Askatasuna bene comune
Quando si parla di centri sociali, mi tornano sempre in mente, le parole che molti anni fa, nel periodo d’oro del movimento ambientalista, mi disse un funzionario della Digos di Ancona che conoscevo da molti anni. “Sono un presidio di democrazia”.
Un’affermazione che ritengo essere una perfetta sintesi degli spazi autogestiti.
Anche Askatasuna – sgomberato con un’operazione alla cilena, o se preferite all’italiana – è sinonimo di democrazia, punto di riferimento imprescindibile per chi, in passato come oggi, non si arrende alla cappa oppressiva che sempre più grava sulle nostre vite.
A un contesto in cui
quotidianamente la violenza del potere si esercita in mille modi, nei posti di
lavoro dove si muore ogni giorno, in cui si galleggia nella precarietà e nello
sfruttamento, nei quartieri militarizzati dove il diritto alla casa è strutturalmente
negato, nei centri per migranti, nelle scuole e nelle università che si
vorrebbero piegare completamene a una didattica di regime degna di tempi che si
pensava lontani. E nelle pieghe di un vissuto quotidiano con i giovani, ormai
minoranza, i quali sfogano contro i coetanei frustrazione, rabbia, isolamento,
dando vita ad una specie di strisciante “guerra civile” tra adolescenti.
Per non parlare di un’altra guerra, quella di genere, come attestano drammaticamente le cronache.
In questo scenario sicuramente lugubre, i centri sociali
cercano con enormi difficoltà, facendo i conti con mille nemici, di continuare
ad essere appunto “presidi di democrazia”… una democrazia sociale, praticata
fuori dalle istituzioni, dai presunti partiti, se così si possono chiamare le
consorterie protagoniste della politica ufficiale.
Una democrazia che fa da argine alla deriva del mondo che ci circonda.
Si plaude allo sgombero a Torino di Askatasuna, dalle file fasciste dell’attuale governo sino agli indegni esponenti del “centrosinistra”, i quali vigliaccamente si guardano bene dal condannare esplicitamente la chiusura del centro sociale (anzi c’è chi lo approva) e al massimo balbettano “anche Casa Pound”, riesumando la sempre verde teoria degli “opposti estremismi”.
Chi plaude vada a parlare con la gente del quartiere torinese dove
da anni Askatasuna attua pratiche di welfare dal basso; vada a parlare con la
moltitudine che dall’inizio degli anni Novanta si oppone in Val di Susa ad
un’opera inutile e disastrosa per il territorio; vada a parlare con le migliaia
di persone che in trent’anni si sono formate in uno spazio che è stato scuola,
luogo di formazione politica e culturale per generazioni di giovani.
Alla ricorrente ipocrita litania sulla “violenza”, va
rivendicato il diritto al conflitto linfa vitale di una vera democrazia. E
pensassero alla loro di violenza, quella vera, a partire dalla criminale corsa
al riarmo che sta caratterizzando le politiche della maggior parte dei governi
dell’Unione Europea, dal criminale sostegno al genocidio palestinese, dalla
strage perpetrata in mare nei confronti dei migranti.
L’Askatasuna è un bene comune, come tutti i centri sociali,
gli spazi autogestiti, i movimenti che lottano contro questo sistema. A loro va
il nostro appoggio incondizionato.
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