Per l’ex Ilva si pesta l’acqua nel mortaio
Il ministro della deindustrializzazione, da mesi “pesta l’acqua nel mortaio” per la ex Ilva.
Dopo aver colpito migliaia di imprese con il blocco del
Piano Transizione 5.0 se ne inventa una nuova. Non proprio lui direttamente, ma
i commissari straordinari che gestiscono non sembra con grandi risultati la ex
Ilva. Chiedono 5 miliardi di euro ad Ancelor Mittal.
Questa la dichiarazione del ministro delle Imprese e Made in Italy, Adolfo
Urso, intervenendo al Question time: “I commissari hanno avviato un programma
di manutenzione straordinaria per consegnare al futuro acquirente, entro marzo,
impianti funzionanti e sicuri (...) per consentire di realizzare il piano di
decarbonizzazione nella continuità occupazionale".
Una richiesta che si risolverà, in una bolla di sapone anche perché lo stesso Urso, tempo fa l’allora ministro, per gli Affari europei Raffaele Fitto aveva sottoscritto con Arcelor Mittal un Memorandum of Understanding con cifre importanti: investimenti per 4,62 miliardi, di cui 2,27 provenienti da fondi pubblici. L’accordo non piacque né a Invitalia, azionista di Ilva e né a Urso, ministro. Memorandum diventato poi carta straccia.
Sindacati e crisi europea della siderurgia
Urso e sindacati non vogliono capire, che oltre alle difficoltà operative dovute a un impianto commercialmente morto è difficilissimo selezionare un compratore dopo il fallimento di due gare. Chiedessero la riconversione industriale. La realtà è rappresentata da una siderurgia europea in crisi. I “numeri” di Boston Consulting Group sono inequivocabili!
Nella UE gli stabilimenti siderurgici a ciclo integrale sono venticinque e “Solo dieci anni fa erano circa il doppio e, nello stesso periodo, la percentuale della produzione europea sull’acciaio mondiale è passata dal 10 al 7%”.
Costi per decarbonizzare, prezzo crescente dell’energia, domanda debole e produzione in eccesso a livello globale uccidono impianti normali, figuriamoci Ilva con un solo altoforno che funziona.
I tedeschi del colosso dell’acciaio Thyssenkrupp ridurranno la capacità produttiva del 25% e la forza lavoro del 40%.
Macron in Francia nazionalizzerà le acciaierie di ArcelorMittal,
gruppo indiano-lussemburghese e secondo produttore di acciaio al mondo. A detta del presidente di AncelorMittal la nazionalizzazione non risolverà “una
concorrenza sleale e la nazionalizzazione non risolve in alcun modo questo
problema. I nostri siti sono ora esposti a un eccesso di capacità produttiva
globale e a importazioni distruttive dai mercati europei”.
La Gran Bretagna ha imitato la Francia nazionalizzando la British Steel, che era diventata di proprietà cinese.
I sindacati e il PD attraverso l’onorevole Boccia hanno chiesto la nazionalizzazione della ex Ilva attraverso il “coinvolgimento delle partecipate “ENI, Leonardo, Cdp, Terna, Snam e altri.
Il dramma della ex Ilva è che assurdamente il Ministro non ha predisposto, anche attraverso i commissari un piano industriale, un piano energetico.
Quale tecnologia usare, quali investimenti effettuare? E quale incidenza avrà un “morto” come Ilva sui bilanci delle partecipate?
Infine, quanto costerebbe allo Stato la
nazionalizzazione? E ancora v a detto: il governo Melloni ha un piano strutturale di
bilancio concordato con la UE e non intende derogare: per capire, soldi non ce
ne sono per nessuno Crescita asfittica pari allo 0,4% e il prossimo anno
termina la spinta del PNRR.

Commenti
Posta un commento
Commenti non moderati comportarsi civilmente