C’è un’Italia che si
accapiglia, ma sempre per le cose sbagliate. È l’Italia che si straccia le
vesti per risultati regionali tanto prevedibili che li avrebbero indovinati
perfino i segni zodiacali; che discute ancora dello “storico” sciopero del 28
novembre, già evaporato dalla memoria collettiva come le promesse elettorali di
mezza
Europa.
E poi c’è l’altra Italia: quella che almeno un motivo per sorridere ce l’ha
davvero. Si chiama
Coppa Davis, terza consecutiva, e si chiama
Sinner, che
ormai rischia di diventare non un semplice atleta, ma un nuovo argomento
d’esame di qualche università più sveglia della media.
Sono queste, insieme al
consueto brusio di cronachette e indignazioni usa-e-getta, le “grandi
emergenze” di un Paese che si lascia distrarre con facilità infantile dal
chiacchiericcio politico-mediatico. Lo sport, almeno, mette tutti d’accordo:
tifano uniti persino coloro che non riescono a mettersi d’accordo nemmeno su
cosa si debba votare.
L’Europa al capezzale
dei negoziati
Intanto, lontano da
piazze e bar che hanno già ripiegato gli striscioni del 28, a
Ginevra si
negozia.
Non c’è ancora l’accordo per
Kyiv, ma la diplomazia europea si è svegliata quel
tanto che basta per presentare una controproposta. “Progressi significativi”,
dicono.
In politichese, è l’equivalente del medico che ti rassicura: “La ferita è
profonda, ma abbiamo cambiato il cerotto”.
Sul fronte ucraino,
intanto, Zelensky cambia pezzi dello staff come un allenatore che sostituisce
giocatori al 90°. Segno che qualcosa si muove, certo; o forse segno che il
palazzo comincia a scricchiolare. In ogni caso, non è mai un buon segnale
quando la rotazione riguarda più gli uomini che le idee.
La
Russia arranca,
l’economia traballa, e questo potrebbe spingere a compromessi più rapidi.
Potrebbe, sì. Ma tra “si potrebbe” e “si farà” ci sta di mezzo il
Cremlino,
dove il condizionale è una filosofia di vita e la coerenza politica un optional
di lusso.
E la vecchia Europa?
Eccola, la nostra Europa:
lenta, stanca, appesantita da se stessa e dimagrita nella credibilità. Ha
lasciato correre i colossi cinesi per mesi, poi finalmente si è accorta che
forse, e sottolineiamo forse, sarebbe ora di fare qualcosa. Nel
frattempo gli investimenti del Dragone superano i 9 miliardi e Bruxelles si
limita a sollevare un sopracciglio.
Alleati, amici, compagni di viaggio.
Sì, ma sempre più stufi di pagare il conto della difesa europea.
E ora il loro presidente,
Donald Trump, ci rassicura: “Nessuna invasione imminente del
Venezuela”.
Che è un po’ come quando un vicino ti bussa alla porta e ti dice: “Tranquillo,
non ho alcuna intenzione di prestare attenzione a quello che tieni in
cassaforte”.
Chiedersi perché lo stia dicendo diventa inevitabile.
La nuova serie TV che
nessuno vorrebbe vedere
E allora sì, ci stanno
tutti:
Cina, Russia, Stati Uniti.
I tre protagonisti di una serie geopolitica più inquietante di qualsiasi
thriller di
Netflix, con l’Europa nel ruolo della comparsa che tenta
disperatamente di sedersi al tavolo dei protagonisti senza essere chiamata sul
set.
Il paradosso?
Mentre nel mondo cambiano
staff, equilibri, confini, minacce e dichiarazioni improvvide, in Italia si
continua a discutere di chi vinca in Puglia, chi perda in Veneto, e se lo
sciopero del 28 sia stato “storico”, “ordinario” o “di riscaldamento”.
Guardiamo il dito,
sempre.
La luna, intanto, rischia di staccarsi dall’orbita.
Riassumendo
E così, mentre il
continente affronta dilemmi da manuale di geopolitica, una parte del Paese
continua a litigare su quisquilie tanto effimere quanto rumorose.
Non che la politica non serva, ci mancherebbe.
Ma se continuiamo a fissare i granelli di sabbia mentre la marea sale, non
lamentiamoci poi se ci ritroviamo con i pantaloni bagnati.
Del resto, per dirla alla
Montanelli, gli italiani sono un popolo geniale: quando finalmente avrebbero
qualcosa di serio da guardare, preferiscono cambiare canale.
E quando il mondo si spegne, chiedono pure chi abbia dimenticato di pagare la
bolletta.
Giuseppe Arnò
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