Taranto la città che cadde sotto il picconatore "Dux – Post fata, resurgo"

A Taranto è mancato un piano regolatore, strumento indispensabile per un razionale sviluppo edilizio.

Ciò che è stato fatto altrove in Italia, soprattutto nel centro-nord, riguarda quel senso di appartenenza alla propria storia, che Taranto non ha avuto o forse meritato per colpa dei suoi cittadini.

Sino dagli anni ’20 dopo lo sconcio dei rioni Tre Carrare e Tamburi, incorporati nel tessuto urbano con le loro deficienze e brutture, il Comune pensò di dotare la città di un nuovo piano regolatore considerando superato quello del 1865 di Davide Conversano.

Due piani regolatori, uno del 1921, affidato a Giulio Tian urbanista famoso, e l'altro quello del 1937, dei fratelli Calza-Bini furono disattesi. Almeno in parte; il primo non fu nemmeno inviato a Roma, il secondo fu approvato, però dopo vent'anni. Forse quando occorreva sicuramente un'altra lettura, dopo lo scempio fatto nell’era fascista. Che vedremo.

Tutto parte da quando Taranto diventò Provincia 

La città elevata nel 1923 a Provincia meritava una sede degna per gli uffici provinciali, della Prefettura, della Questura nonché l’alloggio del Prefetto.

Il noto architetto Armando Brasini, che gli avieri riconoscono nel palazzo Brasini presente nell’idroscalo, fu incaricato di realizzare, tra via Massari e Via Anfiteatro, con affaccio a mare il Palazzo del Governo su suoli di proprietà dell’on Vincenzo Tamborrino. 

Sullo stesso suolo però si trovava il teatro Alhambra che era sorto sulle rovine di un altro teatro il Livio Andronico, un barraccone in parte di legno andato distrutto la sera del 20 ottobre 1907.  


Teatro Alhambra alla fine di Via Anfiteatro

L' Alhambra era stato inaugurato il 1909 con la rappresentazione dell’Aida sotto la direzione del maestro Poggi. Dopo 20 anni di vita la sera del 1° settembre 1929 con il film muto "Femene ‘nfame" questo teatro che era stato simbolo di una Taranto nuova divenne solo un ricordo dei Tarantini.

Sotto il piccone cedette il posto ad uno degli edifici più emblematici del fascismo nel Mezzogiorno, un pezzo da antologia dell’architettura della romanità da sermone. In quattro anni fu costruito e inaugurato dallo stesso Mussolini.

Tralasciamo il racconto della venuta di Mussolini a Taranto, ovviamente tra tripudio di bandiere, siamo nel periodo di una diffusione di massa del regime che descriveva in modo puntiglioso Togliatti dalla Francia nelle sue lezioni sul fascismo.

Parliamo ora della città vecchia. Nel 1931, lo stesso direttore dell’Ufficio Tecnico del Comune, ricevette l’incarico di redigere un progetto di risanamento. Esso prevedeva di abbattere sei ettari tra via di Mezzo e Via Garibaldi, dalla discesa Vasto sino a Piazza Fontana. Questo progetto non trovò oppositori.

"Circondato da uno stuolo di gerarchi. Mussolini sale rapidamente sulla terrazza del Palazzo Saracino impugna il piccone sul cui manico è inciso “Dux – Post fata, resurgo” aggredisce con picconate gagliarde il cornicione dell’edificio."

È taumaturgico quel gesto per i picconatori, per cinque anni opere di valore storico sociale caddero: Il Conservatorio delle Verginelle dedicato all’apostolo San Bartolomeo edificato nel 1120 dalla regina Costanza. Proprio nei pressi di questa chiesa vi era in tempi remoti il ghetto degli ebrei e una via della zona portava il titolo Via della Giudecca.

Scompare la chiesa dedicata alla Madonna della Pace, costruita nel 1695 forse sui resti di un tempio pagano e tanto cara alla gente di mare; la chiesetta dello Spirito Santo, rammentata dall’arcivescovo Sarria nel 1679, la chiesa di San Marco legata addirittura ai tempi della prima evangelizzazione di Taranto. 

La stessa fine fecero gli ultimi avanzi della cinta muraria ancora esistente accanto alla Chiesa Madonna della Pace e la Torrenuova. Ma già altri scempi erano stati realizzati nell’indifferenza generale, era stato abbattuto il convento dei Celestini nel 1927, edificato nel 1550; il convento di San Giovanni Battista con bellissimo chiostro e annessa chiesa anteriore del 1200.

Non interessa punto né la storia, né l’arte.

Quello che disorienta di più, scrive Giacinto Peluso nel suo libro Storia di Taranto, "è il fatto che qualificati funzionari affermino che non vi siano difficoltà dal lato artistico e storico per le preposte demolizioni" che in gran parte furono bloccate dalla guerra e della caduta del fascismo.

Resta l’immagine riportata dallo scrittore di quel cittadino che accorse chinandosi a baciare quella pietra che rotolava dopo la picconata del duce.

E mi fa pensare a quegli urbanisti illuministi della fine del ‘700 che dicevano che se una pietra ha più di un secolo non va spostata. Ecco.

Commenti

  1. Lo scempio e l'indifferenza dei tarantini continua vedi il Palazzo di città o ex tribunale, Frisina e proprio palazzo Brasini all'interno dell'idroscalo o SVAM, dobbiamo solo vergognarci...

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