Il ritorno al pianoforte come linguaggio essenziale
Negli ultimi anni, mentre il flusso quotidiano di parole si è fatto più fitto, è accaduto un fenomeno che attraversa quasi in silenzio il mercato musicale italiano: la crescita costante dell’ascolto pianistico. Sempre più ascoltatori, per lo più adulti, hanno iniziato a cercare il pianoforte come spazio di ordine in giornate dense di notifiche e interferenze. Le playlist dedicate al piano solo, un tempo marginali, oggi raccolgono numeri in continua ascesa; non più semplice sottofondo, ma strumento di orientamento in un quotidiano frammentato. In un’epoca satura di parole — spiegazioni, commenti, narrazioni continue — il pubblico sta recuperando una forma di ascolto che non pretende interpretazione ma piena partecipazione, un tipo di presenza che oggi è sempre più difficile esercitare.
Dentro questa trasformazione lenta ma costante, si fa strada
“Piano Stories”, il nuovo album del compositore e pianista Giambattista
Fedrici per Inifnity Records. Un autore che, dopo una
lunga esperienza nella composizione per pubblicità, progetti personali ed
eventi, sceglie solo ora di entrare nel mercato discografico con un’opera
pienamente strutturata.
Ascolta su Spotify.
Una decisione controcorrente, tanto più significativa in un
settore dominato da artisti giovanissimi e da logiche di consumo sempre più
immediate. Qui non sussiste la volontà di rincorrere un formato, ma l’esigenza
di proporre un lavoro che richiede tempo, continuità, coerenza. Fedrici arriva
all’album come si arriva a un libro che ha richiesto anni di sedimentazione:
senza conciliazioni stilistiche, senza l’urgenza dell’attualità.
“Piano Stories” è composto da quattordici brani, ciascuno concepito come un capitolo autonomo e al tempo stesso necessario all’insieme. I temi — distanza, rinascita, delicatezze della vita interiore, resilienza — si esprimono attraverso una scrittura compositiva minimalista, attenta alla forma e al singolo dettaglio. Il pianoforte è il centro assoluto, ma in alcuni brani, la presenza lieve dell’elettronica, aggiunge una tinta opaca, un margine di incertezza che accompagna l’ascoltatore in una variazione di densità che modifica la percezione del tempo e lascia emergere una zona meno definita dell’immaginario sonoro.
A rendere il disco particolarmente rilevante è il suo modo
di inserirsi nel discorso sulla trasformazione dell’ascolto: “Piano Stories”
non è la classica raccolta di brani, ma un vero e proprio percorso
longitudinale che accoglie l’ascoltatore e lo invita a procedere senza
interruzioni. È un lavoro che si discosta dalle consuetudini discografiche del
presente, dove l’unità dell’opera tende a dissolversi a favore di singoli
episodi consumati rapidamente.
Dagli studi sul comportamento digitale degli ultimi anni, si
evince una dinamica tutt’altro che scontata: aumentano le ore trascorse in
ambienti sonori che richiedono concentrazione anziché puro intrattenimento.
Playlist per lo studio, cataloghi dedicati al lavoro mentale, raccolte
pianistiche ideate come strumenti con cui orientare il tempo e la mente anziché
colonne sonore di sottofondo alla frenesia del quotidiano.
Il fenomeno è particolarmente diffuso nelle fasce adulte,
che cercano spazi di ascolto capaci di interrompere l’affollamento di messaggi
e micro-narrazioni.
In questo scenario, a primo acchito atipico per l’andamento
rapsodico della società, il pianoforte torna a essere una forma civile
di convivenza con il brusio perpetuo del presente: una grammatica sobria,
continua, che permette di riorganizzare lo spazio interno senza ricorrere alla
parola.
I titoli dei brani scelti da Fedrici — da “Disincanto” a
“Due fidanzati degli anni ’60”, da “Fallimenti e cicatrici” a “Un’altra lunga
notte”, fino a “Verso casa” — non richiedono una lettura definita, ma aprono
possibilità. Sono indizi, frammenti di ricordi, immagini che guidano senza
imporre una direzione obbligata.
È una modalità narrativa che richiama la grande tradizione europea del pianismo introspettivo, ma la inserisce in un presente in cui il bisogno di un tempo diverso, più lento, si fa sempre più marcato. “Piano Stories” è dunque un’opera che incontra l’oggi senza inseguirlo. Un lavoro che riattribuisce valore alla forma, alla delicatezza, all’eleganza e alla presenza attiva di ogni attimo vissuto.
Fedrici, proponendo un ascolto che non si consuma ma si
attraversa, compie una scelta chiara, lasciando che la musica ritrovi un ritmo
proprio e riaffermando la possibilità di un tempo che non risponde alle urgenze
del mercato.
“Piano Stories” – Tracklist:

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