Soffriamo perché la vita è incerta, oppure perché pretendiamo la certezza
La sofferenza umana si manifesta spesso sotto molte forme:
ansia, paura, delusione, inquietudine. Tuttavia, dietro tutte queste
espressioni si cela una domanda più profonda, raramente esplorata con autentica
onestà: soffriamo a causa dell’incertezza, oppure soffriamo perché crediamo che
la vita debba essere certa? Non è una domanda a cui si possa rispondere
immediatamente; essa richiede al lettore di pensare, di attendere e di avere il
coraggio di guardare dentro di sé.
La vita si muove in modo fluido. Nulla in questo mondo
rimane permanente: né le relazioni, né gli affetti, né le condizioni nelle
quali viviamo. Persino i nostri pensieri non sono stabili. Eppure la mente
umana è condizionata a desiderare stabilità in un mondo instabile. Desideriamo
certezze: del successo, dell’amore, della salute, del domani. Vogliamo che la
vita arrivi con regole, programmi e garanzie. Quando ciò non accade,
attribuiamo la colpa all’indeterminatezza e la accusiamo di farci soffrire.
L’incertezza non è qualcosa di estraneo alla vita; l’incertezza è la vita stessa.
Dalla nascita fino alla morte, la vita è come un fiume che
scorre: a volte calmo, a volte impetuoso, ma sempre in movimento. Le difficoltà
iniziano quando tentiamo di arrestare questo flusso. Nel momento in cui la
mente pretende certezza, nasce la paura: paura della perdita, paura del
fallimento, paura dell’ignoto. Gradualmente, la vita non viene più vissuta, ma
gestita.
Il dottor Sethi riflette sul fatto che la sofferenza non
inizia nel punto del dolore, bensì nel punto della resistenza. Il dolore è
naturale: perdita, malattia, fallimento, cambiamento. Psicologicamente, la
sofferenza non nasce dalle circostanze in sé, ma dall’incapacità della mente di
accettare ciò che è. Il problema non è l’incertezza; il problema è il nostro
desiderio di controllo.
Nel mondo contemporaneo, la certezza viene venerata.
Strategie di carriera, polizze assicurative, aspettative relazionali, persino i
percorsi spirituali vengono presentati come sistemi in grado di garantire
risultati. Siamo educati a credere che, se pianifichiamo abbastanza, se
pensiamo in modo positivo o adottiamo il metodo giusto, la vita diventerà
prevedibile. Quando ciò non accade, la speranza si trasforma in disperazione.
Ma la certezza è un’illusione che deve essere mantenuta
continuamente. Nel momento in cui ci sentiamo al sicuro, nasce la paura di
perdere quella sicurezza. Un lavoro stabile genera il timore del licenziamento.
Una relazione amorosa è spesso attraversata dalla paura della separazione. La
certezza non ci libera; ci lega con vincoli ancora più sottili.
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| Krishan Chand Sethi |
È paradossale che l’incertezza non richieda da noi altro che presenza.
Una vita incerta richiede consapevolezza, adattabilità e
umiltà. Ci invita a rispondere, non a dominare. Nell’incertezza, l’intelligenza
diventa più acuta e la sensibilità più profonda. Tuttavia, una mente abituata a
soluzioni semplici rifiuta questa sfida: desidera conclusioni in una vita che,
per sua natura, rimane aperta.
Questo orientamento filosofico del dottor Sethi suggerisce
anche una distinzione essenziale: il fatto che la vita sia incerta non implica
che la coscienza debba essere instabile. Quando la consapevolezza è radicata
nel presente, l’incertezza perde il suo carattere minaccioso. Si trasforma in
spazio: spazio per crescere, creare ed esplorare.
In gran parte, il dolore umano nasce dal vivere nel futuro
anziché nel presente. Piangiamo perdite che non sono ancora avvenute. Proviamo
in anticipo i nostri fallimenti. Lamentiamo finali immaginari. Nel pretendere
la certezza, ci allontaniamo dall’unico luogo in cui la vita accade davvero: il
presente.
Per questo anche molte persone di successo rimangono
inquiete. Le loro conquiste esteriori non riescono a placare l’agitazione
interiore. La coscienza sa che nulla è stabile per sempre. Così il bisogno di
certezza non si esaurisce mai e la soddisfazione viene continuamente rimandata.
Spesso l’accettazione dell’incertezza viene scambiata per
debolezza o passività; in realtà è un segno di profonda saggezza. Non significa
rinunciare all’impegno o alla responsabilità, ma abbandonare l’illusione di
poter controllare i risultati. L’azione continua, ma l’attaccamento si
dissolve.
Secondo il dottor Sethi, quando l’azione è libera dalla
richiesta di certezza, essa acquista grazia. Si agisce con integrità, si ama
con tutto il cuore, si vive in modo responsabile, senza negoziare con la vita
per ottenere garanzie. Questo modo di vivere non elimina il dolore, ma
impedisce che il dolore si trasformi in sofferenza.
Filosoficamente, l’incertezza ci restituisce l’umiltà. Ci
ricorda che siamo partecipanti al gioco dell’esistenza, non i suoi padroni.
Frantuma l’illusione del controllo dell’ego, e da quella frattura nasce
qualcosa di più tenero e più saggio.
Osserviamo la natura: gli alberi non sanno quale sarà la
prossima stagione, i fiumi non sanno dove arriveranno, gli uccelli non chiedono
garanzie prima di volare. Eppure la vita scorre attraverso di loro con
naturalezza. La sofferenza umana non nasce dal fatto che l’uomo sia diverso
dalla natura, ma dal suo tentativo di dominarla attraverso il controllo anziché
viverla in armonia.
Anche le relazioni sono influenzate dalla richiesta di
certezza. Cerchiamo rassicurazioni che i sentimenti non possono onestamente
offrire. Pretendiamo fiducia dove la crescita richiederebbe trasparenza. Quando
chiediamo garanzie di permanenza, l’amore diventa ansioso. Forse le relazioni
potrebbero respirare più liberamente se rinunciassimo al sospetto.
La riflessione del dottor Sethi sull’amore è qui
particolarmente delicata: l’amore non fallisce perché cambia; diventa difficile
perché pretendiamo che non cambi. Il cambiamento non è tradimento; il
cambiamento è movimento. Quando questa comprensione si radica, l’amore diventa
più libero e più compassionevole.
Alla fine, la domanda non è se la vita diventerà mai certa:
non lo sarà mai. La vera domanda è se possiamo vivere pienamente nonostante
questa verità. Possiamo camminare senza aggrapparci? Possiamo pianificare senza
essere prigionieri delle aspettative? Possiamo fidarci della vita senza
pretendere prove?
Quando abbandoniamo l’aspettativa della certezza,
l’incertezza smette di essere una minaccia e diventa una maestra. Ci insegna la
pazienza, la presenza e la resilienza. Ci invita a riposare nella
consapevolezza, non nei risultati. Ci riporta dalla preparazione alla vita,
alla vita stessa.
La vita, in sé, non infligge sofferenza; forse siamo noi a
non sapere come danzare con essa. Quando la richiesta di certezza svanisce, la
pace non va cercata: arriva da sola, come il silenzio. La vita, in
definitiva, non è certa. Ci offre qualcosa di meno evidente ma infinitamente
più prezioso: l’opportunità di rimanere vigili nel mistero. E forse questa non
è una debolezza dell’esistenza, ma la sua più grande saggezza.


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