Britpop nella stanza di una diciottenne
L’eredità del Britpop si rintana nella stanza di una
diciottenne: un soliloquio nudo che misura l'isolamento generazionale
A trent’anni dalla pubblicazione, “Don’t Look Back In
Anger” non ha perso un grammo della sua presa generazionale. Il capolavoro
di Noel Gallagher non è mai diventato una reliquia del passato, restando
tutt’oggi un punto di riferimento anche per chi, nel 1996, non era ancora nei
pensieri del tempo. È dentro questa appartenenza che Shaza —
cantautrice comasca classe 2007 — riapre il dialogo con il brano, dandone una
rilettura di segno opposto, da una prospettiva radicalmente divergente.
Quella di Shaza non è una cover né, tantomeno, un omaggio
calligrafico. È, al contrario, un rigoroso lavoro di scavo. L’artista prende
uno dei simboli più pervasivi del Britpop e lo conduce fuori dal perimetro
degli stadi, dei singalong da pub e dei finali catartici di setlist,
trascinandolo dentro la penombra di una stanza. L’enfasi si spegne, la voce si
abbassa e il brano recupera una dimensione raccolta, quasi crepuscolare,
privata di ogni velleità corale e della tracotanza degli anni Novanta. A guidarlo,
è una precisione millimetrica, quella che appartiene solo a chi ascolta e
interiorizza.
Il contesto è quello di una generazione in bilico tra
l’iperconnessione e un isolamento percepito che i dati ISTAT confermano con
chiarezza: oltre un terzo degli adolescenti italiani sperimenta quotidianamente
il senso di esclusione sociale. In questo quadro, la versione di Shaza
metabolizza una sensibilità specifica, che non rinnega il passato ma
rifiuta di restarne prigioniera. “Don’t Look Back In Anger” diventa così
termometro del presente, un collante tra l’eredità di un mito e il bisogno di
riconciliazione individuale.
Sul piano interpretativo, Shaza — studentessa al liceo
artistico — modula la sua voce con la stessa cura con cui gestisce i colori
sulla tela. Il centro del pezzo non è più la rabbia, ma la grana bianca di
quella stessa tela che riemerge quando il colore viene raschiato via. È
l’accettazione del tempo che è stato, la pace fatta con l’irrimediabile.
«Avvertivo l’urgenza di rileggere questo brano
spogliandolo della sua veste pubblica per portarlo a una dimensione più intima,
più vicina alla mia verità — racconta l’artista —. Non c’è alcuna
volontà di sostituirsi all’originale, bensì il desiderio di dialogare con ciò
che rappresenta oggi, nel mio quotidiano. È il mio modo di osservare il passato
senza lasciarmi consumare. Ed è, in fondo, un dialogo con il tempo.»
Il singolo, prodotto da Massimiliano Cenatiempo, segna un
punto di assestamento nel percorso della giovane cantautrice, in cui la sua
formazione multidisciplinare fluisce in un’interpretazione attenta alle pause e
alle sfumature. Il videoclip ufficiale, concepito come capitolo visivo del
progetto, verrà rilasciato nel corso delle prossime settimane, assecondando una
temporalità dilatata che sfida la bulimia dei consumi digitali immediati.
In questa rilettura, l’inno degli Oasis cessa di essere un
coro da stadio e torna a farsi soliloquio, quasi un segreto. Shaza ci ricorda
che, talvolta, per riuscire ad andare avanti è necessario prima saper sostare
con dignità davanti a ciò che abbiamo lasciato alle spalle. Senza alcuna
rabbia.
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