La Cassazione smonta il teorema contro i palestinesi in carcere
Niente prove, niente “fonti segrete”, niente scorciatoie: annullata con rinvio la conferma delle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e gli altri attivisti.
La Suprema Corte boccia l’utilizzo di fonti indeterminate e
materiale privo di verifiche. Un colpo durissimo a un’inchiesta che appare
sempre più come una montatura politico-giudiziaria commissionata da Israele
andata a male.
La Suprema Corte ha infatti annullato con rinvio le
ordinanze con cui il Tribunale del Riesame di Genova aveva confermato, il 27 dicembre 2025, le misure
cautelari nei confronti di Mohammed Hannoun e degli altri indagati
nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso associazioni
impegnate nella solidarietà con il popolo palestinese.
Non si tratta di un dettaglio tecnico. La Cassazione ha
demolito uno dei pilastri fondamentali dell’impianto accusatorio: l’utilizzo di
presunte “fonti aperte” mai identificate, mai sottoposte a verifica e prive di
qualsiasi accertamento sulla loro attendibilità.
Secondo la Corte, un giudice non può fondare una decisione
sulla base di materiale di cui non siano chiaramente indicati origine,
provenienza e affidabilità. Le cosiddette “fonti aperte” non sono
automaticamente fatti notori e non possono essere utilizzate come prove
semplicemente perché reperite online o richiamate dagli
investigatori.
Ancora più significativa è l’affermazione secondo cui
risultano inutilizzabili anche materiali provenienti dai servizi israeliani se
non accompagnati dalle necessarie garanzie di verificabilità e controllo
processuale.
È una censura pesantissima.
Per mesi l’inchiesta è stata presentata all’opinione
pubblica come la scoperta di una rete di finanziamento del terrorismo operante
in Italia. Titoli, dichiarazioni e ricostruzioni mediatiche hanno contribuito a
costruire l’immagine di una presunta infrastruttura clandestina legata ad
Hamas. Oggi la Cassazione afferma che una parte decisiva di quel castello
accusatorio poggia su elementi che non possono essere utilizzati in un
processo.
Parallelamente, la Suprema Corte ha respinto il ricorso
della Procura che tentava di difendere l’impianto investigativo. Nelle
motivazioni si legge una critica netta al tentativo dell’accusa di ottenere una
rivalutazione delle prove incompatibile con il giudizio di legittimità e priva
dei necessari riscontri documentali.
Tradotto in termini politici e giudiziari: la Procura non è
riuscita a dimostrare in maniera adeguata nemmeno il percorso attraverso il
quale le risorse raccolte dalle associazioni sarebbero effettivamente arrivate
a organizzazioni terroristiche.
Adesso il Tribunale del Riesame dovrà riesaminare l’intera
vicenda praticamente dalle fondamenta.
Dovrà verificare l’attendibilità delle fonti utilizzate
dagli investigatori. Dovrà stabilire se esistano elementi autonomi sufficienti
a sostenere l’accusa. Dovrà chiarire la natura delle organizzazioni coinvolte.
Dovrà accertare se gli indagati fossero realmente consapevoli di eventuali
finalità terroristiche dei fondi raccolti.
In altre parole, dovrà fare ciò che in uno Stato di diritto
dovrebbe essere fatto fin dall’inizio: basare le decisioni su prove
verificabili e non su presunzioni.
La vicenda assume un significato ancora più ampio se
inserita nel contesto degli ultimi mesi. Dall’arresto di Anan Yaeesh
all’inchiesta contro Hannoun, fino alla condanna di Ahmad Salem per il
cosiddetto “terrorismo della parola”, emerge un quadro nel quale l’attivismo
palestinese e la solidarietà con la Palestina sembrano essere diventati oggetto
di una particolare attenzione repressiva.
Naturalmente ogni indagine deve seguire il proprio corso e
ogni eventuale responsabilità va accertata nelle sedi competenti. Ma proprio
per questo è fondamentale che le garanzie processuali valgano per tutti, anche
per i palestinesi.
Le motivazioni della Cassazione ricordano un principio
elementare che troppo spesso sembra essere stato dimenticato nel dibattito
pubblico: non si possono costruire accuse sulla base di
suggestioni, dossier opachi, informazioni non verificabili o
materiale proveniente da apparati di intelligence stranieri senza
adeguati controlli.
Perché quando si accetta che le garanzie vengano ridotte per
una categoria di persone considerate “sospette” per definizione, il problema
non riguarda più soltanto quelle persone. Riguarda la tenuta stessa dello Stato
di diritto.
L’impressione è che l’operazione che aveva portato agli
arresti di dicembre stia mostrando crepe sempre più profonde. E che dietro la
retorica della lotta al terrorismo stia emergendo una realtà molto diversa:
quella di un’inchiesta costruita su fondamenta assai più fragili di quanto
fosse stato raccontato.
Sarà ora il Tribunale del Riesame a dover verificare se, una
volta eliminate le scorciatoie investigative censurate dalla Cassazione, resti
davvero qualcosa in grado di sostenere l’accusa.
L’articolo originale può essere letto qui
L’Osservatorio Repressione è un’associazione di promozione
sociale nata nel 2007. Si prefigge di promuovere e coordinare studi, ricerche,
dibattiti e seminari, sui temi della repressione, della legislazione speciale,
della situazione carceraria, nonchè la raccolta di documenti inerenti la
propria attività. L’Osservatorio cura la pubblicazione di materiali ed esiti
delle proprie ricerche, promuove progetti indipendenti o coordinati con altre
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