MODNA e l’elogio dell’inerzia: tutti parlano di cambiare vita, pochi lo fanno davvero
Provincia e routine diventano un avamposto del presente: si parla di fuga, ma si continua a restare. “Resti in città” di MODNA riflette sulla stasi elettiva, mentre il mito del nomadismo digitale resta un racconto più che un progetto
Ogni giorno, intorno alle tre del mattino, le città tornano
alla propria ossatura. È un orario che non promette più nulla: i bar restano
aperti per inerzia, il traffico si assottiglia, e quel fascino notturno che di
solito avvolge le strade lascia spazio a una verità meno romantica, ma
rivelatrice. In quel "silenzio finto", dove il traffico è solo un’eco
e le luci dei lampioni feriscono gli occhi, si consuma il paradosso di “Resti
in città”, il nuovo singolo di MODNA scritto a quattro mani con
Daniele Pirozzi tra le aule del Conservatorio Nicola Sala.
Ascolta su Spotify.
Il brano arriva in un momento in cui l’idea di “cambiare
vita” è diventata una formula ricorrente, ma sempre più spesso resta confinata
alle parole. Si parla di fuga, di ripartenza, di altrove, di viaggio come
catarsi e di nomadismo digitale come massima aspirazione, mentre le giornate
continuano a svolgersi nello stesso perimetro.
Con “Resti in città”, MODNA lavora in maniera controintuitiva, perché non racconta chi parte, ma chi decide di rimanere, o meglio, chi ha imparato perfettamente il linguaggio dell’andarsene assimilandone ogni concetto, senza mai trasformarlo in azione. Il sogno della fuga continua a esistere, ma si consuma nella ripetizione, fino a diventare un’abitudine, una promessa che non trova mai il compimento effettivo.
Il cantautore lucano d’adozione campana scatta così una
polaroid tersa e precisa su una generazione che "vorrebbe ripartire da
zero", ma trova nel proprio spazio, nel proprio recinto urbano, una
rassicurante, seppur incompleta, forma di protezione.
Il brano segue una donna dentro una routine che funziona, ma
non la appaga totalmente. Lavora, esce, attraversa locali affollati, balla da
sola in casa. Usa la città per restare in movimento senza mai spostarsi
davvero. Accanto a lei c’è una presenza costante, mai invadente. Si
riconoscono, si osservano, restano fermi un istante prima di una qualsiasi
incarnazione di un noi. È un incontro che non produce svolte, perché le svolte
non sono previste.
Nel testo, la frase «non siamo mica come Milano» delimita
questo perimetro senza bisogno di spiegazioni. Non oppone provincia e
metropoli, ma due tempi diversi: da una parte il mito della velocità come
valore, dall’altra una sequenza di giorni simili che impedisce
accelerazioni e deviazioni. L’asse si sposta dal dinamismo produttivo della
prima alla verità nuda della seconda, dove si beve birra per calmare i pensieri
e si balla soli in salotto, simili a una “Jennifer senza il ballo perfetto".
È un’osservazione priva di giudizio, che porta con sé solo il rigore di chi
osserva un incontro fatto di sguardi che si incrociano in un bar affollato
senza mai oltrepassare il confine.
Anche sul piano musicale il brano evita soluzioni
risolutive. La produzione di Pirozzi – impreziosita dai Rhodes di Gianluca
Sposito e da una sezione ritmica asciutta – regala un'atmosfera distesa che
trova il suo compimento nel videoclip ufficiale, girato a Napoli da
Alfonso Venafro e presentato in anteprima nazionale su Sky TG24.
Qui, la città non è sfondo ma co-protagonista, una pelle che
la protagonista, interpretata da Carmen De Vita, indossa per sentirsi viva,
anche a costo di restare irrisolta.
Guarda il video.
«Esiste una dignità complessa nelle scelte che non si
compiono - spiega MODNA -. "Resti in città" è un’evasione
mancata che diventa identità. Io e Daniele Pirozzi abbiamo cercato di catturare
quel punto di rottura in cui il desiderio di novità soccombe alla necessità di
sentirsi al sicuro, anche se incompleti. Restare, talvolta, richiede molto più
coraggio che andarsene.»
“Resti in città” parla di chi immagina un altrove, ma
continua a vivere dove si sente al sicuro, anche a costo di restare incompleto.
Una condizione sempre più diffusa e sempre meno raccontata senza giudizio.
MODNA, forte di un percorso che lo ha visto passare dai palchi Rai alla finale del Premio Arte d’Amore, conferma qui una maturità intellettuale già intravista nel suo esordio letterario “Il rumore dentro”.
La sua non è una proposta di intrattenimento, ma una proposta di
senso. Ciononostante, il brano evita il rischio del compiacimento malinconico,
grazie ad una struttura argomentativa solida, un lessico ricercato ma mai
artificioso, e un ritmo di prosa musicale che segue quello della vita reale:
sincopato, incerto, profondamente umano. È una canzone che non parla per
noi, ma di noi. Di quel caffè preso in silenzio e di quella voglia di sparire
che, puntualmente, si ferma davanti al primo semaforo rosso della propria via
di casa.
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