Si vis pacem para pacem: non c’è altra via
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| Papa Leone e il presidente Mattarella (foto: creazione originale di Pierpaolo Loi) |
di Pierpaolo Loi
Il profeta Isaia, vissuto nell’VIII secolo a. C.,
profetizzava un futuro in cui le armi fossero abolite e gli esseri umani
abbandonassero la cultura della guerra, il preparare i giovani a combattere:
«Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno
più l’arte della guerra» (Isaia 2, 4).
Il presidente Mattarella si ostina nell’affermare la necessità del riarmo per la difesa dell’Europa.
Nell’ultima sua esternazione ha
detto: “La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la difesa
collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare.” In aggiunta il
riarmo è necessario a “tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una
politica rispettosa del diritto internazionale”; e questo riarmo, “poche volte
come ora, è necessario”.
Quindi “armarsi” servirebbe “alla difesa e alla pace”,
dando per scontato che le democrazie agiscano rispettose del diritto
internazionale. Questo quadro è assolutamente smentito dai fatti, a
ripercorrere la storia della seconda parte del Novecento. Nonostante la nascita
dell’ONU, che nel preambolo della Carta costitutiva afferma di voler “salvare
le future generazioni dal flagello della guerra”. La maggior parte delle guerre
sono state agite nel mondo dalle potenze occidentali (includendo l’Unione delle
Repubbliche sovietiche -URSS): Corea, Vietnam, Afghanistan¸ le guerre del
Golfo, dei Balcani, e dal 2001, come guerre preventive in risposta al crollo
delle Torri Gemelle, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia. Le guerre nelle
Afriche, alimentate dai profitti delle industrie degli armamenti americane,
europee e russe. La Palestina, inoltre, è l’emblema del fallimento del diritto
internazionale, messo sotto i piedi da Israele nei confronti del popolo
palestinese, con la complicità dei paesi occidentali liberal democratici.
Sappiamo che il Presidente fa sfoggio del suo essere
cattolico, ma talvolta dimentica o mette in secondo piano i pronunciamenti
della Chiesa, a partire dall’Enciclica Pacem in terris di Giovanni
XXIII e da quando Papa Paolo VI indisse la “Giornata della Pace” (1968), da
celebrare ogni 1° Gennaio. Tradizione che si rinnova ogni anno e che è
preceduta da un appello del Papa ad essa dedicato. Paolo VI pensava a questa
“Giornata” non solo per i cristiani, ma per tutte le persone desiderose della
pace che la volessero condividere. Nel “Messaggio per la I Giornata della Pace”
– 1° Gennaio 1968, il Papa indicava «alcuni punti che la devono caratterizzare;
e primo fra essi: la necessità di difendere la pace nei confronti dei pericoli,
che sempre la minacciano:
il pericolo della sopravvivenza degli egoismi nei
rapporti tra le nazioni;
il pericolo delle violenze, a cui alcune popolazioni
possono lasciarsi trascinare per la disperazione nel non vedere riconosciuto e
rispettato il loro diritto alla vita e alla dignità umana;
il pericolo, oggi tremendamente cresciuto, del ricorso ai
terribili armamenti sterminatori, di cui alcune Potenze dispongono,
impiegandovi enormi mezzi finanziari, il cui dispendio è motivo di penosa
riflessione, di fronte alle gravi necessità che angustiano lo sviluppo di tanti
altri popoli;
il pericolo di credere che le controversie internazionali
non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate
sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti
e micidiali».
Pericoli che, invece di essere stati eliminati, oggi si
fanno terribilmente attuali. Nel “Messaggio per la LIX Giornata della Pace” del
1° Gennaio 2026, Papa Leone XIV sottolinea alcuni aspetti che dovrebbero
interessare i governanti, quelli che si dichiarano cristiani in primo luogo:
«Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare
scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per
raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la
capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata
e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica
e in quella pubblica.
Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare
una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli
attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima
difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in
una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno
maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a
incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da
molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la
forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare,
incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto,
sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza»
(i corsivi sono miei).
Rilevante anche il passaggio che, dopo aver citato i dati
dell’incremento delle spese militari mondiale nel 2024 (aumentate del 9,4%
rispetto all’anno precedente: 2.718 miliardi di dollari, pari il 2,5% del PIL
mondiale), sembra riprendere la denuncia che l’“Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole” porta avanti da alcuni anni: «Per di più, oggi
alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo
economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative (il
corsivo è mio): invece di una cultura della memoria, che custodisca le
consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime,
si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e
università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e
trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».
Riproponendo il discorso sul disarmo integrale dei suoi
predecessori (Giovanni XXIII, con la Pacem in Terris, la Gaudium
et spes, la Costituzione conciliare su Chiesa e mondo contemporaneo; Papa
Francesco, Fratelli tutti), il Papa afferma che le religioni devono rendere un
servizio all’umanità sofferente «vigilando sul crescente tentativo di
trasformare in armi persino i pensieri e le parole». «Le grandi tradizioni
spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i
legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è
simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato.
Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole
della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e
giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono
smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che
oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai
necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e
interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e
culture» (i corsivi sono miei).
Non il riarmo, dunque è la via alla pace, caro presidente
Mattarella, ma il disarmo, quella pace disarmante di cui parla il Papa. Nel
messagio di quest’anno, il richiamo a chi ha responsabilità politiche è
chiaro: «Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e
qualificate, “considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei
rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata
sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli
impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è
possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde” (Giovanni
XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63). È la via
disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale,
smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente
raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma
piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali».
Caro Presidente, ne prenda atto: “Si vis pacem, para pacem” perché non c’è altra via che conduca alla pace.

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