Olimpiadi 2026: tra la retorica della sostenibilità e la realtà del dissenso
Le Olimpiadi di Milano-Cortina
sono state presentate come un evento “sostenibile” e “a costo zero”, ma i
numeri raccontano un’altra storia. Il costo complessivo sfiora i 5
miliardi di euro, mentre il 57% delle opere sarà completato solo
dopo l’inizio dei giochi, con scadenze previste perfino nel 2033.
A denunciare la trasformazione dei
territori è l’europarlamentare AVS Cristina Guarda, che descrive
Cortina come “un paese sventrato e abusato, con la sua popolazione esclusa da
qualsiasi decisione, immolata nella speranza di qualche mese di guadagno che
probabilmente arricchirà solo qualche Fondo”. Dove un tempo c’erano prati,
parchi giochi e natura incontaminata, oggi si ergono cemento e infrastrutture
“persino colorate di verde per sembrare meno impattanti”. Molte opere sono
considerate inutili e, in alcuni casi, pericolose: la Cabinovia
Socrepes, per esempio, è costruita in un’area soggetta a frane.
Un dissenso poco raccontato
In Veneto, le contestazioni sono
vive e radicate, sebbene raramente raccontate dai media nazionali. A Verona,
già il 18 gennaio gruppi e attivisti hanno manifestato contro il passaggio
della fiaccola olimpica, radunandosi in Piazza Brà e in altri punti della città
per denunciare quelle che definiscono “le Olimpiadi dello spreco, della
devastazione e della guerra”, nonostante le prescrizioni ricevute da alcune di
loro. Le mobilitazioni sono riprese il 31 gennaio, dopo l’annuncio
della presenza dell’ICE ai giochi, giudicata “intollerabile”.
PADOVA: abusi di potere
A Padova, la sera del 21 gennaio,
Extinction Rebellion – movimento ambientalista di disobbedienza civile
nonviolenta – è scesa in strada per il passaggio della fiaccola, denunciando
con volantini e cartelloni le criticità gestionali, amministrative e ambientali
dell’evento.
Nel momento in cui le attiviste si
sono avvicinate al percorso della fiaccola, denunciano di essere state più
volte fermate con toni intimidatori da polizia, Carabinieri e Digos, e
identificate senza presunta ragione, per poi essere pedinate e poste in stato
di fermo una volta raggiunte le prossimità di Prato della Valle.
Una delle attiviste è stata
inoltre minacciata con misure cautelari considerate completamente illegittime.
Già dalla mattina la città si era svegliata blindata da decine di camionette,
una militarizzazione che – secondo i movimenti – anticipa un nuovo decreto
sicurezza ancora più autoritario e una campagna elettorale sul referendum per
la separazione delle carriere dei magistrati, sulla quale si moltiplicano gli
allarmi per rischi di censura.
“È preoccupante il panorama
repressivo attuale – testimonia un’attivista in un video denuncia – dove gli
abusi delle forze dell’ordine sono all’ordine del giorno. Il rischio di una
deriva autoritaria si fa sempre più evidente”.
Trieste: sponsor e contestazioni
Il 23 gennaio la
fiamma olimpica ha raggiunto infine anche Trieste, accompagnata dal
corteo degli sponsor ufficiali, con Coca‑Cola ed Eni in
primo piano. Per molte associazioni, piazza Unità è stata invasa da una
retorica celebrativa in forte contrasto con la realtà dei territori.
Il movimento per la Palestina ha
contestato la partecipazione di Israele ai giochi e la presenza di sponsor
complici del genocidio in corso a Gaza: Eni, Coca-Cola, Leonardo,
Intesa Sanpaolo. “I valori olimpici di pace e democrazia sono stati
completamente svuotati”, denunciano i presenti.
Nel mezzo della folla, un
cittadino ha tentato di bloccare il passaggio della fiamma sventolando una
bandiera palestinese ed è stato immobilizzato e trascinato via in malo modo.
Extinction Rebellion presente in
piazza ha ribadito che “non esiste giustizia ambientale senza giustizia
sociale”. Intanto i lavori olimpici, proclamati come modello di sostenibilità,
hanno già generato danni ambientali e opere giudicate superflue dagli stessi
territori ospitanti.
Verso il 22 febbraio: manifestazione nazionale a Verona
Nonostante la grande attenzione
rivolta alla macchina olimpica, il dissenso continua a ricevere poca
visibilità. Per questo Verona ha indetto una Manifestazione
Nazionale il 22 febbraio 2026, giorno della cerimonia di chiusura
all’Arena.
Secondo i comitati, la cerimonia –
anziché celebrare lo sport – finirà per legittimare lo spreco di fondi
pubblici, la devastazione delle aree alpine, l’estrattivismo di sponsor come
Eni e la complicità internazionale di aziende come Leonardo e Coca-Cola nel
genocidio in corso a Gaza.
In città verrà istituita una
vasta “zona gialla”, accessibile solo con pass, mentre i prezzi dei
biglietti rimarranno fuori portata per la maggioranza della popolazione.
Cantieri comparsi da gennaio complicano ulteriormente la vita quotidiana nel
centro cittadino. Questi elementi alimentano un malcontento crescente che
sfocerà in piazza.
Alla vigilia della cerimonia
iniziale è chiaro quindi come i cittadini in realtà abbiano già incoronato i
vincitori di queste Olimpiadi: l’industria del cemento, l’industria
delle armi, il profitto e la guerra.

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