio lavoro o ne è escluso, e chi vive dello
sfruttamento del lavoro altrui. Riportare la lotta su questo terreno è il
compito politico più urgente che ci attende. […]


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