Oltre il blackout di un’ischemia, il primo premio al Bigazzi: Gianni Montelatici e l’anatomia di un’assenza
Il paradosso del tempo e l’eredità di Bigazzi: il realismo sentimentale di Gianni Montelatici smette di mentire sul dolore decostruendo il mito della guarigione performativa
La biografia di Gianni Montelatici si è
spezzata in un pomeriggio del 2014, quando un’ischemia ha imposto un blackout
improvviso, resettando il corpo e costringendo il pensiero a un silenzio
bianco, quasi irreale. Ma in quella lunga convalescenza, la musica è tornata a
reclamare il suo spazio, non più come passione e passatempo ma come unico
linguaggio possibile per rimettere insieme i pezzi e tornare a decodificare il
mondo.
Nell’illusione che il dolore sia una pratica burocratica da
evadere nel tempo di un EP, che basti un nuovo incontro o il banale scorrere
dei mesi per derubricare un’assenza a semplice ricordo, l’artista fiorentino,
con la ruvidità di chi ha masticato la vita lontano dai riflettori prima di
prendersi il primo posto al Premio Bigazzi nella Sezione Cantautori, decide di
fare il percorso inverso. “Se fosse vero”, il suo nuovo singolo, è il
racconto di un cuore che non sente più nulla proprio perché ha smesso di
credere alle ricette precostituite della guarigione.
Un brano che non insegue il consenso immediato delle
playlist o dell'airplay, ma cerca la verità nel fondo di un calice amaro, dove
le fotografie di un quartiere e le gare di moto restano lì, a testimoniare che,
a volte, non si guarisce affatto.
Montelatici sa che ci sono canzoni che funzionano come
placebo e altre che, semplicemente, scelgono di non mentire. Per questo, scrive
con la consapevolezza empirica di chi sa che il dolore non si cancella, ma si
integra, si abita e si metabolizza, lasciandolo decantare e trasformandolo in
un compagno di viaggio con cui negoziare quotidianamente.
Quel calice amaro diventa un bicchiere di verità versato sul
mondo, un rifugio di cristallo che riflette una vita che continua altrove,
lasciando il protagonista in un vuoto che nessuna canzone può davvero colmare.
Il suo è un realismo sporco, umano, visceralmente distante dalle anse
edulcorate del pop contemporaneo.
Il tempo smette di essere un medico nel momento in cui la
ferita non si rimargina, ma diventa parte integrante della propria geografia
identitaria: le lancette che corrono non sono più un trauma da superare, ma un
elemento ricostitutivo del sé, come una cicatrice che smette di far male ma
ridefinisce i contorni di chi la porta. In “Se fosse vero”, i giorni che
passano non portano sollievo, ma agiscono come un reagente chimico che rivela
la persistenza del ricordo: il tempo non cura, si limita a testimoniare l'impossibilità
di dimenticare, convertendo l'aspettativa di un ritorno nella dignità di
restare esattamente lì, dove tutto è finito.
Il brano interroga direttamente l'ascoltatore, mettendolo di
fronte allo specchio di quelle illusioni che spesso accettiamo per
sopravvivere.
Le parole dell’artista sottolineano l'inefficacia delle
soluzioni indolori:
«Qual è la cura per cancellare il dolore? Basta credere
nelle ricette che ormai quasi come un mantra si ripetono da tempo immemore? Il
tempo che cancella? La ricerca di un nuovo amore? La voglia di scappare
lontano? Chissà…Forse la vera medicina è proprio questo restare nel dubbio,
senza la pretesa di trovare una cura, ma con la dignità di portarsi addosso la
propria storia.»
“Se fosse vero” è la constatazione che non esiste un solo
colpevole e che il dolore non si elimina, si impara a portarlo con sé.
È la voce di chi ha guardato il vuoto e ha scelto di riempirlo con una canzone
che non promette guarigioni miracolose, ma offre la dignità di una ferita
ancora aperta.
Dopo anni di silenzi e strade interrotte, è stata la
convalescenza forzata del 2014 a riaccendere la scintilla creativa in
Montelatici, portandolo a strutturare un percorso di scrittura consapevole, che
ha trovato la sua massima consacrazione sul palco del Premio Bigazzi.
Il singolo sintetizza questa evoluzione unendo la
sensibilità cantautoriale più pura a una struttura narrativa solida, capace di
parlare a quanti abbiano cercato, invano, di dimenticare attraverso il filtro
del tempo.
L'artista descrive così la genesi concettuale del brano:
«”Se fosse vero” cerca di raccontare come non sia
possibile cancellare il ricordo di un grande amore. Non basta il tempo, non
servono le parole, i testi che affrontano il problema. Il dolore si impara ad
addomesticarlo, ma non si cancellerà mai. Così come non ci sarà mai un solo
colpevole.»
Il valore del pezzo non risiede solo nella penna onesta e
disincantata di Montelatici, ma anche in una veste sonora curata da Marco
Falagiani. La produzione artistica di Falagiani — già braccio destro di
Giancarlo Bigazzi e firma dietro successi che hanno segnato la storia del Festival
di Sanremo e del cinema internazionale — conferisce al brano una
caratura che esula dalle logiche del pop istantaneo, spesso usa-e-getta. La
collaborazione tra il cantautore e il Maestro ha dato vita a una traccia in cui
ogni sfumatura del calice amaro di cui parla l’artista trova una collocazione
precisa, cristallizzando un’esperienza individuale in una narrazione in cui è
facile riconoscersi.
Attualmente impegnato anche nel progetto GiBombay, dove la
sua anima autorale incontra venature hard rock, Gianni Montelatici si
riaffaccia sulla scena nazionale con un progetto che rivendica il diritto di
sentire, di ricordare e, soprattutto, di non guarire secondo le tempistiche
dettate dalla società del benessere istantaneo, forzato e performativo.
.jpg)
.jpg)
.jpg)
Commenti
Posta un commento
Commenti non moderati comportarsi civilmente