Le tre mappe di Orbán (o la scommessa azzardata dei trumpiani sull'Europa)
Milena Gabanelli e Claudio Gatti, nel loro Dataroom, hanno dettagliato l'asse occulto (e nemmeno troppo) fra Stati Uniti e Russia per smantellare l'Unione europea. Delle mire putiniane sull'Europa, in special modo sulla parte un tempo sovietica, è quasi superfluo parlare. Ma «un’Unione Europea forte si scontra anche con la strategia dell’America First sostenuta da Donald Trump, che ha tutto l’interesse a indebolire il coordinamento istituzionale e il potere collettivo europeo. La miglior riprova di questa apparentemente paradossale coincidenza di interessi tra Putin e Trump è stata fornita dalla Brexit», hanno scritto Gabanelli e Gatti. Non a caso, l'America trumpiana e i suoi «pensatoi», come la Heritage Foundation, stanno investendo tempo e, soprattutto, denaro (circa 110 milioni di dolllari negli ultimi 5 anni) per costruire «un'alleanza con quelle stesse associazioni e amministrazioni dell’ultradestra sovranista europea coltivate da Vladimir Putin». «Secondo i più esperti analisti, un modello europeo forte potrebbe essere di intralcio al modello americano sulla scena internazionale, e Washington non vuole competitor; mentre per Mosca un’Europa divisa consente più libertà di trattare da una posizione di forza con i singoli Paesi Ue, e di influenza sui suoi ex vicini sovietici», concludono Gabanelli e Gatti. La settimana scorsa, sul sito di Foreign Affairs è, però, comparso un articolo di Ivan Krastev, sociologo e politologo di origine bulgara, presidente del Center for Liberal Strategies di Sofia e tra i più acuti osservatori, in particolare, dei Paesi dell'Europa orientale (sempre raccomandabili La rivolta anti liberale, scritto con Stephen Holmes e L'impero diviso, firmato con il «nostro» Federico Fubini) intitolato «Il paradosso della destra trumpiana d'Europa». Krastev conferma che Donald Trump ha scommesso apertamente sulle destre radicali europee: «Nutrendo disprezzo per l'Unione Europea e rifiutando i tradizionali valori liberali che hanno ancorato l'alleanza transatlantica, la sua amministrazione ha appoggiato l'estrema destra europea. Oltre ai suoi legami con la premier populista di destra italiana, Giorgia Meloni, Trump ha sostenuto, tra gli altri partiti di estrema destra, il partito Alternativa per la Germania (AfD), il partito spagnolo Vox e il partito Reform UK di Nigel Farage». Eppure, a suo avviso, si tratta di una scommessa più azzardata di quanto non appaia. «C'è la sensazione che la Casa Bianca consideri molti Paesi europei come indietro di un solo ciclo elettorale rispetto agli Stati Uniti e si aspetti una drastica svolta a destra nel continente nei prossimi anni - scrive Krastev -. Gli europei di destra sembrano condividere questa convinzione e hanno persino preso provvedimenti per formare una sorta di fronte transnazionale. È emerso un nuovo gruppo di partiti di destra, i Patrioti d'Europa, che ha promesso di "rendere l'Europa di nuovo grande" e considera la rivoluzione Maga come un modello». (Ne hanno scritto anche Francesca Basso e Viviana Mazza nella loro newsletter Europe Matters) Che vi siano delle «affinità elettive» fra Maga e Mega è innegabile: «L'alleanza di Trump con Orbán e altri leader di destra nell'Europa centrale e orientale va oltre l'ideologia. Sebbene le forze illiberali in questi Paesi siano diverse – e spesso in contrasto tra loro su questioni come la politica nei confronti della Russia o la governance economica – la regione assomiglia agli Stati Usa repubblicani per temperamento politico. È culturalmente conservatrice, prevalentemente bianca e votata all'omogeneità culturale. Come i sostenitori del Maga, le popolazioni di quell'area tendono a essere ostili all'immigrazione e alla cosiddetta "wokeness" (consapevolezza) e scettiche nei confronti del cambiamento climatico. Non sorprende che la diaspora dell'Europa orientale negli Stati Uniti abbia tendenzialmente favorito Trump nelle ultime elezioni». E, del resto, «a differenza di predecessori come i presidenti George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden, Trump non è interessato a esportare la democrazia. Ciò che desidera esportare è la sua agenda politica interna, anti-immigrazione, anti-woke e anti-green». Eppure, proprio osservando da vicino il campione europeo del movimento Maga, l'unico davvero riconosciuto e osannato dalla destra trumpiana oltre Atlantico, ossia il premier ungherese Viktor Orbán («Diventato per la destra quel che Fidel Castro è stato un tempo per la sinistra: un eroe e un modello») si capisce perché le cose potrebbero andare in modo un po' diverso da come si aspettano Trump e i trumpiani. «Nell'ufficio di Orbán, a Budapest, ci sono tre mappe del mondo che mostrano il mondo da diverse prospettive: una incentrata sull'America, una sull'Europa e una sulla Cina. Ciò che Orbán vede quando le studia è quello che chiama un "cambiamento del sistema globale": uno spostamento di potere verso l'Asia. A suo avviso, l'Asia possiede uno slancio demografico, un vantaggio tecnologico e un'enorme forza di capitale. Sta anche sviluppando rapidamente la capacità militare per competere con gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali. Il prossimo ordine mondiale, ritiene Orbán, sarà incentrato sull'Asia». Ciò significa che «l'Ungheria non si unirà a una guerra fredda con la Cina o a un blocco tecnologico o commerciale volto a isolare Pechino». E l'ha già fatto capire ampiamente nei fatti, non solo a parole: la Cina oggi investe più in Ungheria che in Francia, Germania e Regno Unito messi insieme. Ciò spiega anche alcune posizioni all'apparenza sorprendenti del leader ungherese: «Con sorpresa di molti, Orbán – non diversamente dal presidente liberale francese Emmanuel Macron – ha affermato di preferire un'"Europa sovrana". Nella visione conservatrice di Orbán, ciò significherebbe preservare il mercato unico europeo, ma invertire la rotta verso una più profonda integrazione politica europea e mantenere una equidistanza dalla Cina e dagli Stati Uniti». Che, poi, quell'Europa sovrana si possa davvero costruire minando l'integrazione politica a colpi di veti (il che non vale solo per l'Ungheria: qui un editoriale di Paolo Valentino sul vincolo dell'unanimità, di recente difeso anche dalla premier Giorgia Meloni, che blocca l'Ue), è un'altra questione. «Questo tipo di divergenza non è esclusiva dei politici illiberali ungheresi: l'AfD tedesca, ad esempio, sembra per molti aspetti più vicina a Mosca che a Washington» aggiunge Krastev. E, oltretutto, il sostegno statunitense a una formazione tanto filorussa potrebbe inacidire i rapporti americani con sovranisti europei di destra da sempre ostili a Mosca, come i polacchi del PiS di Jaroslaw Kaczynski e del presidente Karol Nawrocki (per la cui elezione Trump aveva fatto apertamente il tifo). Soprattutto nell'ipotesi, non più fantapolitica, di un'AfD che conquista il governo di una Germania massicciamente riarmata. «L'ipotesi dell'amministrazione (Trump) secondo cui gli europei si stanno spostando a destra - scrive Krastev pur ricordando che Orbán non è poi così sicuro di rivincere le elezioni ad aprile - non è errata, ma è errata nell'aspettarsi che l'ascesa di leader favorevoli a Trump sia sufficiente a preservare il predominio degli Stati Uniti. Al contrario, l'ascesa della destra illiberale rischia di creare una crisi economica e politica sempre più profonda, che provocherà quella che il politologo di Oxford Dimitar Bechev definisce "la corsa all'Europa": una situazione in cui grandi potenze come Cina e Russia e potenze di medie dimensioni come la Turchia e i Paesi del Golfo si contenderanno sempre maggiore influenza. (...) Paradossalmente, rafforzando i legami con la destra europea, Washington potrebbe indebolire la propria influenza sull'Europa nel suo complesso». Krastev conclude con un paragone storico: «Se la strategia europea dell'amministrazione Trump è quella di imporre un più stretto allineamento ideologico riducendo al contempo il sostegno economico e militare degli Stati Uniti, fallirà. I partiti di destra, non meno delle loro controparti centriste e liberali, sono consapevoli che in un panorama geopolitico sempre più instabile, i loro Paesi potrebbero dover cavarsela da soli. Di fronte a un mondo ostile, la destra europea potrebbe riscoprire – forse con riluttanza – la convenienza di un distacco dell'Europa da un'America inaffidabile. In definitiva, l'effetto di Trump sull'Europa assomiglia per molti versi all'effetto di Mikhail Gorbaciov sul blocco orientale negli anni '80. La Gorby-mania aveva radicalmente rimodellato i regimi comunisti dell'Europa orientale e, così facendo, ha contribuito a far perdere a Mosca la sua sfera d'influenza». Può darsi che, come ha scritto Federico Fubini, nella sua nostalgia proprio per le «sfere d'influenza», Trump abbia intenzione di sacrificare l'Ucraina e, più in generale, l'Europa per «staccare» Putin dall'abbraccio con Xi Jinping. Ma, così facendo, potrebbe consegnare a Pechino alcuni, se non tutti, i sovranisti europei che pensava di aver ormai conquistato al suo campo. Davvero ci guadagnerebbe, nello scambio? |
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