Spectrum Vates e il debut album “Resto Fuori”
Ventuno tracce per un primo album che va in direzione opposta rispetto ai formati dominanti e sviluppa un racconto ampio tra lutto, rabbia, desiderio, famiglia e resistenza
Nel rap italiano, oggi, un album di ventuno brani può essere letto in molti modi. Può sembrare un eccesso, una dispersione, oppure una scelta che va in controtendenza rispetto alle logiche delle piattaforme, sempre più orientate alla velocità, alla rotazione continua e a un consumo rapido della musica.
Raramente, una durata così ampia coincide con una precisa
direzione artistica. “Resto Fuori”, il primo album ufficiale di Spectrum
Vates (PaKo Music Records/Believe Digial), non affida questa ampiezza alla
quantità, ma alla necessità di sviluppare un discorso compiuto, in cui ogni
traccia contribuisce a definire con maggior chiarezza il mondo, l’immaginario,
che mette in parola.
Spectrum Vates, pseudonimo di Giacomo Cassarà, viene da
Arezzo, è nato nel 1999 e arriva a questo debut album dopo un percorso in cui
la sua abilità lirica aveva già assunto un ruolo centrale. I singoli “Pupille
d’alabastro” e “Dimmi perché” raccontavano due movimenti complementari della
sua scrittura: da una parte l’amore come fedeltà quotidiana; dall’altra la fine
di un legame come accumulo di domande che non trovano una risoluzione. In
entrambi i casi, ciò che affiorava non era soltanto una profonda sensibilità
tematica, ma un’idea di rap in cui il testo non accompagna la musica, ma ne
regge la spina dorsale.
“Resto Fuori” amplia quella concezione fino a farne un percorso coerente e strutturato. Il disco ruota attorno a tematiche come il dolore, l’assenza, il desiderio, la vergogna, la tenacia, la famiglia, il lutto, il rancore, la voglia di restare in piedi e le attraversa da angolazioni diverse, lasciando che ogni brano aggiunga una sfumatura, un taglio, un frammento ulteriore.
Per questo, più che una semplice successione di canzoni,
“Resto Fuori” somiglia a una trama narrativa vera e propria, in cui il ricorrere
di certe immagini — il fuoco, il nero, il mare, il sangue, il petto, la notte,
le crepe, il riflesso — finisce per dare al disco una precisa identità visiva e
simbolica.
Una delle qualità più evidenti del progetto è che la paura,
il rancore, il lutto, e la vergogna non vengono mai alleggeriti per diventare
subito comprensibili o subito efficaci. In molti casi, nel rap contemporaneo,
il dolore finisce per assomigliarsi; qui conserva invece qualcosa di storto, di
opaco, di insoluto. “A testa in su” ha l’andamento di una sopravvivenza
strappata al giudizio, alla dipendenza, alla deriva mentale, con un movimento
che non nasconde la sofferenza ma la porta in primo piano. “Superplastico”
torna sull’infanzia, sulle umiliazioni, sulle botte ricevute e sull’idea di una
corazza non eroica, ma necessaria. “Antieroi” fa spazio a una stanchezza meno
esplosiva e più corrosa, mentre “Oceano” allarga il discorso fino a farne una
riflessione sul presente, sul senso di assedio, sul bisogno di nuotare
controcorrente in un mare troppo grande per essere davvero arginato.
Ma “Resto Fuori” non vive soltanto di rabbia, malinconia o resistenza alla pressione. Il disco cambia più volte temperatura e apre uno scorcio sui sentimenti che, invece di fermarsi a un solo registro, si lasciano attraversare da sfumature molto diverse. In “Pupille d’alabastro”, primo estratto del disco, l’amore è scelta quotidiana, reciprocità, profumo di un incontro che continua a riflettersi nel tempo.
In “Dimmi perché”, secondo
apripista, restano invece le mani, i tagli, i richiami, la serie di frammenti
che una storia finita lascia dietro di sé quando le spiegazioni non bastano o
non arrivano affatto. “Balaclava” e “DM” trascinano il desiderio su un piano
più cupo e più fisico; “Eden” e “Oh my girl” alleggeriscono la densità generale
con una luce più aperta, senza però cancellare del tutto l’atmosfera inquieta e
instabile che attraversa il progetto fin dall’inizio.
Il disco acquista poi un rilievo ulteriore quando l’io smette di occupare tutto il campo e lascia entrare figure, relazioni e addii che espandono il racconto. “Grazie” è una lettera alla madre che riesce a evitare sia la retorica sia la freddezza, affidandosi a un riconoscimento netto del suo ruolo di sostegno, educazione, salvezza. “Novembre” tratta il delicato tema del lutto del nonno, il rimpianto per ciò che non è stato detto in tempo, il paradosso di giorni che scorrono anche quando l’assenza continua a mordere, a farsi sentire.
In “Scompare”, con Biem, irrompe la guerra: bombe, stazione,
manette, paura, distanza che improvvisamente non appare più lontana. “Rabbia
freestyle”, invece, sposta il baricentro sulla collera pubblica, sul rancore
sociale, su un clima di esasperazione che si deposita nel linguaggio prima
ancora che nei fatti. Tutto questo impedisce all’album di chiudersi nel
perimetro dell’ego e gli consente invece di prendere spessore anche quando
guarda ai rapporti familiari, alla guerra, alla rabbia comune, a tutto ciò che
supera la dimensione strettamente personale.
Anche sul piano musicale, “Resto Fuori” si muove su una
linea differenziante. Non ha l’ossessione di dimostrare a ogni traccia una
versatilità diversa, né quella di moltiplicare le direzioni per intercettare
pubblici lontani. I crediti raccontano piuttosto un progetto fortemente
presidiato dall’artista, che firma testi e musiche nella maggior parte del
concept, si divide tra lavorazioni proprie e interventi di Atomic per mix e
master, e costruisce una geografia produttiva in cui la presenza di Diego Fabbri
ha un rilievo notevole. I featuring (Biem, Al Vox, Diego Fabbri, Melmeat)
entrano senza alterare il profilo generale del lavoro. Questa direzione, in una
scena in cui molti album si lasciano ascoltare senza lasciare un’impronta
precisa, fa sì che “Resto Fuori” mantenga almeno una qualità ormai meno
scontata di quanto dovrebbe, quella di avere un profilo riconoscibile fin dal
primo play.
È un disco che chiede di essere attraversato per intero, di
essere preso sul serio nella sua ampiezza, di essere letto per il suo tentativo
di riportare il rap in una zona in cui la scrittura può ancora permettersi di
occupare spazio, di tornare sulle proprie immagini, di non farsi risolvere
soltanto dall’approssimazione della rapidità di ascolto. Un disco che
preferisce il rischio di una misura larga alla comodità della frase pronta e
che, già dal titolo, fa intendere la posizione dell’artista: restare ai margini
di ciò che uniforma, di ciò che appiattisce, semplifica e rende tutto
intercambiabile, senza però rinunciare ad esprimere la propria identità.
A seguire, tracklist e track by
track del disco.
“Resto Fuori” – Tracklist:
“Resto Fuori” - Track by Track:
“Monologo interiore”. L’album si apre davanti a uno
specchio. C’è il passato, c’è la fatica di esserne uscito, c’è il tentativo di
ricordarsi perché valga ancora la pena andare avanti.
“Resto fuori” è il brano che dà titolo al disco e mette
subito a fuoco la sua posizione. Restare fuori, qui, significa scegliere una
distanza: dagli automatismi, dai ruoli imposti, da tutto ciò che chiede
uniformità.
“Dimmi perché” racconta una relazione finita male che
continua a muoversi dentro il presente. Restano le domande, i richiami, le
immagini che tornano quando sembravano già archiviate.
In “Superplastico” affiora la parte più esposta dell’album:
l’infanzia difficile, le umiliazioni, le botte prese, la necessità di
inventarsi una corazza per non soccombere.
“Pupille d’alabastro” è uno dei brani più limpidi del disco.
L’amore viene raccontato come permanenza, come scelta quotidiana, come legame
che prende forma nei giorni e non nelle dichiarazioni.
“Scompare” (feat. Biem). La guerra entra nel racconto e lo
sposta altrove. Bombe, distanza, paura, separazione: tutto si stringe attorno
all’idea di una perdita che può arrivare all’improvviso e cambiare ogni cosa.
“Federico Gatti (Piano solo)”. Più che un omaggio sportivo,
è un brano sulla resistenza. Federico Gatti diventa il nome di chi lavora,
incassa, continua.
“Novembre”: il lutto del nonno passa attraverso dettagli
concreti, ricordi domestici, gesti rimasti impressi. È uno dei brani più
dolorosi e più sinceri dell’album.
In “Rabbia freestyle” il fuoco si sposta fuori dalla sfera
privata. C’è il rancore sociale, c’è il clima del presente, c’è una collera che
non cerca ordine e proprio per questo arriva dritta.
“Extraterrestri” (feat. Al Vox). Il senso di estraneità
diventa tema centrale. Sentirsi fuori posto, fuori asse, fuori sintonia con il
mondo: il brano lavora tutto su questa sensazione.
“Due colpi in mezzo al petto”. Il dolore sentimentale si
radicalizza fino a sfiorare l’autodistruzione.
In “Oceano”, il mare diventa immagine del presente: vasto,
ingestibile, impossibile da contenere. E dentro quel movimento continuo si
prova comunque a restare a galla.
“Antieroi” è il brano in cui prende forma una figura lontana
da ogni trionfalismo. Stanca, sola, esposta, ma ancora capace di reggere il
colpo.
“Grazie” (feat. Diego Fabbri). È il centro affettivo del
disco. Una lettera alla madre, scritta con riconoscenza piena e senza enfasi
inutile.
“A testa in su” è un brano di resistenza. Psicofarmaci,
giudizio, ricordi, rivalsa: tutto converge in una volontà di risalita che resta
tesa fino all’ultimo verso.
“Eden”. L’amore, qui, è sollievo, rifugio, aria.
“Oh my girl” è un cambio di luce dentro il disco. Più
movimento, più leggerezza, più immediatezza, ma senza uscire davvero
dall’universo di Spectrum.
“DM” (feat. Melmeat). Il desiderio si fa più fisico, più
instabile. È un brano teso, esposto, inquieto.
“Balaclava”. Il volto coperto del titolo diventa immagine di
dolore trattenuto, smarrimento, assenza.
“Controluce”. La scrittura si stringe attorno al ricordo,
alla mancanza, alla necessità di continuare a vedere qualcuno anche quando non
c’è più o non è più raggiungibile.
“Domani (nella brace)”. La chiusura lascia il disco in uno
stato aperto. Rimangono il fuoco, i resti, la fatica, ma resta anche l’idea che
il giorno dopo, in qualche modo, vada comunque affrontato.
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