Quando finisce una serie TV: il lutto invisibile che tocca le parti più profonde della nostra psiche


C’è un momento sospeso, quasi doloroso, che arriva subito dopo l’ultima scena di una serie. 

 AGIPRESS – Lo schermo si oscura, la musica sfuma, e dentro di noi qualcosa si contrae. Non è solo tristezza. È un’esperienza psicologica più complessa: un micro-lutto emotivo

C’è un momento sospeso, quasi doloroso, che arriva subito dopo l’ultima scena di una serie. 
Le storie che seguiamo non sono semplici intrattenimenti, sono spazi psichici, contenitori simbolici in cui proiettiamo parti di noi: paure, desideri, traumi, identità in evoluzione. 

 La psicologia di Winnicott


Quando una serie finisce, ciò che perdiamo non è un solo la fine di un film, ma una dimensione interna in cui ci eravamo sentiti accolti. 
Secondo la psicologia di Winnicott, gli esseri umani hanno bisogno di “oggetti transizionali”: elementi esterni che permettono di regolare emozioni, placare ansie, trovare continuità. Per alcuni bambini è il peluche, per molti adulti, oggi, sono proprio le serie TV
Una serie può diventare un regolatore emotivo nei periodi di stress, un rifugio simbolico quando la vita reale è caotica, uno spazio protetto in cui sentire senza esporsi, un ponte psichico tra realtà e immaginazione. 

Quando la serie termina, perdiamo quel luogo di compensazione psicologica ed è come se ci venisse tolto un “cuscinetto emotivo” che ci aveva aiutato a stare al mondo. I personaggi non esistono, ma ciò che proviamo per loro è reale, accade ciò perché il cervello attiva i circuiti dell’attaccamento, riconosce nei personaggi emozioni simili alle nostre, costruisce una sensazione di familiarità psicologica. 

Il legame parasociale è un legame interno, un rapporto che viviamo nel nostro mondo affettivo, quando la serie termina, viviamo una perdita simile alla separazione: non potremo più “incontrare” quei personaggi, né seguire la loro evoluzione, né farci accompagnare dalle loro storie, perché perdiamo parti interiori che avevamo appoggiato su di loro. 

Ogni storia che amiamo tocca qualcosa che ci appartiene profondamente: una ferita ancora aperta, un desiderio non vissuto, un conflitto interiore, un bisogno relazionale, un ideale che aspiriamo a raggiungere. 

In psicologia quindi si parla di identificazione proiettive investiamo i personaggi e le loro trame di significati personali. La serie diventa un laboratorio emotivo in cui esploriamo parti di noi che nella vita reale non osiamo guardare, quando finisce, quella possibilità di esplorazione si spezza.

Ci mancano loro, ma ciò che realmente ci manca è una versione di noi che esisteva solo in quel mondo narrativo, il “lutto” che proviamo non è esagerato: è un processo psichico reale. 

La fine di una serie interrompe la continuità narrativa, la sicurezza emotiva che essa garantiva, il senso di appartenenza a un mondo interno, la funzione regolativa delle routine di visione, perché il cervello deve riorganizzare tutto questo. 

Vuoto e disorientamento

Perciò noi proviamo vuoto, disorientamento, nostalgia, ruminazione su scene o finali alternativi, difficoltà ad iniziare una nuova serie, e sono gli stessi meccanismi che riscontriamo nei lutti simbolici: la mente cerca di ricostruire un equilibrio dopo una perdita. 

Le serie, soprattutto quelle lunghe, creano un ritmo, una prevedibilità, ogni episodio diventa un momento di decompressione, una pausa emotiva, un rituale che dà forma al tempo, un ancoraggio psicologico. Quando questo ritmo sparisce, è come perdere una parte della nostra impalcatura emotiva. 

I rituali sono fondamentali per la stabilità psichica: la loro interruzione genera un senso di vuoto che non riguarda la serie, ma la funzione psicologica che svolgeva. Il piacere delle serie non nasce solo dalla trama, ma dalla possibilità di abitare un universo coerente. 

Le psicologie post-junghiane parlano di “mondi simbolici interni”: i miti, le storie, le narrazioni diventano luoghi psichici in cui ci immergiamo per trovare senso. Quindi al termine di una serie, quel mondo che si chiude diventa un’evacuazione emotiva e siamo costretti a uscire da un luogo in cui ci sentivamo parte. 

Possiamo paragonare questo dolore simile a quello di traslocare da una casa amata: il vuoto che proviamo dopo una serie non è superficialità, ma è profondamente umano, sta a significare che sappiamo investire affettivamente e abbiamo bisogno di narrazioni per dare senso al mondo, riconosciamo il potere delle storie nella nostra psiche.

 La fine di una serie è una piccola morte simbolica, una chiusura, una separazione, un congedo da parte di noi che quella storia aveva contenuto, protetto o rivelato e come tutti i lutti, anche questo nel suo piccolo merita rispetto. Perché ciò che realmente ci manca non è solo una serie, è la persona che eravamo mentre la guardavamo.

Alessandra Campanini, Psicologa – Psicologia clinica e Sessuologia.

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