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| Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa |
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Di Elena Tebano
Il Consiglio europeo iniziato ieri a
Bruxelles, e proseguito fino a notte fonda, era il summit più difficile
per l'Ue, quello in cui, come ha scritto
Ferruccio de Bortoli, era «in gioco più il futuro della costruzione
comunitaria che il destino dell’Ucraina». Doveva decidere come continuare a
finanziare la difesa ucraina dall'invasione russa, dopo che gli
Stati Uniti di Donald Trump si sono di fatto sfilati dal
sostegno a Kiev.
La soluzione del prestito di riparazione basato sugli asset russi immobilizzati, fortemente
sostenuto dalla Germania, dai Paesi nordici e dalla Commissione europea, è
stata presentata a lungo come l’unica percorribile (anche nella bozza di
conclusioni del Consiglio europeo, benché inserita tra parentesi quadre che nel
linguaggio diplomatico indicano che il testo non è definitivo), perché
raggiungibile attraverso una maggioranza qualificata, mentre l’alternativa di
un debito basato sul bilancio comune avrebbe avuto bisogno dell’unanimità e fin
dall’inizio il premier ungherese Viktor Orbán si è detto
contrario ad aiutare finanziariamente l’Ucraina, di recente affiancato anche
dallo slovacco Robert Fico. Inoltre anche la Germania, l’Olanda e
gli altri «Frugali» sono da sempre contro gli eurobond. Tuttavia il prestito basato sugli asset russi, molto complicato giuridicamente,
ha fin da subito riscontrato l’opposizione del Belgio che
ospita Euroclear, la società che custodisce 185 dei 210 miliardi di
euro di beni russi immobilizzati nell’Ue e dunque più a rischio in caso di
ritorsioni legali da parte della Russia. Anche l’Italia ha
sempre manifestato dubbi politici e giuridici. Ieri mattina, prima dell’inizio
del vertice, parlando davanti al Parlamento belga, il premier Bart De
Wever aveva spiegato che «il Belgio continua a chiedere che l’Unione
europea, e non solo il Belgio, si assuma la piena responsabilità finanziaria
dell’intero rischio, che rimane ancora sconosciuto». De Wever ha domandato
garanzie illimitate nell’importo e nel tempo agli altri Stati membri per
sciogliere la riserva, ma alla vigilia i Paesi Ue hanno spiegato di non poter
accogliere la richiesta, che non avrebbe mai passato il voto dei Parlamenti
nazionali necessario in alcuni Stati. La discussione vera e propria è iniziata solo con la cena, perché le ore
precedenti sono state usate per un confronto tra i leader sui temi che
prevedevano una discussione strategica in vista di una futura decisione —
allargamento e riforme, difesa e sicurezza, bilancio Ue post 2027, Medio
Oriente, migrazione — ma soprattutto per condurre incontri bilaterali nel
tentativo di trovare una via d’uscita al no del premier De Wever. Tra i faccia
a faccia c’è stato anche quello con Volodymyr Zelensky: «Lo
capisco, ma noi rischiamo di più», ha commentato il presidente ucraino.
Qui Federico Fubini spiega nel dettaglio cosa sono gli
asset russi «congelati», come potrebbero essere usati e con quali rischi, quali
sono gli argomenti (e i Paesi) a favore e quelli contrari.
L'Italia voleva una soluzione alternativa al sequestro degli
asset russi: un prestito europeo con garanzie nazionali, con il coinvolgimento
solo degli Stati che sono interessati (una soluzione che piacerebbe di più
anche agli Stati Uniti di Donald Trump). «Serve però il via libera di tutti
i 27 leader. Viktor Orbán compreso, che potrebbe dire di sì senza agitare
l’amata clava del veto, per poi fare un passo indietro e spiegare che
l’Ungheria non farà la sua parte per Kiev. Ma senza ostacolare» scrive
Simone Canettieri. «Dietro alle garanzie "esosissime" del
Belgio per sbloccare i beni russi ci sono anche le perplessità casalinghe di
Francia e Italia, si capisce. Secondo l’agenzia Ansa, anche se Palazzo Chigi
non conferma, a margine del Consiglio ci sarebbe stato un trilaterale informale
fra von der Leyen, Merz e Meloni. Visti entrare per ultimi in sala. Ma
d’altronde quassù, si sa, tutti parlano con tutti».
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| Emmanuel Macron e Giorgia Meloni ieri al Consiglio europeo |
La Germania è il Paese più deciso a usare i fondi russi e il
più contrario al prestito europeo. Al momento di chiudere questa newsletter, a
tarda notte, non c'era ancora un accordo. Trovate tutti gli aggiornamenti sul sito.
Il rinvio dell'accordo sul Mercosur
Il presidente francese Emmanuel Macron, grazie
all'appoggio decisivo della premier italiana Giorgia Meloni, è
riuscito a ottenere il rinvio di un mese del voto sull'accordo commerciale con
il Mercosur. «Ad accomunare la strategia di Italia e Francia la
volontà di incassare clausole di salvaguardia blindate, maggiori controlli
sulle importazioni agricole e standard più rigorosi per i produttori del
Mercosur» spiega
Andrea Ducci.
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